JOHN SUTHERLAND*
Un espressionista astratto ad Ischia
*Opere in permanenza
presso il Centro Ricerche d'Ambra Via S. Vito, 56 – Forio d’Ischia (NA) – Tel. e fax 081/997117
[E-Mail:
dambran@gmail.com]
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Special Guest
John Sutherland
at Maffei Palace of Verona, 1996
The exhibition Rifugio
Precario, Artisti Intellettuali Tedeschi in Italia dal 1933 al 1945 (Temporary shelter, German Intellectual Artists in Italy from 1933 to
1945 Mazzotta Catalogue, 1995) was held last year in Milan in the rooms of
Palazzo della Ragione. On
display were works of artists, mostly German, some still
alive, who, during the second World War, had been branded by the severe
and pointless Nazi Decrees on "degenerate art”. The decrees banned all
those forms of Art which pursued the image of inner expression, far removed from
traditional stereotypes, emblems of the Imperialism of the Third Reich. Some
avant‑gard artists emigrated to the Union States, others remained in old
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John Sutherland dans ses toiles en acrylique, présente une peinture où l'idée d'espace est vécue comme vision cosmologique: les couleurs s'introduisent et s'éloignent du centre pour avoir des effets dans une vision complète. Dans sa planification il parait avoir une vision obtenue à travers un vol rasant où le rependre de la couleur est effet et forme d'un devenir cosmique.
[ Gennaro Corduas ]
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Ha illustrato diversi libri ed ha partecipato a numerose mostre in Italia e all'estero. Le sue opere sono custodite in collezioni, associazioni culturali, pinacoteche ed Enti pubblici e privati in varie città e comuni italiani. E' presente nei più prestigiosi annuari e cataloghi d'arte moderna e contemporanea.
(Pubblicato nel Catalogo IV Festival Internazionale della Pittura contemporanea).
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JOHN SUTHERLAND
Gli ultimi
romantici. Così furono definiti gli
artisti che negli anni
quaranta affidavano la loro espressione artistica alla sola
forza del
gesto, imprimendo una carica
sentimentale ai propri
quadri magari a danno d'un contenuto non
sempre voluto. Sutherland
riscopre un esperienza fatta da grandi maestri che gli permette
di esprimere sentimenti ed
emozioni in modo forte
ed incisivo.
"Davanti ad un'opera d'arte scattano meccanismi onirici che fanno emergere sentimenti e valori culturali, senza che con ciò venga annullato il rapporto con la quotidianità ed il vorticoso ritmo della vita contemporanea.
Si potrebbe dire che si tratta di una pausa: per un momento il pensiero si sposta dall'ingegneria genetica, dalla cibernetica, dall'interattività dei mezzi informatici per dare spazio ad un processo di introspezione, di riflessione e, perchè no?, di poesia. E si può anche affermare che una vera opera d'arte stimola sempre il nostro immaginario e la nostra sensibilità, qualunque sia il linguaggio espressivo e i materiali usati. E' il caso delle opere di John Sutherland. L'artista, dopo aver svolto ricerche assolutamente autonome attraverso le varie avanguardie, ha sviluppato ed imposto uno stile innovativo ed evolutivo, collocabile ai limiti dell'astrazione, tra l'espressionismo e l'informale. Esperienze, emozioni, conscio e subconscio, realtà e sogni, alimentano una singolare forza cromatica che con grande vivacità, o assoluta tenuità, rende immediatamente percepibili i messaggi di un'arte innegabilmente ispirata, un'arte di ampi contenuti. John Sutherland possiede veramente la straordinaria capacità dio dare voce alle meditazioni dell'animo e alle percezioni sensoriali che scaturiscono dall'osservazione delle cose e degli eventi. E lo fa con un'istintiva e limpida scorrevolezza, con una semplicità e una umanità suadente, incisiva, estremamente coinvolgente. E' un'artista che ha personalità e valenza" (Gino Trabini, Dizionario Enciclopedico Internazionale d'Arte Contemporanea, 2000/2001, Ferrara).
<<Il mistero non ha mai affascinato l'Artista, che ha sempre respinto evocazioni mitologiche e indagini che non fossero basate sul reale. Probabilmente con "L'Indovino" va ad esplorare quella parte di umanità smarrita che, come una droga, ha bisogno di illusioni come alimenti indispensabili alla propria esistenza>>. Giovanni Plotino
"L'Albero della libertà"
Eversivo persino nella grafica John Sutherland che, qui, affronta con riconosciuto successo un tema storico: quello della Rivoluzione Francese e dei suoi riflessi libertari. Abbandonata per un momento la sua spatola graffiante da espressionista astratto, va simbolicamente a rappresentare il cammino e l'ampliamento degli spazi di libertà: dalla Francia alla Repubblica Napoletana, all'Europa Unita ( Dr.ssa Giulia Sillato, Storico dell'Arte di Scuola Longhiana).
"Inseguendo il nulla"
....inseguire con occhio avido realtà effimere e sfuggenti è il nuovo tormento esistenziale dell'artista, che si avvicina ad una senilità con poche certezze, dopo aver assaggiato i frutti di una vita intensa e carica di emozioni, in quasi tutte le sfaccettature...(Giorgio Guerra)
"Fugit Tempus"
John Sutherland, è un pittore moderno di eventi e temi che approfondisce con una tecnica di avanguardia e penetra emotivamente con i propri segni metaforici in situazioni sociali e ambientali.
L'analisi della realtà, allora, si trasforma in una sorta di racconto dai vari articolati capitoli in cui geometria, colore e allegoria creano una visione contingente delle storie commentate con il disegno e le allusioni anche cromatiche e il suo astrattismo-informale di gusto gestuale ha caratterizzazione di "messaggio" o "segnale" anche di critica o commento....(Antonio Caggiano)
"Torri Gemelle"
La tragedia dell'undici settembre a New York non poteva non scuotere, dal più profondo del suo essere, John Sutherland, se si tiene presente che i temi sociali e libertari hanno informato grande parte del suo itinerario artistico ed umano. E' ancora lucido nel ricordo quando al Salone dell' Arte Contemporanea a Firenze, espose venti suoi dipinti ispirati alla Guerra del Golfo del 1991, che furono una vibrata protesta contro Stati e Religioni che non erano riusciti a fermare il conflitto. Ma l'assassinio preordinato di tremila innocenti è un'aberrante generazione che pone l'uomo al di fuori del consorzio umano per catapultarlo di colpo nel periodo tribale. (Giovanni Plotino).
"Big Bang"
Due opere fra le più emblematiche, realizzate da John Sutherland all'inizio del Terzo Millennio, sono da annoverarsi "New Economy" (in cui sottolinea con forza la caducità delle nuove frontiere dell'economia che non collocano al primo posto in assoluto l'avvio della risoluzione dell'immenso problema della fame nel mondo) e "Big Bang" dove il caos primordiale trova un perfetto equilibrio armonico conseguente ad un lungo processo di assestamento: la consueta spatola usata dal pittore nella sua immediatezza esistenziale, a volte come aspersorio e a volte come pugnale, si associa alla fotografia e al computer....( Anastasia Villone ).
"Tokyo al crepuscolo"
Dopo le gelide rappresentazioni delle varie periferie urbane, tutte apparentemente simili: da Mosca a Montreal, da Tunisi a Vienna, da Londra a Tokyo, da Amsterdam a Helsinki, da Budapest a Parigi, a Pechino, accomunate solo da un assordante silenzio, John Sutherland affronta il cuore pulsante del centro urbano della città, a cominciare da Tokyo che al crepuscolo ostenta la massima tensione di vita. Per l'artista è quasi una rinascita spirituale, una ricerca di contatti esistenziali e di memoria, meticolosamente evocati, forse nel ricordo nostalgico di una vita tumultuosamente vissuta. (Anastasia Villone).
"Il Passero e l'Aquila Reale"
Una qualità pittorica forte di tendenza esistenziale. Colori fluidi ma non traboccanti. Il suo espressionismo è spontaneo, emozionale, conseguenza di un particolare stato d'animo e di libera ed immediata gestualità. (Emanuel V. Borg).
"Fondale Marino"
Maturatosi principalmente attraverso lo studio dell'evoluzionismo, dell'esistenzialismo e delle correnti artistico-letterarie del Novecento, è approdato ad un originale espressionismo informale di intense qualità pittoriche. Il suo iter artistico si può, schematicamente, inquadrare in tre periodi: figurativo moderno, geometrico, informale-astratto.
Pittore del presente, John Sutherland è animato da forte passione civile.
La libertà, la solidarietà e la tolleranza sono le dominanti della sua ispirazione, la cui filosofia di fondo non è solo conquista intellettuale, ma voce forte dell'intimo che prorompe libera e senza condizionamenti. (Nota redazionale)
"La Costellazione dell'Asino"
I numerosi critici che si sono occupati della produzione pittorica di John Sutherland hanno tenuto alquanto in ombra un lato importante e significativo dell'Artista: il senso dell'umorismo.
L'impatto con il dipinto"La Costellazione dell'Asino" - a parte la consueta ed ottimale resa artistica - ci riporta immediatamente alle abbuffate televisive di incontri e scontri, dive si gira sempre intorno agli stessi argomenti ed "i duellanti" fanno sforzi immani, scaricando sul telespettatore annoiato fiumi di parole, per inventarsi distinzioni inesistenti, col tono grave e sostenuto della saccenza. Nessuno dei protagonisti immagina la reazione dei telespettatori, a volte divertita, più spesso annoiata, per quelle comiche involontarie di cui l'attore non pensa neppure di essere protagonista!
Inventerebbero anche la costellazione dell'asino, pur di apparire più originali dell'interlocutore!
E' evidente che non è solo questa la fonte di ispirazione che trova altresì le sue radici nei vari aspetti della vita sociale (cosa di facile riscontro nella produzione del pittore). Come ulteriore chiave di lettura si rimanda ad un noto dipinto non recente (1986) di John Sutherland che ha un titolo certamente significativo: "Politici Marpioni". E' quanto dire. (Alda Franceschini).
"My Pray"
<< L'Autore si purifica nella essenzialità della composizione,dove non è difficile individuare la presenza, quasi fisica, di John Sutherland; anche se è arduo affannarsi a cercare un precedente analogo nella sua pur vastissima produzione pittorica. Un atto di preghiera verso la immensità universale dell'Arte, come un'accorata e sommessa predica fatta a se stesso>> (Roberto Maltese)
<<.......con l'acrilico ha saputo creare anzi immortalare delle tele stupende: "Primavera...", "Bosnia", "Occhio".....>> Agnese Chiota, 1996.
«......mi piace la forza dei colori e l'intensa suggestione delle forme» Pasquale Balestriere (poeta), 1996.
<<E' lui Sutherland che inserito omologo in parenchima ci narra ciò che soltanto lui può vivere e noi così sappiamo quanto si muove, quanto tutto si rinnova e noi ancora con l'artista, che quando affiora si rituffa nell'autoritratto e ciao, evviva>> Ernesto Caiazza, 5 agosto 1996.
"Autoritratto"
"Una tempesta di colore...appena un cenno di espressione e solo se l'immagine viene vista da lontano. Fremono, tra i getti improvvisi ed arrabbiati della spatola, quei guizzi d'emozione che dividono l'Uomo nel Bene e nel Male. Il pensiero filosofico, connotante i suoi studi umanistici, qui, ha imposto con autocritica ed ironia un Io sdoppiato nella bipolarità dell'Essere". (Giulia Sillato,Storico dell'Arte di Scuola Longhiana).
<<Great colours - great emotions>> Nunzia Migliaccio, 1996.
<< Emozioni, ragioni del cuore: espressione del fluire dell'umana esistenza>> A.Laudic, 1996.
<< Esistenzialismo dell'essere umano e non umano. E' un penetrare nell'immensità del quadro perdersi tra le varie chiazze di colore che esprimono "alla grande" i sentimenti dell'"ego" >> Anna Luongo, 1996.
<< L'acme dell'emozione è ciò che Sutherland, attraverso il colore, imprime sulla tela ed all'osservatore, non resta che lasciarsi travolgere, coinvolgere o elaborare questa emozione, che tocca alte cime in alcune tele, meno in altre >> Caterina Iacono, 24 agosto 1996.
<< A John Sutherland che ha visto quello che non era possibile vedere>> Vittorio Sgarbi, 27 agosto 1996.
<<E' una grande sensazione vedere in questo palazzo [Palazzo Reale di Ischia ] che respira storia di un ricco passato culturale, ospitare mostre di arte moderna come questa di un pittore di livello europeo.....>> Maurizio Valenzi, 1996.
<<.........è un gran bel palazzo [Palazzo Reale di Ischia ], del resto lo avevo già visto, ma adesso con i quadri di John Sutherland ci si sente realmente in un "mare d'arte". Complimenti per l'allestimento della Mostra>> Vittorio Sgarbi (quotidiano "Il Golfo" del 14/09/1996, pag. 14 ).
<< ..........con tanta ammirazione>> Alberto Bevilacqua, 1996.
<< Di Sutherland i quadri, son ricchi di colori che esprimono un amore per l'Arte e la modernità proiettata in un futuro, pieno di LIBERTA' >> Rosa Genovino, 1996.
<< Una tempesta di colori e un'anima vorticosa>> Clementina Petroni, 1996.
<< Spesso dimentichiamo che la vita è ricca di colori...>> Anita Febbraro, 1996.
<<.........La mostra di Sutherland è di incredibile efficacia emotiva, ci ho visto dietro un enorme lavoro di ricerca interiore....>> Germana Nigrelli da Ferrara, 1996.
<<.........la bravura di un artista ed un momento magico di creatività che ci coinvolge tutti .......>> Franco Bucarelli, 1996.
<< Con Sutherland, affinché la dignità dell'umile contrasti sempre la protervia del potente! >> Maria Quintavalle, 1996.
<<.......mi ha creato un'emozione così profonda che non so esprimere con le parole......>> Rosa Piccini, 1996.
<<John Sutherland colpisce e sorprende con la dinamica delle sue cromature e, prendendo i l visitatore per mano, lo conduce sulla giostra delle sue emozioni, sovente tratte dalla realtà....>> Caterina Iacono, 1996.
<< Per chi voglia riconoscere, definire ed interpretare la terminologia artistico-espressionistica, è sufficiente dire che Picasso più di Matisse, è uno dei migliori esponenti dell'espressionismo la cui arte si basa più sulla "forma" della linea e sulla composizione che sul colore. La gran parte dell'opera di Picasso è grafica, lineare, monocromatica. L'espressionismo di John Sutherland invece è coloristicamente più intenso e fluente. Una qualità pittorica forte di tendenza esistenziale. Colori fluidi ma non traboccanti. Il suo espressionismo è spontaneo, emozionale, conseguenza di un particolare stato d'animo e di libera e immediata gestualità. Forse uno dei suoi migliori lavori è "Il Passero e l'Aquila Reale", un quadro ad acrilico eseguito a spatola nel 1994. Soggetto tragico e universale. Il dominio della dignità dell'umile e del debole sulla forza bruta del potente, è evidente. Il messaggio politico appare chiaro: il debole ala mercè degli artigli dell'arrogante, di un potente impietoso. La conclusione è del tutto tragica perchè la schiavitù priva l'umanità di ogni dignità. Solamente un popolo che c'è passato può capirlo. Il dipinto "Bosnia 1994" segue la stessa dialettica sociale. Rappresenta la guerra come una cosa maniacale, barbara, violenta, come una morte senza pietà, una vendetta senza giustificazione logica, al di sopra di ogni immaginazione. L'uomo dimezzato dal dolore ed abbandonato a se stesso può trasformarsi nella più feroce e maniacale delle bestie>> Emanuel V. Borg, professore dell'Università di Malta. Recensione pubblicata sulla rivista maltese "In - Nazzion Tagjna" il 25 luglio 1995.
Giudizi critici da Organi di Stampa e Dizionari d'Arte
<<......il tutto è sempre al presente. Non è passato e non è futuro: il momento magico dell'Artista è sempre" il presente". E' un'illusione che un artista come John Sutherland possa esprimere il passato o il futuro, in ogni suo dipinto è espresso sempre "un presente". Il fruitore dell'opera d'arte deve predisporsi a captare dell'artista non il suo passato, ma il suo presente di allora, che non è mai passato, ma un presente permanente. Son gli apogei dell'essere che, conscio della sua finitezza, lancia spore dello spirito, inseguendo l'immortalità >> Joseph Maurer
<< Quando nei dipinti di John Sutherland appare talvolta un larvato accenno alla figurazione, ciò non deriva da un disegno programmato scientemente alterato, ma è il risultato di un impulso resistenziale trasformato in gesto senza filtro accademico; la sua è un'arte che trae dal subconscio forme e colori che, nell'immediatezza, vengono letteralmente catapultati sulla tela. Dunque non una figura nata dall'esperienza visiva comune, ma una figura-archetipo estratta, assieme alle altre, dall'insieme di immagini e di forme primordiali, che non devono necessariamente e aprioristicamente respingere ogni riferimento al reale quotidiano. Per chi ama le definizioni si potrebbe parlare di John Sutherland come caposcuola di un neogestualismo esistenziale oppure di un neogestualismo pittorico>> Marie L. Zagler
<< ........ad una prima lettura può anche sembrare collegarsi alle preziose decorazioni di Klimt ed ai medaglioni di Baj. Ma la ricerca appare nuova e davvero lodevoli i risultati >> Enzo Fabiani
<< Il vivo interesse suscitato dal suo personale linguaggio artistico, ha confermato la sua notevole potenzialità espressiva, collocandola tra gli esponenti più significativi della mostra di New York>> Flavio Puviani
<<...........senza la rete del controllo formale rileva un'emozione partecipe ed esplicita, resa attraverso la fusione della memoria e l'impasto dei colori>> Pierluigi di Majo
<< Il suo espressionismo informale di indubitabili qualità pittoriche, la sua esplosione gioiosa di accostamenti cromatici che fa pensare - ma lo diciamo questo soltanto per la pura preoccupazione di rendere accessibile il discorso a chi non vede l'esposizione - al mondo fantastico di Chagall o alla diritambica di Mirò, ci costringono a rifugiarci nel mistero; ad aprire anche, per meglio capire e credere, una finestra sull'ignoto; proprio perchè la pittura di John Sutherland ci tocca e ci piace, ci turba e commuove...>> Enrico Giuffredi
<<.....ci trasportano fra le emozioni pittoriche forti di questo artista, vigorosamente materiche o fugacemente trasparenti dove il naturalismo corre verso l'astrazione - mentre il colore sfugge e passa oltre - la linea resta nel confine dubbiosa, forse ancora malinconica rimpiangente la freschezza di un veloce ritratto o di una rubata veduta di Forio. Pochissime le opere decisamente astratte o solo figurative, tutte sembrano documentare questa continua evoluzione, questa compresenza contraddittoria che, sul piano dipinto, si traduce in "vitésse" per pennellate fluide ed una sorta di modularità accennata e subito negata>> Alfra
<< I dipinti di John Sutherland colpiscono anzitutto per il segno, il movimento e la purezza delle cromie. Predomina una rara quanto precisa potenza espressiva. Le immagini nascono da sedimentazioni della memoria i da situazioni e avvenimenti della quotidianità. Non vi è mai alcuna descrittività: gli elementi sono ridotti ad essenzialità emblematiche, individuabili in particolari atmosfere, da cui traspare la viva partecipazione e l'intensa emozione dell'artista. John Sutherland realizza le sue opere con un linguaggio ai limiti dell'astrazione, tra l'espressionismo e l'informale. Alterna momenti di distensione lirica a vere e proprie esplosioni cromatiche che lo proiettano in una dimensione carica di energia gestuale. E' un artista che riesce fondamentalmente ad analizzare le proprie sensazioni. E' dotato di una grande umanità. Ha cuore, tanto cuore. E' sincero, autentico, convincente>> Gino Trabini
L'Autore si è ispirato ad un racconto popolare che narrava di una casalinga la quale, durante l'occupazione nazista, mise a disposizione la sua casa per proteggere i partigiani in fuga, senza tener conto dei rischi mortali a cui andava incontro.
Il via vai intenso e convulso è la dominante centrale del dipinto, dove prorompono la potenza della vita ed una forte voglia di vivere, arricchite dalla certezza degli ideali, attraverso un rischio calcolato che diventa anche una sfida esistenziale agli avvenimenti. In apparente contrasto con il sottofondo del quadro dove aleggia una persistente presenza di morte, in perenne agguato, che funge da spalla alla vittoria della vita. (Joseph Maurer).
J o h n S
u t h e r l a n d
LE
SUE OPERE SONO STATE RECENTEMENTE ESPOSTE A FIRENZE PRESSO IL SALONE D’ ARTE
CONTEMPORANEA, E GIA' IN PRECEDENZA
IN UNA PERSONALE DI CIRCA 30 DIPINTI, ORGANIZZATA A FORIO, RISCUOTENDO SUCCESSO
DI PUBBLICO E DI CRITICA , SOPRATTUTTO PER I TEMI TRATTATI QUALI IL PERICOLO
ATOMICO, L’ INQUINAMENTO, E IL
DISBOSCAMENTO SELVAGGIO .
J. SUTHERLAND E’ CERTAMENTE UN PITTORE DEL PRESENTE, ANIMATO DA FORTE
PASSIONE CIVILE : DOMINANO COSTANTEMENTE LA
SUA ATTIVITA’ ARTISTICA : IL SENSO DI LIBERTA’, DI TOLLERANZA,
DI SOLIDARIETA’. TUTTO CIO' E’ DIMOSTRATO DALLE SUE OPERE
PIU’ RECENTI, CHE PRENDONO SPUNTO DALLA GUERRA DEL GOLFO DEL ‘ 91, E CHE
CONTEMPORANEAMENTE VOGLIONO ESSERE UNA DENUNCIA CONTRO GOVERNI, CAPI DI STATO, E
RELIGIONI, CHE NON RIUSCIRONO A FERMARE LA GUERRA
E LA CONSEGUENTE STRAGE DI INNOCENTI .
I SUDDETTI TEMI VENGONO APPRONTATI CON UN ORIGINALE ESPRESSIONISMO
INFORMALE DI INTENSE QUALITA’ PITTORICHE .
LA
SUA ATTIVITA’ ARTISTICA SI PUO’ SINTETICAMENTE
SUDDIVIDERE IN TRE
FASI
: a) FIGURATIVO MODERNA
b) GEOMETRICA
c) INFORMALE ASTRATTA
Vania Montigiani (1994)
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L'Ambiente nella pittura di John Sutherland
John Sutherland
Nella sue opere predomina una rara quanto precisa potenza espressiva.
Presso la Galleria d'Arte Moderna Alba (Corso Porta Po, 82/A, Ferrara) si chiude venerdì 24 giugno sera l'interessante mostra personale di John Sutherland.
Sono in esposizione 25 dipinti, che colpiscono anzitutto per il segno, il movimento e la purezza delle cromie. Predomina una rara quanto precisa potenza espressiva. Le immagini nascono da sedimentazioni della memoria i da situazioni e avvenimenti della quotidianità. Non vi è mai alcuna descrittività: gli elementi sono ridotti ad essenzialità emblematiche, individuabili in particolari atmosfere, da cui traspare la viva partecipazione e l'intensa emozione dell'artista. John Sutherland realizza le sue opere con un linguaggio ai limiti dell'astrazione, tra l'espressionismo e l'informale. Alterna momenti di distensione lirica a vere e proprie esplosioni cromatiche che lo proiettano in una dimensione carica di energia gestuale. E' un artista che riesce fondamentalmente ad analizzare le proprie sensazioni. E' dotato di una grande umanità. Ha cuore, tanto cuore. E' sincero, autentico, convincente.
John Sutherland ha al suo attivo un'int4ensa attività espositiva, in Italia e all'estero (Adelaide, Melbourne, Forio d'Ischia, Philadelphia, Verona, ecc...). giornalisti e critici d'arte hanno scritto di lui su giornali e riviste. E' un artista da seguire con attenzione, in quanto è in continua ascesa.
Ha il recapito presso il Centro Ricerche d'Ambra, a Forio d'Ischia (Napoli). >>
Gino Trabini ( dal settimanale "Caleidoscopio" di Ferrara del 23/24 giugno 1994).
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<< Per chi voglia riconoscere, definire ed interpretare la terminologia artistico-espressionistica, è sufficiente dire che Picasso più di Matisse, è uno dei migliori esponenti dell'espressionismo la cui arte si basa più sulla "forma" della linea e sulla composizione che sul colore. La gran parte dell'opera di Picasso è grafica, lineare, monocromatica. L'espressionismo di John Sutherland invece è coloristicamente più intenso e fluente. Una qualità pittorica forte di tendenza esistenziale. Colori fluidi ma non traboccanti. Il suo espressionismo è spontaneo, emozionale, conseguenza di un particolare stato d'animo e di libera e immediata gestualità. Forse uno dei suoi migliori lavori è "Il Passero e l'Aquila Reale", un quadro ad acrilico eseguito a spatola nel 1994. Soggetto tragico e universale. Il dominio della dignità dell'umile e del debole sulla forza bruta del potente, è evidente. Il messaggio politico appare chiaro: il debole ala mercè degli artigli dell'arrogante, di un potente impietoso. La conclusione è del tutto tragica perchè la schiavitù priva l'umanità di ogni dignità. Solamente un popolo che c'è passato può capirlo. Il dipinto "Bosnia 1994" segue la stessa dialettica sociale. Rappresenta la guerra come una cosa maniacale, barbara, violenta, come una morte senza pietà, una vendetta senza giustificazione logica, al di sopra di ogni immaginazione. L'uomo dimezzato dal dolore ed abbandonato a se stesso può trasformarsi nella più feroce e maniacale delle bestie>> Emanuel V. Borg, professore dell'Università di Malta. Recensione pubblicata sulla rivista maltese "In - Nazzion Tagjna" il 25 luglio 1995 (traduzione dal maltese).
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Si
è conclusa la mostra di Sutherland
Una splendida serata di musica e poesia ha suggellato il ricco programma di eventi curato da Nino d’Ambra. Allo storico foriano il primo Premio
“ Francesco Buonocore” istituito dal sempre ospitale colonnello Cozzi.
La scelta del colonnello Cozzi non poteva essere più azzeccata. Nino
d’Ambra, infatti, ha legato il suo nome non solo all’ ideazione della mostra
di Sutherland, ma anche a studi e ricerche sulla famiglia Buonocore e dunque
sulla residenza vicino a quel lago che poi Ferdinando II avrebbe trasformato in
porto. Momenti intriganti della storia isolana che sono stati puntualmente
raccontati o ricordati dall’ Avvocato d’Ambra a quanti in questi mesi hanno
partecipato ai vari appuntamenti culturali che sono stati organizzati sempre
nello stabilimento Buonocore. L’ultimo dei cinque incontri che hanno animato
altrettante serate d’ estate si è svolto martedì scorso, in concomitanza con
la chiusura della mostra. Musica, poesia, folklore ischitano hanno
caratterizzato la piacevole kermesse pomeridiana protrattasi fino a sera, alla
quale, come era accaduto già in precedenza, ha assistito un folto pubblico. Ad
aprire simpaticamente, ma sempre nel segno della cultura, la manifestazione
erano stati i danzatori della N’drezzata dei piccoli di Buonopane, esibitisi
sulla grande terrazza della villa nella millenaria danza ischitana strappando
applausi a scena aperta da parte dei presenti. Tra questi non pochi turisti,
che, grazie alle spiegazioni sulle origini della danza buonopanese, hanno così
potuto conoscere ed apprezzare una delle più belle tradizioni della nostra
isola. Subito dopo il colonnello Cozzi, nell’ esprimere il suo compiacimento
per il successo della mostra di Sutherland, ha consegnato il Premio Buonocore a
Nino d’Ambra, il quale, dal canto suo, ha ringraziato il personale civile e
militare dello Stabilimento per il supporto fornitogli e per l’ottima
accoglienza riservatagli. Al colonnello Cozzi ha poi, a sua volta, consegnato
una copia del suo Garibaldi, cento vite in una, il pregevole volume
pubblicato anni fa che raccoglie documenti inediti sull’ Eroe dei due mondi e
ne evidenzia i particolari legami con l’isola d’Ischia. D’Ambra , poi, ha
ripercorso la storia secolare della Villa di Buonocore, soffermando la sua
attenzione di storico sul protomedico, affascinante figura di uomo del Secolo
dei Lumi, e sul nipote ed erede, nonché omonimo, che fu giustiziato a Procida,
in piazza dei Martiri, nel 1799 per aver partecipato alla Rivoluzione
napoletana. Il martire per la libertà Francesco Buonocore, d’altronde, era
stato più volte evocato da d’Ambra nei vari incontri succedutisi sul palazzo,
tutti dedicati al tema appunto della libertà. Tema che, insieme all’amore per
Ischia, ha dominato anche la parte più attesa della serata, quella dedicata ai
poeti isolani. Uno dopo l’altro hanno declamato i loro versi sull’isola
Verde Nunzia Migliaccio, Geppino Fiorentino, Rosa Genovino, Gianni Vuoso,
Clementina Petroni, Pasquale Balestrieri e Caterina Iacono, mentre
d’Ambra ha letto le poesie di Pietro Zivelli assente per un’ influenza. Il poeta rivoluzionario Domenico
Savio ha poi presentato brani dal suo poema
“Sarà Libertà”. Un momento intenso, quello regalato dai poeti, che hanno
cantato l’isola nelle sue più varie sfaccettature. Al successo della serata
hanno contribuito il maestro Peppino Iacono, al piano, e il baritono Gaetano Maschio , che
hanno intonato canzoni più o meno recenti ispirate alle bellezze dell’isola
nostra. Iacono e Maschio, accompagnati dal pubblico in coro, hanno al termine
cantato L’Inno alla libertà di Domenico Cimarosa, che veniva eseguito
sulle piazze dai rivoluzionari del 99. E con la musica che ha risuonato per le
sale dove già amavano ascoltarla Francesco Buonocore e i sovrani Borbone,
proprietari della villa, si è conclusa la bella serata. E una delle più
riuscite manifestazioni culturali che Ischia ha saputo offrire quest’ anno.
(quotidiano
“Il Golfo” del 4 ottobre 1996)
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ISCHIA TRA PASSATO E FUTURO
Ha realizzato un servizio sulla mostra del pittore John Sutherland
Il montaggio delle apparecchiature televisive norvegesi e la
articolata intervista a Nino d’Ambra sulle caratteristiche della pittura
gestuale e sulle sue origini (Cobra: Copenaghen, Bruxelles, Amsterdam), sulla
storia dell’ isola d’Ischia, sulla presenza di Enrico Ibsen e Giuseppe
Garibaldi a Casamicciola e di Michele Bakunin a Lacco Ameno, hanno richiamato
sulla terrazza dell’ Antica Reggia ad Ischia Porto, un gran numero di
visitatori e di curiosi da costringere gli organizzatori ad improvvisare un
minimo servizio d’ordine. Al termine dell’intervista e delle riprese
televisive, il giornalista Bucarelli, nel complimentarsi con
[Domenico Di Meglio]
Quotidiano “Il Golfo” del 14 settembre 1996
Verona Francesco Specchia
Attraverso
un uso traboccante dei colori, quasi pulsionale, ha attinto immagini comuni come
lo scatto di un podista durante il guizzo della corsa, la maschera di un attore
tragico nel pieno della recitazione, il sanguinoso squarcio della guerra di
Bosnia, L’Italia della speranza berlusconiana (il quadro ovviamente risale a 2
anni fa) e le ha mischiate con le proprie percezioni. In modo astratto. Ad una
prima lettura potrebbe collegarsi alle decorazioni di Klimt o ai medaglioni di
Baj, ai linguaggi cubisti e futuristi del 900. Ma, al di là delle
classificazioni, Sutherland, scandaglia l’anima del visitatore. Lo annega in
un mare di colori e lo rende spaesato. E poi lo nutre, in senso metaforico, ma
anche letterale. Infatti, legata alla mostra del pittore, parte anche un’
iniziativa gastronomica:L’arte contemporanea tra le rovine del tempio-Il
piatto dell’ arte. Si tratta di una selezione artistico-culinaria
sviluppata nell’ arco di venti mesi in alcuni dei migliori ristoranti della
città scaligera: si sceglie un artista di ottimo livello per ogni regione
(finora il Veneto e
Francesco Specchia
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John Sutherland di Forio (NA)
<< Il vivo interesse suscitato dal suo personale linguaggio artistico, ha confermato la sua notevole potenzialità espressiva, collocandola tra gli esponenti più significativi della Mostra di New York>> Flavio Pluviani.
<< Senza la rete del controllo formale rivela un'emozione partecipe ed esplicita, resa attraverso la fusione della memoria e l'impasto dei colori>> Pierluigi Di Majo.
<< Ad una prima lettura può anche sembrare collegarsi alle preziose decorazioni di Klimt ed ai medaglioni di Baj. Ma la ricerca appare nuova e davvero lodevoli i risultati>> Enzo Fabiani
("La Riviera", settimanale d'informazione della Riviera dei Fiori e Cote d'Azure, del 23 febbraio 1995, pag. 15 ).
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Conferenza del Pittore John Sutherland
Forio – Nella Biblioteca del Centro di Ricerche Storiche d’Ambra, il pittore John Sutherland ha tenuto una conversazione suo tema Arte e Libertà nella pittura del ‘900. Ha esordito evidenziando che, in questo secolo, le espressioni artistiche hanno goduto del massimo di libertà a causa di una decisa ed incisiva rivolta contro i condizionamenti dei secoli passati: le guerre e le dittature ne hanno solo rallentato la diffusione, non la genuinità. Ma quello che maggiormente ha contribuito alla libertà di espressione – ha continuato il pittore – è l’aver finalmente preso coscienza che spesso la prospettiva e la figurazione si erano rivelate una compressione spirituale che mortificava la genuinità della realizzazione artistica.
Questo non vuol dire che la figurazione non abbia raggiunto, in certi momenti della storia, vette artisticamente altissime, come nel Rinascimento.[Da Il Golfo del 18 maggio 1991].
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Cultura
Dopo
il successo e l’ampio consenso registrato al Palazzo Reale di Ischia - oltre
duemila visitatori (esattamente da2.300 a 2.500) nei due mesi è stata esposta
al pubblico - non potevano mancare ulteriori risonanze. E se si legge
attentamente la recensione della Sillato, specie nell’ultima parte, si scopre
che con i dipinti di John Sutherland si è “esportato” la migliore immagine
dell’ isola d’Ischia, quella che noi vorremmo fosse permanente. E questo
senza alcun onere per enti pubblici o privati, ma solamente con l’impegno
deciso di pochi entusiasti. Il merito va principalmente al Centro di Ricerche
Storiche d’Ambra che, con la collaborazione dello Stabilimento Termale
Militare, dell’Associazione Pittori Europei, dell’Associazione Culturale “
L’anno scorso a Milano, nelle sale del Palazzo della Regione, una
mostra dal titolo Rifugio Precario, Artisti e Intellettuali Tedeschi in
Italia dal 1933 al 1945 (Catalogo Mazzotta, 1995) presentava opere di
artisti, per la maggior parte germanici, alcuni ancora viventi, che nel corso
dell’ultimo conflitto bellico erano stati bollati dai pesanti e irrisolutivi
decreti nazisti, sull’ arte degenerata. Questi sconsacravano dall’
ufficialità tutte quelle forme d’arte che perseguivano l’immagine di un’
espressione interiore, lontano dagli stereotipi classici, emblemi dell’
imperialismo del Terzo Reich. Le avanguardie emigrarono in parte negli Stati
Uniti, ma molti rimasero nella vecchia Europa diradandosi tra
Non è il segno, “ bensì il gesto” segnino a determinare la sua pittura violenta e problematica, dove il colore viene dato di getto e a spatola a seguito di impulsi rapidi e possenti, a sottolineare appunto una tessitura di fermenti cromatici incontrollata e disinibita. Fa capo, chiaramente, all’ Espressionismo Astratto del gruppo di New york dove forme e colori prevengono ad una libertà totale d’ espressione come simbolica protesta al disastro mondiale e, per esteso, ai malesseri sociali. Ma il fondamento della tematica di J. Sutherland è umanistico: scarica in quell’ ammasso di forme e colori, che gli è congeniale, la rabbia di chi non si sottrae alla necessità del giudizio morale. A tal proposito sono da rammentare opere da lui eseguite nel 1994 sulla cronaca della Bosnia in guerra, sulle problematiche del nostro paese, come i mutamenti storici e politici determinati dalla strategia Mani Pulite e dall’assunzione al Governo, nel ruolo di Presidente del Consiglio dei Ministri, di un uomo nuovo, Silvio Berlusconi. La presenza di John Sutherland a Verona, presso Palazzo Maffei, nel contesto della Selezione Maffeiana 1996/97, che prevede a novembre una rappresentanza della Regione Campania, è un grande evento culturale. Si intravede l’apertura pluridirezionale della cultura Ischitana che offre alla fruizione di personaggi spesso geniali, provenienti dalle più imprevedibili parti del mondo, quell’ enorme patrimonio di valori e di immagini rappresentato dal calore umano degli abitanti, dall’ inimitabile pittoricismo del paesaggio e dalla vestigia di una storia millenaria.
GIULIA SILLATO
(quotidiano “Il
Golfo” del 31 ottobre 1996)
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Grande successo del pittore John Sutherland al Salone Italiano d’Arte Contemporanea di Firenze
Un grido contro la guerra
[Ettore Gorga]
( IL GOLFO”, quotidiano. Domenica, 21 novembre 1993)
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Illuminante testimonianza di Joseph Maurer, scrittore noto sull’isola
d’Ischia non solo per la sua frequenza e per i suoi scritti, ma soprattutto
per due conferenze tenute a Ischia e a Forio.
Nella distensione spirituale di Ischia estiva, che mi concupisce con annuale puntualità da oltre trent’anni, sono sempre stato attratto dalla creatività e dal disordine ischitano come due contrasti ambivalenti, ma vitali e necessari. Quest’anno ho assaporato il piacere intimo di due autentiche e gratificanti sorprese : la mostra dei dipinti di John Sutherland al Palazzo Reale di Ischia e quella di Raffaele Di meglio al Brusoni bar di Forio. Per non parlare di Morandi e Caporossi, che ormai però sono “monumenti nazionali” consolidati e che partanto non riservano più sorprese (anche se il loro fascino non conosce tramonto). Sutherland e Di Meglio sì che sono delle autentiche sorprese. Modi di dipingere completamente diversi è vero, ma c’e un comune denominatore di ispirazione e stimolo: il senso di libertà ed un cruccio profondo per le continue violenze alla natura.
Gli organizzatori della mostra del pittore John Sutherland (da non
confondere con Grahm Sutherland morto nel
La mostra di Raffaele Di Meglio è articolata in
nove grandi dipinti per raggiungerli devi attraversare un viale
impreziosito da una serie di cactus a sfera ( soeherensia brughii) la cui
bellezza spinosa già ti fortifica e ti predispone l’animo all’impatto.
Perché di impatto si tratta. La forza surreale degli scenari dipinti da Di
Meglio, quei paesaggi di sogno, quella magia che sprigiona dagli accostamenti di
colori, conquistano il visitatore (predisposto) con una energia aggregante ed
esaltano, trascinandoti nel mondo gioioso, unico ed impalpabile, dell’artista.
Chi cerca un approccio con l’arte contemporanea rifiutando la pesante
influenza della critica militante ( spesso asservita ad interessi che nulla
hanno a che vedere con l’attività creatrice), non può mancare di visitare
queste due mostre. Un mezzo a portata di mano, per misurare anche se stessi, la
propria capacità autonoma di giudizio, oltre a quella di riuscire a mettersi o
meno in sintonia con il momento magico con l’autore: proprio perché la figura
e la prospettiva sono ridotti nei dipinti in oggetto, a pure e semplici
essenzialità emblematiche, che nulla hanno a che vedere con quelle della
quotidianità. Certo, non ci si può accostare ad opere del genere
con spirito ameno e vacanziero, come se si andasse a sorseggiare una
limonata fresca!
Joseph
Maurer
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Continuano
con successo le manifestazioni collaterali di
«
Ischia tra passato e futuro»
Il successo riscosso dalla Mostra del pittore John Sutherland nei saloni del Palazzo Reale di Ischia, ha indotto gli organizzatori a prorogare l’esposizione dei dipinti fino al 30 settembre, cedendo alle convincenti pressioni di personaggi noti e meno noti (ma tutti di buon gusto) come, fra gli altri, Vittorio Sgarbi e Maurizio Valenzi. In proposito è da riferire un episodio di infatuazione televisiva relativo al popolare critico d’arte. Dopo che il prof. Sgarbi aveva sostato, ammirato, fra i quadri di John Sutherland, è stato raggiunto da uno sciame di visitatrici che chiedevano l’autografo. Una, approfittando della calca, aveva addirittura strappato la pagina dove Sgarbi aveva annotato un suo pensiero profondo e lusinghiero nei riguardi del pittore. Se n’e’ accorto per tempo l’avv. d’Ambra che ha inseguito la collezionista di souvenirs, facendosi restituire il foglio.
Uguale successo stanno altresì riscuotendo le manifestazioni culturali
collaterali alla mostra di pittura, ideate e condotte da Nino d’Ambra.
L’ultima aveva per titolo: “ Artisti in libertà: una ribalta aperta a
tutti”, che si è imposta come uno dei migliori spettacoli di cultura
dell’ estate ischitana. Di novità ce ne sono state tante, ma quella veramente
sorprendente è stata offerta dal giornalista Ciro Cenatiempo che ha
intrattenuto l’interessato e numeroso pubblico presente su alcune sue poesie
di avanguardia tutte giocate su una originale e accattivante recitazione.
Applauditissimi, fra gli altri, i pittori Franco Miranda e Tina Petroni che
hanno esposto e illustrato alcune loro opere, nonché i piccoli musicisti Lucia
di Meglio al pianoforte (in rappresentanza del gruppo femminile) e Simone Coda
al flauto (in rappresentanza del gruppo maschile). La partecipazione delle
poetesse Nunzia Migliaccio, Caterina Iacono, Tina Petroni e Rosa Genovino ha
fatto ricordare gli antichi cenacoli letterari, che Vittoria Colonna organizzava
nell’isola d’Ischia nel XVI secolo. I poeti Pasquale Balestriere e Geppino
Fiorentino non sono stati da meno. Il primo ha offerto un saggio della potenza
espressiva e della compattezza delle sue poesie con leggerne una dedicata al
padre e un’altra “ Quando passaggi di comete…( primo premio “
Città di Quarrata”). Fiorentino ha recitato alcune sue dedicate poesie, piene
di umanità come quella dedicata al cane. Infine Nino d’Ambra- che ha operato
da anfitrione storico per tutta la serata- ha presentato alcuni suoi noti libri
che furono arricchiti dalle illustrazioni di John Sutherland: “Girolamo
Milone, giornalista cattolico d’assalto (1988)”, “Ricerche sulla scuola
Media Napoletana dell’Ottocento (1990)”, “Storia della Libertà
nell’isola d’Ischia (1991)” e “Un perdono assassino. Dialoghi sul
terrorismo (1995)”, un dramma in 4 atti. Di quest’ultimo - a conclusione
del meeting culturale – Caterina Iacono ne ha recitato, con grande
partecipazione ed efficacia, il monologo finale in cui una terrorista espone il
suo punto di vista sul pentitismo e sulla lotta armata. Dramma che
l’Associazione Culturale “
Annamaria Sepe
(quotidiano “Il Golfo”, 5 settembre 1996)
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ISCHIA
DA MORANDI A SUTHERLAND
In Fortezza o a Palazzo, c’è l’arte che fa bella mostra di sé, nel cuore dell’estate isolana. Un carnet di esposizioni irrinunciabili, per quanti hanno eletto la vacanza a periodo «remise en forme» non solo esteriore, ritagliando tra la tintarella, lo struscio e l’eventuale dancing, uno spazio di prestigio per lo spirito. Un abbondante relax anti-stress.
E che l’offerta per così dire culturale di Ischia, non sia un aspetto secondario nel condizionare le scelte pomeridiane degli habituès lo conferma l’afflusso continuo di visitatori al Castello Aragonese, dove è allestita, fino al prossimo 29 settembre, un’antologia dedicata a Giorgio Morandi. Per il grandissimo maestro bolognese ( è scomparso nel ’64) Marilena Pasquali, appassionata curatrice del catalogo ha creato una suggestiva commistione di significati, illuminati dalla Luce del Mediterraneo. Bianchissima e forte, con la miscellanea di architetture del maniero di Gabriele Mattera e della Chiesa dell’Immacolata, che s’apre su visioni da sogno con ulivi.
Da ieri sera, con una parabola ideale, il Moranti che ha ritrovato una
nuova casa (le 54 opere esposte si possono visitare tutti i giorni fino al
tramonto: biglietto 8mila lire), si lega a John
Sutherland ospitato con un’imponente personale nelle sale dell’Antica
Reggia che domina il porto. La “vernice” è stata trasformata da Nino
d’Ambra, ideatore dell’iniziativa in collaborazione
con
E ancora per pochi giorni, a Forio, nella Galleria Del Monte, ci sono altri segni pittorici ispirati da storia e rivoluzioni, con i loro drammi e i loro trionfi: ecco le opere di Maurizio Valenzi, già sindaco di Napoli e cittadini onorario del secondo Comune isolano per estensione.
Ciro
Cenatiempo
=(Quotidiano “Il Mattino”, 2 agosto 1996, pag. 15)
Incontri ravvicinati di agosto ischitano
Vi hanno preso parte Ada Pappalepore, Lucia Tilena d’Amico, Filomena Piro, Gaetano Maschio, Gianni Vuoso, Giovannino Di Meglio, Pasquale Balestriere, Nunzia Migliaccio, Caterina Iacono e lo stesso Nino d’Ambra. Musiche del Quartetto jazz-rock del Centro di Ricerche Storiche d’Ambra »……
Ciro Cenatiempo
(Quotidiano “Il Mattino” del 9 agosto 1996, pag.26)
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Si inaugura
oggi la mostra di pittura nell’ambito di «Vivi nel Verde»
“Capire” Ischia nel profondo, nell’ autentico e nel vero come riesce a capirla John Sutherland, ha del prodigioso. Ragione per cui il mistero si ispessisce e ci spinge a creare, dietro la figura dell’ artista, un mito. Come se John Sutherland non esistesse - del resto che importanza hanno i nomi e le etichette? – e, al suo posto, invece si nascondesse un allegro folletto locale che si diverte gioiosamente con carta, tele e colori. Se così fosse, se cioè questo “ragionamento per assurdo” dettato in gran parte dal sentimento tipico dell’uomo di far proprio ciò che è bello, fosse possibile, ci troveremmo davanti, come si legge in giurisprudenza, ad una “luminosa” simulazione. E se anche ciò fosse quali sarebbero le conseguenze? Forse che le tele e i disegni di John Sutherland perderebbero una pur minima parte del loro valore? No. In assoluto. Lasciamo dunque l’uomo John Sutherland alle sue nebbie del Tamigi o alle sue verdi praterie d’Australia e leggiamo i suoi lavori che ci ripropongono con una passione degna del più autentico figlio dell’ Aenaria, colori e immagini, sensazioni e “colpi di luce” che soltanto chi sente con passione e slancio questa terra vulcanica, può esprimere. Si veda ad esempio “Semina sull’Altipiano” o “ Lune islamiche” a giustificazione di quanto detto. John Sutherland (o il suo “allegro folletto” ischitano) parlano qui di realtà antiche di Yscla che si perdono nella notte dei tempi e della leggenda, come le origini stesse di questo microsomo vulcanico. John Sutherland insomma ci racconta l’isola e ci parla di Ischia come qualcuno che ne ha studiato a fondo la storia, ne ha vissuto le giorni e le notti, ne conosce le componenti contadine, pastorizie e viticole nel profondo. “Sole mediterraneo”, “Uccelli sulla collina”, alcuni altri pezzi e, in particolare, “Forio di notte”, denunciano o, addirittura, svelano una padronanza del rito e della tradizione ischitana stupefacente per quell’artista venuto da lontano che è John Sutherland. Ad un punto tale che dovremmo, per riguardo e dovere, riconoscerlo come “ ischitano ad honorem” e a tutti gli effetti. Il suo espressionismo informale di indubitabili qualità pittoriche, la sua esplosione gioiosa di accostamenti cromatici che fa pensare - ma diciamo questo soltanto per pura preoccupazione di rendere accessibile il discorso a chi non vede l’esposizione - al mondo fantastico di un Chagall o alla ditirambica di un Mirò, ci costringono insomma a rifugiarci nel mistero. Ad aprire anche, per meglio capire e credere, una finestra sull’ignoto. Proprio perché la pittura di John Sutherland ci tocca e ci piace, ci turba e commuove vorremmo che, dietro l’etichetta del nome, si nascondesse l’allegro folletto ischitano. Come un demiurgo pronto a svelarci il segreto della vita e dell’arte, grazie al suo sapere e alla sua conoscenza. In tal caso John Sutherland ci apparirebbe come il più divertente e splendido falso d’autore.
Enrico Giuffredi
Domenica 9 settembre 1990- pag.12
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John Sutherland premiato a Sanremo
John Sutherland è conosciuto nell’isola d’Ischia sia per la frequentazione ultradecennale che per aver illustrato con grande efficacia, alcuni libri di Nino d’Ambra; il più impegnativo per l’artista fu Girolamo Milone, giornalista cattolico d’assalto (1988).
( Quotidiano “Il Golfo” del 16 dicembre 1994, pag. 21)
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TUTTO
ESAURITO FINO AL 13 OTTOBRE
Ciro Cenatiempo
(Quotidiano “Il Mattino” del 14 settembre 1996, pag.24)
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Ischia Porto
E
nella Reggia Cantori in libertà
«E’ un luogo ideale dove il fascino della natura e la forza magnetica delle radici saranno espressi – sottolinea d’Ambra – quale emblematico superamento degli egoismi». Durante la serata (inizio ore 18) sarà replicato «L’inno alla libertà» di Domenico Cimarosa, che ha costituito il filo conduttore della kermesse.
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Davanti ad un'opera d'arte scattano meccanismi onirici che fanno emergere sentimenti e valori culturali, senza che con ciò venga annullato il rapporto con la quotidianità ed il vorticoso ritmo della vita contemporanea.
Si potrebbe dire che si tratta di una pausa: per un momento il pensiero si sposta dall'ingegneria genetica, dalla cibernetica, dall'interattività dei mezzi informatici per dare spazio ad un processo di introspezione, di riflessione e, perchè no?, di poesia. E si può anche affermare che una vera opera d'arte stimola sempre il nostro immaginario e la nostra sensibilità, qualunque sia il linguaggio espressivo e i materiali usati. E' il caso delle opere di John Sutherland. L'artista, dopo aver svolto ricerche assolutamente autonome attraverso le varie avanguardie, ha sviluppato ed imposto uno stile innovativo ed evolutivo, collocabile ai limiti dell'astrazione, tra l'espressionismo e l'informale. Esperienze, emozioni, conscio e subconscio, realtà e sogni, alimentano una singolare forza cromatica che con grande vivacità, o assoluta tenuità, rende immediatamente percepibili i messaggi di un'arte innegabilmente ispirata, un'arte di ampi contenuti. John Sutherland possiede veramente la straordinaria capacità dio dare voce alle meditazioni dell'animo e alle percezioni sensoriali che scaturiscono dall'osservazione delle cose e degli eventi. E lo fa con un'istintiva e limpida scorrevolezza, con una semplicità e una umanità suadente, incisiva, estremamente coinvolgente. E' un'artista che ha personalità e valenza" (Gino Trabini, Dizionario Enciclopedico Internazionale d'Arte Contemporanea, 200/2001, Ferrara).
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John Sutherland
Un espressionista astratto ad Ischia
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Questa volta Nino d’Ambra ha aperto l’ androne del suo palazzo per ospitare l’one man show di John Sutherland. Finora nessuno, credo, aveva avuto modo di conoscere questo artista. Il “folletto2 di cui parla E. Giuffredi, evidentemente, sorpreso ed adottato dalla coinvolgente malìa di Ischia s’è lasciato alle spalle le sue nebbie e caligini per lasciarsi coccolare dalle suggestioni cromatiche e dalla luce di Forio. E’ la nostra luce con la sua purezza e l’irripetibile scintillìo che ha intrigato artisti da Bargheer a Cremonini, a Pagliacci, a Visconti, a D. Hansen,permettendo anche alle intelligenze isolane con gli stessi. .
Nell’ androne del Centro di Ricerche Storiche d’ Ambra scorrono così davanti agli occhi gli acrilici di Sutherland, tutti giocati su un vivido e voluttuoso cromatismo in cui i punti, le linee di puro colore compongono forme che, pur richiamando esplicitamente a varie letture, si caratterizzano comunque per una loro eleganza formale. Il segno sottile ed essenziale della grafica del trittico di “ Sogno della libertà” (è un tema tanto caro anche a te, vero, Nino d’Ambra?) ben si collega alla diacronia esplicita e vibrante del gorgo vorticoso, espressionistico, costituito dagli aranci ed i rossi di “Chernobyl” in cui urla la passione civile, ferita dell’ artista. Ma è solo un momento. Forio di ripropone in tutta la sua cocotterie nel grazioso e tenero “Forio di notte”. Le linee sinuose e cariche di rimandi culturali di “ Semina sull’ altipiano” e “Lune islamiche” sono probabilmente i pezzi meno suggestivi perché il senso della grafica prevale sull’ ispirazione che, invece, prevalente e diretta come in “ Fuga dalla terra” ed “Evanescenza” senza la rete del controllo formale rivela un’emozione partecipe ed esplicita, resa attraverso la fusione della memoria e l’impasto dei colori. E’ stata un’ ottima idea quella di Nino d’Ambra, il fatto di far conoscere un altro artista e vale la pena allungarsi fino al suo palazzo a San Vito per completare un ideale Itinerario, seppure parziale, di una Forio meno contaminata. Queste sono proposte da non lasciare in sospeso. Provaci ancora, Nino!
Pierluigi di Majo
(quotidiano “Il Golfo” del 23 settembre 1990, pag.17)
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...Dopo le gelide rappresentazioni delle varie periferie urbane, tutte apparentemente simili: da Mosca a Montreal, da Tunisi a Vienna, da Londra a Tokyo, da Amsterdam a Helsinki, da Budapest a Parigi, a Pechino, accomunate solo da un assordante silenzio, John Sutherland affronta il cuore pulsante del centro urbano della città, a cominciare da Tokyo che al crepuscolo ostenta la massima tensione di vita. Per l'artista è quasi una rinascita spirituale, una ricerca di contatti esistenziali e di memoria, meticolosamente evocati, forse nel ricordo nostalgico di una vita tumultuosamente vissuta.
Anastasia Villone
(Dizionario d'Arte Moderna e Contemporanea 2007, Ferrara; pag. 234).
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Due opere fra le più emblematiche, realizzate da John Sutherland all'inizio del Terzo Millennio, sono da annoverarsi "New Economy" (in cui sottolinea con forza la caducità delle nuove frontiere dell'economia che non collocano al primo posto in assoluto l'avvio della risoluzione dell'immenso problema della fame nel mondo) e "Big Bang" dove il caos primordiale trova un perfetto equilibrio armonico conseguente ad un lungo processo di assestamento: la consueta spatola usata dal pittore nella sua immediatezza esistenziale, a volte come aspersorio e a volte come pugnale, si associa alla fotografia e al computer...
Anastasia Villone
(Dizionario d'Arte Moderna e Contemporanea 2001/2002 , Ferrara; pag. 265 ).
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John Sutherland, è un pittore moderno di eventi e temi che approfondisce con una tecnica di avanguardia e penetra emotivamente con i propri segni metaforici in situazioni sociali e ambientali.
L'analisi della realtà, allora, si trasforma in una sorta di racconto dai vari articolati capitoli in cui geometria, colore e allegoria creano una visione contingente delle storie commentate con il disegno e le allusioni anche cromatiche e il suo astrattismo-informale di gusto gestuale ha caratterizzazione di "messaggio" o "segnale" anche di critica o commento...
Antonio Caggiano
(Dizionario d'Arte Moderna e Contemporanea 2003/2004, Ferrara; pag. 370)
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La tragedia dell'undici settembre a New York non poteva non scuotere, dal più profondo del suo essere, John Sutherland, se si tiene presente che i temi sociali e libertari hanno informato grande parte del suo itinerario artistico ed umano. E' ancora lucido nel ricordo quando al Salone dell' Arte Contemporanea a Firenze, espose venti suoi dipinti ispirati alla Guerra del Golfo del 1991, che furono una vibrata protesta contro Stati e Religioni che non erano riusciti a fermare il conflitto. Ma l'assassinio preordinato di tremila innocenti è un'aberrante generazione che pone l'uomo al di fuori del consorzio umano per catapultarlo di colpo nel periodo tribale.
Giovanni Plotino
(Dizionario d'Arte Moderna e Contemporanea 2002/2003, Ferrara; pag.283 )
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A PALAZZO MAFFEI DI VERONA
ESPONE IL PITTORE JOHN SUTHERLAND
Talvolta egli usa l’acquerello o la china, ma sono gli acrilici e gli oli a connotare, con maggiore evidenza, la sua ricerca ; sono i quadri attraversati dai segni nervosi di un gesto che si muove con immediatezza e rapidità esecutive a caratterizzare le sue prove «Il suo espressionismo informale di indubitabili qualità pittoriche- scrive Enrico Giuffredi la sua esplosione gioiosa di accostamenti cromatici che fa pensare al mondo fantastico di Chagall, ci costringono a rifugiarci nel mistero».
(quotidiano “L’Arena” di Verona del 13 novembre 1996, pag.10
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John Sutherland
E' artista che trasfigura il gesto meccanico, pittorico, in un dipinto fatto di pulsazioni. Certamente, il suo lavoro non è ripetibile. John Sutherland crea un'opera come se fosse l'inizio di un ciclo. In verità, è già conclusa. La sua gestualità psichica crea una sorta di magia sul supporto violentato dalla più varia cromia. Prendiamo il caso di "Prigioniero del colore". Il pittore si è abbandonato a riempire gli spazi, a lasciare spiragli di bianco come abbagli di luce. La composizione informale presenta immagini in movimento,ombre, quasi giochi antropomorfici. E' pittore di allusività come nel caso emblematico della composizione quasi monocromatica dedicata all'"Agonia di tartaruga marina"
Paolo Levi
(Da "La Bellezza della Forma".Editore Giorgio Mondadori, 1996)
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[MOSTRA IN
CORSO]
di
Carmela Iacono – 4 maggio
L’ultima
iniziativa è l’allestimento
della mostra dedicata a John
Sutherland, per lunghi anni ospite della nostra
isola. La sua espressione artistica è fondata su radici storiche
evoluzionistiche, che non hanno esaurito la carica vitale delle sue opere. Nelle
sue opere non c’è descrizione, ma tutto è all’essenziale alle atmosfere
personali, che ognuno prova osservando ed immedesimandosi nei suoi dipinti. Le
sue tele esprimono una conoscenza profonda dell’arte informale. Alcune sue
opere sono legate all’azione del vento, espresse da un movimento concentrico,
come “Il
vento” rappresentato
in rosso su bianco come se volesse chiarire il segno d’altri quadri a lui
correlati: “
Un altro aspetto della sua pittura è la staticità, egli riesce ad
ottenerla associando dei colori e combinandoli tra loro, come in “Autoritratto”
dove il pittore rappresenta un cranio visto dal dietro e guarda
in una direzione dove è possibile che egli stia guardando verso uno specchio,
alcuni critici dicono che questa sua rappresentazione potrebbe essere un suo
momento di grande riflessione con se stesso. Quadri d’interesse politico come “Bosnia
Altri quadri (non esposti ma pubblicati
sulla rivista Mondadori)
illustrati magistralmente dall’avvocato Nino d’Ambra come
“In morte di
Gabriele Cagliari” legato al periodo di
tangentopoli, e “Il
passero e l’Aquila Reale” legato al tema
dell’ eterna lotta tra i deboli e i più forti, il primo rappresentato dal
passero che si piega al proprio destino di soccombente.
Altri temi evidenziati nella mostra sono
quelli della musica come nel celebre e maestoso “Jazz band” un
nero su bianco, tratti tra loro armoniosi sembrano note scritte su un
pentagramma o dal più moderno rock puro dedicato all’artista italiana Gianna Nannini,
ma anche temi dell’ecologia come in “Agonia
di una tartaruga marina”. E il
tema della guerra in “La
casa di Luisa”:
qui l’autore si ispira a un racconto che narra di una casalinga la quale, mise
a disposizione la propria casa per proteggere i partigiani in fuga, senza tener
conto dei propri rischi. E non mancano gli spunti di tipo religioso. Come “Cacciata dal tempio”,
ispirato alla Bibbia, quando Cristo cacciò i mercanti dal tempio. Molti sono
gli esperimenti che l’autore propone. Come la produzione di quadri su carta
velina unici nel loro genere, poiché, per la sottigliezza del materiale,
possono creare l’effetto di un duplice quadro. Il logo stesso, emblema del
centro di studi storici foriano, è stato del resto creato dal Sutherland, a
significare la difficoltà e la complessità della ricerca storica.
( “Corriere dell’isola” n.17 del 06.05.2009, pag.7)
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100 dipinti di grandi dimensioni,
retrospettiva di 25 anni
JOHN
SUTHERLAND: QUANDO
Il
gesto e lo sguardo: l’auscultazione della realtà nel dinamismo di un’arte
che è comunicazione diretta col mondo. Le opere sono in mostra presso il Centro
di Ricerche Storiche d’Ambra.
di
MASSIMO COLELLA
Ciò che si intende dire è che l’arte raffinatissima del Sutherland è
più spesso rivolta all’esterno che all’interno, e che questo “esterno”
– intuito più che rappresentato, fascinosamente abbozzato più che delineato
– è talmente interiorizzato che l’osservatore percepisce nel risultato
finale dell’elaborazione pittorica, che è poi l’atto ultimo di un travaglio
interiore e di un’ispirazione mai forzata, la vigorosa forza di uno
“sguardo”, quello dell’artista, sul reale e sull’irreale o meglio su una
sorta di reale archetipico, che è sguardo nell’interno e nell’esterno, nel
“fuori” e nel “dentro” rispetto ad una soggettività che preme i confini
della coscienza per divenire prorompente forza di conoscenza che diviene comune,
collettiva e fruibile, talora quasi pedagogica.
Ed è
naturale poi che lo sguardo di Sutherland debba fare i conti con un altro
sguardo, che è il nostro, sicché nella visione/fruizione della creazione
estetica all’opera sono due sguardi paralleli e complementari, e da questo
gioco di sguardi nasce più che una pura sensazione, una vibrazione
dell’intelletto, quasi come un’apertura su uno sconfinato orizzonte di
pensiero. Si tratta, in questo senso, di un’arte intellettiva che prevede la
partecipazione dell’osservatore per la decifrazione/comprensione non tanto
della tela in sé, quanto di quel “reale” di cui l’opera si fa tramite,
quasi che le acrobazie cromatiche provenienti dall’impulso di un gesto (im)mediato
abbiano in sé la forza di esprimere i problemi dell’odierno più di quanto
possa fare un’arte discorsiva e parlata, proprio in quanto un’arte siffatta
si libera dalla vana retorica e si produce in tanti squarci di riflessione
quanti sono i vibranti e rapidi gesti che producono arte e sono essi stessi
arte.
E così i labirinti interiori delle forze psichiche si liberano
nell’estrinsecazione gestuale-esistenziale (talora espressionistica) di un
mondo lacerato da tensioni e contraddizioni: ecco allora la serie delle
“Periferie urbane”, i luoghi senz’anima che le tele ci rimandano in
astratte figurazioni pittoriche da cui emerge un inquietante senso di abbandono
e di desolazione, oppure le opere che ci consegnano uno sguardo lucidamente
allucinato sulle guerre e sulle devastazioni compiute dall’uomo sull’uomo, o
ancora le immagini relative alle catastrofi naturali messe tristemente a punto
dal consorzio umano (si veda, ad esempio, la struggente “Agonia di tartaruga
marina” in cui si fa evidente – mediante un gioco di monocromia celeste –
la crudele dissipazione delle potenzialità naturali dovute, e mi servo delle
significative espressioni di Umberto Galimberti, alla sostituzione della
“Legge del Tutto” con quella “dell’uomo sul Tutto”, che ha determinato
gli squilibri parossistici cui assistiamo mai troppo vigili, mai troppo attivi).
E questo sguardo sull’esterno, che è poi sguardo su un esterno
interiorizzato e su un interno esteriorizzato, somma di impressionismo ed
espressionismo risolta in un neo-gestualismo vibrante che ha tratti
esistenziali, sguardo che guarda l’esterno e non lo fotografa, ma lo ripone
nella psiche per poi trarlo fuori trasfigurato, essenzializzato, purificato e
translucido, cartina tornasole di una risonanza dell’anima che si fa poesia
pittorica, questo sguardo, dico, può volgersi anche alle terre lontane ed
archetipiche del mito, da cui trarre come da un serbatoio sempre abbondante e
vivido innumerevoli significazioni dell’alterità sempre profondamente intuita
e magistralmente resa nel gioco psichico di forze incrociantesi nella mente e
sulla tela (di qui i viluppi cromatici, nodi dell’anima, nodi della realtà
prima che nodi di colore). Il mito diviene così metafora e figurante prezioso
di una realtà sempre viva che emerge nelle sembianze magiche di un universo mai
lontano, che si fa specchio di una dimensione conscia e inconscia, tanto onirica
da invertirsi nel suo contrario di un immaginario per niente sognante. Di qui
nascono opere come “L’armatura di Ettore”, in cui il guerriero omerico è
immaginato nel momento della negazione di sé, che epicamente è esaltazione
massima del proprio Io, allorquando dilaniato dal furioso Achille sotto le mura
di Troia (ma lo spazio nella tela del Sutherland è assente; la dimensione
cromatica dello sfondo è il bianco decontestualizzante e attualizzante di uno
spazio che è il non-spazio del sempre: Ettore come simbolo non tollera
restrizioni spazio-temporali), il fiero combattente teucro si disintegra in
brandelli neri, che sono poi i pezzi disuniti ormai della sua armatura con cui a
suo tempo si era identificato in una totale simbiosi con la sua missione di
difensore dell’alma patria. Di qui, da questo disperato tentativo di
aggrapparsi al mito – non per evadere in un sovramondo fiabesco e leggendario,
ma anzi per direzionare in senso intro- ed extro-iettivo un dinamismo di
significati che dall’odierno trascorrono al mitico e viceversa – nascono
opere che del gesto smisurato e abnorme dell’artista-creatore conservano la
soave armonia; ma quest’armonia non è una pacificazione formale, ma
un’inquietudine che ci dice tutto nel massimo dell’oggettività, che è però
inevitabilmente e splendidamente un’oggettività riflessa e, pertanto,
squisitamente soggettiva.
Ma la grandezza dell’arte di Sutherland è, a mio avviso, in quell’apparente
mancanza di senso che guida il gesto istintuale del pittore e in quella pienezza
di senso che invece poi emerge dalle sue opere, ed emerge proprio in virtù di
quel gesto che, seppure incosciente nell’istante, in realtà reca in sé la
straordinaria stratificazione concettuale di una riflessione maturata nel tempo
che da inconscia si fa conscia solo nella realizzazione ultima dell’opera,
quando le tonalità cromatiche sulla tela (i soggetti,
ad acrilico e ad olio, sono realizzati prevalentemente a spatola: il
risultato estetico è nell’originario dinamismo della tecnica ed anzi
nell’ancor più originario dinamismo della mente creatrice che nell’istante
intuisce e nell’istante realizza) recano in sé un significato multiplo che
paradossalmente non si cerca consapevolmente di comunicare ed eppure si comunica
con maggior forza in quanto non è un’istanza dell’intelletto – che pure
opera nella stratificazione concettuale della crescita spirituale dell’artista
– ad agire, bensì l’agito è tutto determinato da un’istanza
dell’anima, mentre il gesto, completamente immemore (non sa e non vede: eppure
la mano creatrice, si direbbe, ha occhi e sente), porta a realizzazione quell’alchimia
di cui quasi non si comprende infine chi è l’artefice.
E nel gioco di sguardi (dell’osservatore e dell’artista, che a sua
volta è deframmentato e scisso negli sguardi rifrangentesi della psiche e della
mente, del corpo e della mano, del gesto e dell’intelletto) veramente ha la
meglio non la volontà precostituita di una coscienza senziente e coordinante,
ma il libero equilibrismo di una forza onirica che spinge le visioni fino al
limite del dicibile e del comprensibile, di una forza che l’artista riesce a
lasciare andare, quasi che tale forza fosse il doppio del Sé artistico, forza
fascinosa che tracima e riconduce ad una profonda visione etica come a un bacino
comune da cui ogni cosa ha origine e in cui ogni cosa rifluisce. E lo
straordinario risiede per l’appunto nel fatto che questa visione non è
imposta volutamente sullo schermo bidimensionale (e aperto) della tela, bensì
naturalmente s’impianta grazie a quella sintesi portentosa tra gesto e psiche
che porta sul quadro la forza di un’eticità mai tematizzata direttamente e
che eppure si tematizza da sé grazie all’incanto di un’indole profondamente
artistica e morale, lì dove il Bello e il Bene si identificano.
Lo sguardo multiplo di cui si diceva, talora viene apertamente
approfondito in sede estetica in tele come “L’occhio del serpente”, in cui
l’osservatore è immesso completamente nelle profondità verdi e scarlatte
dello sguardo ferino (il gioco degli sguardi, in questo caso si moltiplica
all’infinito) e “Bufera”, in cui lo sconvolgimento naturale di una
tempesta acquista le sembianze antropomorfiche di vortici che assumono le
fattezze di due occhi penetranti. Lo sguardo si fa così cifra di un’apertura,
cioè propriamente di uno sguardo aperto all’esterno: e l’arte di Sutherland
è per l’appunto questo, non l’auscultazione passiva di sé, ma occhio
rivolto verso il mondo, tangibile tassello esperienziale di una comunicazione
col reale.
S’intende, poi, che questo così diretto coinvolgimento col reale
non preclude strade di sublimazione, ed anzi non solo il mito, ma anche il mondo
letterario coi suoi fantasmi potentemente suggestivi può farsi mezzo catartico
di esplorazione del reale: ecco allora la tela del “Don Chisciotte” animato
da un vitalismo terribile e sconvolgente, e ancora la profondità vermiglia di
un’opera come “Francesca da Rimini” in cui il celeberrimo V Canto
dell’Inferno dantesco è compendiato in tratti furiosi e dal dinamismo
estremo.
Il reale così indagato, così refertato, così sublimato può essere
allora veicolo di valori, di ricerca intellettuale, di critica: e critica nel
senso etimologico, “discernimento”, da “krìno”: e discernere significa
per l’appunto vedere (ritorna il tema dello sguardo e degli sguardi),
osservare con occhi lucidi il degrado di un mondo sconvolto da assurdi principi
economici (si pensi al drammatico quadro che accenna alla “New Economy”), da
disastri ambientali sempre più evidenti (si veda, una tra tutte, un’opera
come la vibrante “Desertificazione”), da guerre e stragi di ogni tipo
(straordinariamente toccante il quadro rappresentante con movimento di circolare
affettività le ricurve “Madri bosniache”). Sutherland osserva con
disincantata e lucida intelligenza il triste baratro in cui la terra tutta
sembra sprofondare, e lo fa attraverso i segni mossi e vibratili, talora
allucinati, della sua pittura nitida come una poesia ben riuscita: eppure
qualcosa si può fare, per salvare questo mondo trascurato e sfruttato, e quel
qualcosa risiede in quel margine di luce offerto per l’appunto
dall’osservazione, dalla comprensione: l’intellettuale che osserva, che
comprende lancia il suo grido d’allarme; sta a noi raccoglierlo per combattere
con dignità a che
(Saggio di Massimo Colella,
pubblicato sul quotidiano
“Il
Golfo” l’ 11 giugno 2009, inserto Arte e Cultura)
__________
N.B.
Per la selezione della rassegna stampa italiana e per alcuni giudizi critici sul pittore,consultare il sito
Web: www.johnsutherland.altervista.org
Anche:
http://it.youtube.com/watch?v=Ogs16iV-zpo
e http://it.youtube.com/watch?v=En4lAgBj6HY
Oppure trovare su di un qualsiasi motore di ricerca “John Sutherland pittore”
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L'Ambiente nella pittura di John Sutherland
PERCORSI
DI PITTURA
I PROBLEMI AMBIENTALI NELL’OPERA DI
SUTHERLAND
La crisi ambientale come crisi valoriale
S’inaugura qui uno spazio dedicato allo straordinario e affascinante
linguaggio pittorico di John Sutherland, i cui dipinti sono in esposizione al
Centro di Ricerche Storiche d’Ambra, a Forio d’Ischia. Si procederà di
volta in volta con la descrizione di opere specifiche particolarmente suggestive
o dei particolari “filoni” tematici, per così dire, dell’opera del
pittore, sebbene s’inviti a non pensare all’operazione di Sutherland come ad
un fenomeno facilmente “suddivisibile” e a considerare le divisioni
contenutistiche che verranno effettuate puramente indicative all’interno della
ben più vasta e irriducibile opera sutherlandiana.
La difficile situazione in cui versa l’ambiente (vedi l’acrilico su
tela: “Inquinamento del fondale”) è una sconfitta tutta umana, e Sutherland
è abilissimo nel restituircela, placata quasi, sulla tela che riassorbe e
purifica nell’arte le negatività dell’insipienza umana. Così, in “Agonia
di tartaruga marina”(acrilico su tela cm. 100 x 120), tela monocromatica
d’assoluta suggestione, lo sprofondare dell’animale negli abissi di una
morte atroce è riprodotto con un dinamismo quasi espressionistico a significare
la difficile piaga irrisolta e aggravantesi dell’inquinamento in tutte le sue
declinazioni possibili.
Allo stesso modo, in “Desertificazione”( acrilico su tela cm. 150 x
100): il dissesto ambientale è colto con uno sguardo lucidissimo che denuncia
non soltanto un problema di natura estrinseca, bensì anche e forse soprattutto
una desertificazione interiore, che poi di quella esterna ne è causa e al
contempo effetto: in queste e nelle numerose opere che trattano segnatamente il
tema (ma è naturale che questi nuclei contenutistici travalichino i confini di
un “filone” per divenire episodici e marginali in altri percorsi
concettuali, ma non per questo trascurabili), la crisi della Natura è, dunque,
per Sutherland una crisi dell’Uomo, anzi “la” Crisi Umana per eccellenza,
che sono sì i limiti intrinseci alla finitudine umana, ma maggiormente tragica
decadenza contemporanea, assuefazione a un orizzonte di perpetua
desertificazione e di perpetua morte, decadimento della Vita materiale e morale,
perdita di un sicuro bagaglio di valori.
Crisi Ambientale come Crisi Valoriale, dunque: come a dire – ed è
questo, credo, il messaggio di Sutherland – che la desertificazione da cui
bisogna guardarsi per poter salvaguardare il cosmo intero e l’uomo che ne è
“copula” (homo copula mundi) non è visibile all’occhio umano – ed è
per questo che è ancora più pericolosa. Si chiama “desertificazione”, sì:
ma è dell’anima.
Sul tema vedi anche le opere precedenti dell’Artista:
“Inquinamento del fondale”, acrilico su tela; “Nube tossica”, acrilico
su masonite; “Aragoste al petrolio”,acrilico su tela “Inquinamento
vetrificato”, tecnica mista su carta.
(quotidiano “Il Golfo” del 2 luglio 2009, pag.29)
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«L’isola
di Wight»: la più recente opera pittorica di John Sutherland
È l’opera più recente di John Sutherland ed è un capolavoro. Un
capolavoro di enormi dimensioni che trasuda vitalità esplosiva ed energia
assoluta. È “L’isola di Wight”, un’isola che vive nelle risonanze
interiori dell’artista come lontana e fantasticata terra dei sogni.
Di recentissima produzione (luglio 2009), la tela trascina di getto
l’osservatore-fruitore – anche con la forza del suo notevole formato (cm.
220x175) – in un mondo primitivo, profondamente arcaico e libero. L’omaggio
è evidentemente alla deriva pacifista e non violenta del movimento giovanile
del Sessantotto e alla prorompente carica di quei convulsi anni che ebbero
nell’incontro sull’isola di Wight come il vessillo e la bandiera
identificativa; ma tuttavia ciò che più interessa all’autore è la luce: la
luce che emana visibile dall’isola stessa, quel sogno di luce e armonia che
con tratti intensi e vitali, impulsivi e arcaico-magici emerge dalle lande
primigenie della Memoria. Le squillanti ed aggressive cromie ci riportano allora
ad un orizzonte molto concreto e materico, ad una terra che è sì del Sogno e
della Memoria, ma è soprattutto, essa stessa, visibile ed immanente
manifestazione empirica di sostrato e forma, isola reale e non solo isola
immaginata. Soprattutto la sezione sinistra della tela emana accecante vivida
luce, raccolta com’è in macchie gialle d’assoluta libertà espressiva
contornate spesso con maestria cromatica da archi ed aloni verde-intenso; ma è
evidente che la luce pervade l’intera tela, nei reticolati e nelle linee,
nelle macchie e nelle forme. Ed è in virtù di questa luce, e del buio che –
nel gioco (pittorico ed extra-pittorico, dunque esistenziale) dei contrasti –
necessariamente è presente sullo sfondo e nei bordi estremi perché essa possa
brillare maggiormente, che emerge il contorno geografico ed anti-geografico, i
confini reali e non, dell’isola, un’isola che, come al solito nell’arte di
Sutherland, non è descritta, ma evocata, è analiticamente abbozzata, ma non
figurativamente resa, un’isola che ha il sapore ruvido di una terra tanto
primitiva da essere assoluta e non sfumata, tanto arcaica da far sì che anche
l’Arte le si adegui nel ritornare ad essere arte preistorica, pittura
rupestre, “graffito” sui generis e canto nuovamente arcaico della
post-modernità.
L’arte sutherlandiana attua così un percorso, un itinerario a ritroso
verso le lande del Passato mitico e brumoso di una terra selvaggia, scava oceani
nell’interiorità e nell’esteriorità, ossia nei poli opposti e infine
riuniti del cosmo, e riporta il segno e il gesto alla loro originale purezza.
Gli arabeschi delineano pertanto più che un paesaggio reale – ed oltre che un
paesaggio reale – un luogo dell’anima profondamente rivissuto ed anzi una
silloge o un diorama sintetico di uno spazio che si fa atmosfera. E in tale
direzione incide anche la scelta materica perché, oltre all’acrilico,
l’artista ha scelto di utilizzare un materiale inusitato e originale,
suggestivo e di per sé evocatore, come la corteccia di palma che già da sola
ben rende l’autenticità e l’armonia di un mondo antico e naturale,
primitivo nella sua irrequieta esistenza. Irrequieta tanto da manifestarsi mossa
e mobile, liquida e ancora non fissata sulla tela che vorrebbe, ma non può
trattenerla.
La scelta del materiale – assieme alla gestuale policromia danzante (e
se di danza si tratta, è di certo tribale e misterica) – restituisce così
all’osservatore-fruitore un’immagine di assoluta originalità che nel segno
di ritmi ancestrali esplora cavità nascoste ed archetipiche dell’umana
esistenza.
L’isola di Wight nella sua concretezza geografica e nella sua
dimensione di potente e simbolico idolo diviene pertanto solo lo “starting
point”, il punto di partenza per un’indagine sottile che costituendosi sulla
base di materia (corteccia di palma quale referente emblematico di una
dimensione e di un’atmosfera), forma (forme dell’inconscio lette alla luce
di uno spazio dell’anima) e colore (tra le varianti cromatiche, oltre alla
vitalità del giallo e dell’arancio, si nota – fra le altre tonalità – il
rosso, con cui quasi si vuole, credo, inconsciamente simboleggiare il sangue e
la ferocia primitiva dei sacrifici tribali o semplicemente l’energia esplosiva
di un’accesa gioia) analizza un universo sciamanico e mandalico, tanto oscuro
e complesso da decifrare e decodificare quanto chiaro e palpitante nella
fruizione di una vibrazione che emana incoercibile dall’opera per raggiungere
l’occhio e la mente dell’osservatore. Per raggiungere le corde sottili
dell’animo umano. Per raggiungere il centro pulsante dell’isola
archetipica che ognuno nel fondo porta. Dentro di sé.
(Massimo Colella, quotidiano “Il Golfo” del 27 agosto 2009,pag.28)
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Gli
orrori della guerra nell’opera pittorica di John Sutherland
IL DOLORE E IL DEMIURGO
Il
canto gestuale in nome della Pace cosmica
Il suo Gesto pittorico – segno e traccia che dal teorico sfocia nel
prammatico visibile – è resa artistica fulminea di una mediata, inconscia e
stratificata materia spirituale; ma è per opera di una natura profondamente
etica, non per un deliberato proposito di tematizzazione che dal Gesto nasce,
prepotente e dinamico, il riferimento a drammi sociali ed umani: ed è un gesto
il suo, coordinato nella sua scoordinata “volonté” d’esistenza.
Il suo sguardo, invece di scavare abissi nella sua sola anima individuale
e di chiudersi nell’introspezione dell’interiorità, fa di
quest’interiorità il punto di volta di un discorso tutto rivolto
all’Esterno, alle specificità peculiari di un universo – quello attuale –
in agonia profonda.
L’opera di John Sutherland, artista eccellente e fondatore del
Neogestualismo Esistenziale, ha in sé uno spazio speciale e vibrante riservato
ad una landa drammatica dell’esistenza visibile ed esteriore rispetto ad
un’interiorità che pure emerge con vaste e sensibili risonanze, quella landa
che è il microcosmo sanguinante e terribile della guerra.
Attratto com’è dall’impegno nel e per il sociale (impegno per nulla
astratto, ma fattivo e propositivo nella denuncia e nell’ipotesi di una
ricreazione demiurgico-valoriale), Sutherland fa di numerose sue tele
altrettanti moniti lanciati dall’artista-intellettuale nei confronti di un
dramma politico-sociale che ha coinvolto e coinvolge migliaia di individui.
Lo sguardo dell’artista si sofferma così sul “Dolore di madri
bosniache”(olio su tela,cm.70 x 100), appena accennate nel loro protendersi
curve a proteggere i propri nati, sull’“Infanzia bosniaca”(olio e acrilico
su tela,cm.50 x 70) così ferocemente impedita nel suo naturale sviluppo e così
prepotentemente negata dalla logica della guerra, sui “Profughi”(acrilico su
tela,cm.50 x 70) che – colti nel loro dinamismo concitato e stanco –
s’avventurano, nere forme su fondo bianco, nel mare magnum di un’esistenza
che li rigetta nei margini di un’umanità negata. E il sangue, nel formidabile
dipinto “Bosnia ‘94”(acrilico su tela,cm.100 x 70), che passa e si
trascina dolorante e furioso sulla regione jugoslava, traccia quasi un astratto
ed elementare profilo umano che ci dice della commistione straziante tra le
risorse ambientali ed umane negate e distrutte dal vortice annientante della
guerra; ma in quel profilo c’è anche a ben guardare – oltre che una sorte
di allucinata personificazione della Strage – il ritratto sofferto dell’uomo
che mai pago distrugge se stesso nell’Altro fingendo di non accorgersene. C’è
in quel profilo la traccia visibile di una distruzione che non alimenta che
ulteriore odio e ulteriore sangue, in un circolo pernicioso e infernale di
ripetuti mali. Ed invece da questi ripetuti mali – di cui si depreca
l’orrore – è necessario, ci dice Sutherland, che almeno nasca una
consapevolezza storica che ci dia una misura di retto agire. Si descrive la
guerra insomma e s’accenna ad essa nel suo straziante ed onnipervasivo dolore
perché ciò possa essere d’aiuto per una solida rifondazione dei valori,
perché ci possa essere una palingenesi totale nella coscienza degli Stati e dei
singoli tale da evitare il ciclo nient’affatto inevitabile degli odi e delle
ostilità, delle avversità e dei conflitti. Nel nome di quella Pace cosmica che
ognuno ricerca in sé come dimensione di interiore tranquillità e che invece
dovrebbe sforzarsi anche di costituire nell’esterna pratica sociale e
nell’universo fattuale, affinché non più si replichino quelle atrocità.
Che, invece, tuttora si compiono.
![]() |
LE TORRI GEMELLE |
Sullo stesso tema si vedano: “Undici Settembre” (acrilico su tela, cm.70
x 50); “Il dittatore” (olio su tela,cm.70 x 100); “Le Torri
Gemelle”(tecnica mista su cartoncino,cm.70 x 50); “Dachau”(acrilico su
tela,cm.150 x 100); “La casa di Luisa”(acrilico su tela,cm.150 x 100);”Il
Dittatore”(olio su tela,cm.70 x 100); “I volti del terrorismo”(acrilico su
tela,cm.100 x 70); “Soldato nazista”(olio su tela,cm50 x 70);”Fuochi su
Serajevo”,(olio su tela,cm.100 x 70);”La tortura”(acrilico su tela,cm.120
x 100).
Non si possono concludere queste brevi note senza ricordare «il
grido forte» contro la
guerra che si levò dai dipinti di John Sutherland (vedi anche “Il Golfo”
del 21.11.1993), ispirati alla prima Guerra del Golfo, nel Salone Italiano
d’Arte Contemporanea di Firenze, sulla sofferta considerazione che né capi di
Stato, né Governi, né Religioni, né Partiti erano riusciti a fermare il
conflitto e le conseguenti prevedibili stragi di innocenti.
(Massimo Colella,quotidiano “Il Golfo” del 3 settembre 2009)
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«COLORI
DELLO ZOO». Cinquanta acquerelli di John Sutherland.
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LO
ZOO: SEGNI, COLORI E SOGNI DI UN MICRO-KOSMOS
Percezioni
profonde di un universo squillante e vitale
Saper trasmettere attraverso un’arte informale ed antifigurativa, gestuale ed intuitivo-esistenziale, impressioni di vita e sensazioni coloristiche reali è per dir così un “gioco” affascinante e superbo ed anzi una “tèchne” ardua – nel senso pregnante e precipuo del termine greco – in cui riesce solo chi vivifica tale pragmatica capacità alla luce di una personale esperienza interiorizzata. E sono sensazioni coloristiche e impressioni di vita davvero ben rese quelle che John Sutherland, fondatore assoluto del Neogestualismo Esistenziale, fa vibrare, trasognate e autentiche, nei dipinti dell’affascinante e originalissimo ciclo pittorico che con altissima sperimentazione delinea uno sguardo profondo sull’universo squillante e vitale dello zoo: uno sguardo sì profondo, ma che però è anche immediato e volutamente epidermico, quasi a voler far intendere che si guarda alla superficie delle cose solo per poi (ma anche contemporaneamente e in simultanea) scavarne e scovarne il senso interiore riposto.
I
“Colori dello zoo” – è questo il titolo che individua e delimita tale
suggestivo micro-spazio dell’arte sutherlandiana – tracciano così, a ben
guardare, non solo e non tanto uno sguardo umano, pertanto esteriore ed
allotropo rispetto ad un universo che si presuppone e si conosce come avente
leggi faunistiche e in generale naturalistiche sue proprie, ma tentano anche –
per quanto sta nelle capacità di una percezione che nondimeno resta totalmente
e naturalmente all’interno delle umane coordinate – di dipingere e ritrarre,
descrivere ed anzi replicare quasi dall’interno il mondo straordinario che si
legge visibile ed invisibile nella metamorfica congerie di forme vitali che si
dimenano mosse susseguendosi e intrecciandosi nei giardini zoologici del mondo
intero.
Ciò che si intende dire è che lo sguardo è sì esteriore perché tutto
rivolto – come programmaticamente indicato dal titolo della serie – ad una
percezione sensoriale esterna quale quella visiva, e specificamente alla
percezione visiva-sinestetica dei “colori”, ma tuttavia la prospettiva è
anche quella di chi tenta d’addentrarsi incisivamente nell’universo
cromaticamente variegato dello spettacolo vitale offerto dall’ordinata natura
degli allegri-scanzonati parchi zoologici. In altri termini, lo sguardo
esteriore ed epidermico assolutamente concentrato sulla superficie cromatica e
sull’amalgama fascinoso e metamorfico, inquieto e spettacolare, talora
emozionante, dei “colori dello zoo” in realtà non fa che divenire non solo
auscultazione interiorizzata di un mondo così particolare, ma addirittura mondo
particolare esso stesso, reduplicazione cangiante del mondo naturale.
La sfida sembrerebbe barocca (l’arte che supera la natura: si pensi –
nel capolavoro di Giambattista Marino, l’“Adone” – al canto
dell’usignolo sopraffatto dal canto del poeta), ma non lo è perché a
realizzarsi non è una contrapposizione, bensì una compenetrazione assoluta con
le coordinate dinamico-esistenziali di Madre Natura stessa colta nell’universo
pacificato e regolato del “microkosmos” di una porzione di mondo. E di
questa porzione di mondo, prevalentemente su uno sfondo di assoluto biancore
appena insidiato da venature per lo più rosate e violacee, il Gesto pittorico,
inconscio nella sua consapevolezza, irrequieto nella sua fermezza, blocca ed
appunta forme variegate (talora quasi in perfetta monocromia) che – pur
bloccate – in realtà sembrano muoversi irrequiete, dotate – o almeno così
pare – di una dinamicissima ed autonoma esistenza. Ma le forme, non
direttamente leggibili, ma evocatrici di un mondo, i filamenti qui e là
accennati, non sono che le macchie sapienti di colore che lo straordinario e
magico universo dello zoo lascia di sé nel pensiero rammemorante dell’artista
che torna bambino: non sono esse, cioè, a ben guardare, la reduplicazione
stilizzata e in carta copiativa delle forme animali e vegetali che quell’universo
popolano (non vi si possono vedere sembianze reali), ma sono impressioni di
colore che emergono quale incrocio di cromie dall’intersezione pulsante e
vibrante del panorama faunistico e di quello vegetale, in una mutazione di
apparenze oniriche che rincorrendosi reciprocamente tracciano una scia di
interscambi e movenze dinamiche. Il segno e la macchia divengono allora il mezzo
operante di una ridipintura assolutamente personale di un microcosmo specifico e
pulsante sotto il segno onnipervasivo di una dinamica e di una cromia solo
parzialmente onirica, in cui a valere non sono tanto i riflessi e i fantasmi
dell’inconscio, che pure talora sembrano affiorare, quanto quelli di una
percezione operativamente attiva di un’impressione di mondo. Di un mondo
incantato e fiabesco, incontaminato e a suo modo magico. E, talora, surreale.
(Massimo Colella, quotidiano “Il Golfo” del 17 settembre 2009,pag.27)
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SAN MARTINO DEL CARSO Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro. Di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto. Ma nel cuore nessuna croce manca. E’ il mio cuore il paese più straziato.
Giuseppe Ungaretti
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Dagli
archetipi dei classici di ogni tempo
L'arte si fa così spazio per la letteratura e per la meta-letteratura, luogo adeguato ad un citazionismo non stanco, ma vivido, riproduzione e rielaborazione di un messaggio rinnovato pur se sulla scia di grandi e riconosciute opere del pensiero umano. “Francesca da Rimini”(acrilico su tela,cm.100 x 120) è la dimostrazione di come si possa partire da una situazione letteraria celeberrima, qual è quella descritta da Dante nel V Canto dell'Inferno, per descrivere – mediante notazioni cromatiche di un rosso vermiglio intenso e spiraleggiante e attraverso tinte forti e convulse, in definitiva neo-gestuali – una costante dell'animo umano e non una riproposizione di una pura dinamica storico-artistica. Leopardi, poi, continua a vivere nel “Sabato del villaggio”( tempera su polistirolo,cm.60 x 45), in un festoso tripudio di accenni paesistici; e ancora vive Melville nel “Capitano Achab”(olio su tela,cm.70 x 100) colto nello sforzo estremo della sua acre lotta con la balena, a significare quasi l'energia michelangiolesca che ogni uomo è necessitato a mettere in campo nella “struggle for life”, nella “bellum omnium contra omnes”: il capitano è reso tutto in rapidi squarci di colore che ne illuminano la forza psichica e ne delineano il ritratto morale, è presentato cioè senza essere rap-presentato, è intuito più che descritto, abbozzato più che indagato; eppure ne emerge un vigore vivissimo, una straordinaria forza d'animo che travalica gli stretti confini del dipinto per tracimare quasi e giungere con pathos inaudito agli occhi e alla mente dell'osservatore. Automatismi psichici e vivide e ben studiate manciate di colore sono all'origine anche di un dipinto come “Don Chisciotte”(acrilico su tela,cm. 120 x 100), in cui forze centripete e centrifughe delineano con straordinaria incisività e mirabile e vivace policromatismo una lotta forse non ancora perduta. E nell'arte di Sutherland la letteratura, nel suo complesso, assieme ai suoi fantasmi rarefatti, è funzionale, in ultima analisi, a rappresentare proprio questa lotta. E la lotta non può che essere metafora sublime ed essenza ultima dell'esistenza. Questa straordinaria, furibonda, irrequieta esistenza dell'universo tutto. Fuori e dentro – la nostra anima.
Sullo stesso tema si vedano anche: “Il mostro di Lockness”(acrilico su tela,cm. 100 x 70); “La vispa Teresa”(acrilico su tela”,cm. 70 x 50); “Alle cinque della sera…”,(olio su tela, cm. 100 x 70); “Attori del Nõ giapponese”(acrilico su tela,cm. 120 x 100); “Il sogno del Poeta”(acrilico su tela.cm. 50 x 70); “Il Vittoriale degli Italiani”(acrilico su tela, cm.100 x 70).
(Massimo Colella, “Il Golfo” del 13 agosto 2009,pag.29 )
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Alla
scoperta di un artista

LE “PERIFERIE URBANE” NELL'OPERA PITTORICA DI JOHN SUTHERLAND
Maestro assoluto della Gestualità informale ed esistenziale, John Sutherland, con arte più che raffinata, riesce nel titanico sforzo e nell'ambizioso tentativo di lasciare che queste derelitte “periferie urbane”, come egli le denomina, riconoscendole ad un tempo simili e diverse, parlino da sé con la forza della loro Umana Tragedia, la tragedia dei luoghi archetipici del Non-Essere e dell'heideggeriano Abbandono, del degrado ambientale e culturale che domina in queste lande ai confini dell'Umano. Sutherland è capace di far per così dire cantare – autonomo e vibrante – il luogo/non-luogo della Negazione umana e paesaggistica. E in ciò riesce grazie a sottili reticolati cromatici di straordinaria bellezza che perfettamente restituiscono all'osservatore-fruitore non solo l'asfissiante e disumano disegno architettonico delle periferie senza grazia alcuna e l'allucinata-allucinante follia (esteriore) dello Spazio Negato, bensì anche la traccia di una rete tutta interiore, che appartiene all'anima, ossia quell'assurdo destino di (in)evitabile dolore che pesa straziante su ciò che paga il prezzo del suo non-essere Centro. Così, in una serie – nutrita e ricca, non solo nel numero – di dipinti dal medesimo tema, che è quello di una periferia stanca ed amorfa, terra di Confine e di Nessuno, si snoda la personalissima e sublime visione di John Sutherland che colpisce al cuore anche chi non ha occhi con la forza della sua studiata e immediata, semplice e complessa elementarità astratta. Soffusi labirinti cromatici (ma di una cromia volta a volta diversa, quasi ad evidenziare che al fondo anche la periferia ha un'anima, ciascuna ha una propria seppur debole anima e, di conseguenza, un proprio colore) divengono allora metafora pregnante e pulsante di un Labirinto mentale, quello di chi nelle tortuose e dedalee strade di vita non riesce a ri-trovarsi e auto-percepirsi, ai limiti com'è dell'Esistenza. Labirinto esteriore, dunque, come metafora di un labirinto interiore, come sostrato specifico di un disorientamento umano. I tracciati che si aprono con tanta bellezza e solitudine e si fanno spazio non senza sforzo nello Spazio pittorico delineano perciò non tanto o non solo strade reali freddamente ordinate e vuote, tagliate ad angolo secondo un folle progetto di edificazioni senz'anima, quanto sentieri scoscesi dell'interiorità, in un dialogo vibrante tra interno e esterno, tra il fuori e il dentro di un'interiorità che preme anche in virtù del mondo fattuale e contingente – dialogo che senza dubbio è tipico dell'arte sutherlandiana, che ha occhi interni rivolti all'esterno e metabolizza l'esterno nello scavo del continente sommerso del Sé.
Ed è naturale, poi, che ai sentieri dell'anima siano sottese le strade reali e viceversa, in un cerchio distruttivo di cause ed effetti, in una circolazione costante e pittoricamente operante di Interno ed Esterno, Io e Non-Io. Le straordinarie tele che appartengono al vivido ciclo delle “periferie urbane” si configurano allora non come “souvenir” nostalgici di viaggi straniti e stranianti, bensì – pur nascendo, come è ovvio, da itinerari esperiti realmente – si uniscono quasi in un percorso di assoluta unitarietà che ci dice dell'infinita desolazione e incomunicabilità di malinconici scampoli di Esistenza Negata: i riquadri trascolorati che i tracciati delineano si fanno figurante simbolico sì delle disumane strutture cementizie dell'Invivibile Non-Spazio dell'Umana Tragedia che costituiscono l'orizzonte concreto-spaziale della Periferia e delle periferie che quasi formano l'ossatura fattuale di quella che si direbbe alfine diventi una sorta di Pura Idea tanto metafisica quanto purtroppo totalmente immanente, ma ancor più e più significativamente si caricano di un sovrabbondante retrosenso emblematico, giacché è fin troppo evidente che essi, gli isolati riquadri delle periferie del Sutherland, drammaticamente e plasticamente, seppur bidimensionalmente, rappresentano le leibniziane “monadi” umane, le solitarie e derelitte Esistenze (negate) senza Salvazione dell'umano panorama che immobili e chiuse difficilmente pervengono al benché minimo grado di intercomunicazione e di scambio, di “civile conversazione”, come direbbe Giordano Bruno nel suo sublime ideale etico di universale condivisione, coesistenza e convivenza proficua e giusta. Ed ecco allora infine che si comprende l'operazione simbolica sutherlandiana: e così tanto “Londra: periferia urbana” quanto “Helsinki: periferia urbana”, tanto la periferia di Tokio quanto quelle di Amsterdam, Marsiglia, Vienna, Parigi, Pechino, Tunisi, Montreal, Ferrara, Mosca e così via (tutte città – beninteso – visitate nei suoi percorsi di vita dall'artista e pertanto comprese fin nelle viscere, fin nei recessi oscuri e nei limitari desolati, nelle specificità e nei molteplici, diversi-uguali Abbandoni, città cui l'artista stesso si direbbe che renda come un amaro omaggio), rinviano tutte ad un unico significato, che paradossalmente per necessità e in via del tutto programmatica si sdoppia – all'interno di una visione profondamente e intimamente simbolica – dal momento che il panorama urbano non è che panorama umano, così come l'ordinato-caotico e freddo-vuoto reticolato delle strade non è che quello dell'anima, e allo stesso modo la desolazione dei luoghi è quella degli umani e gli edifici, isolati e squallidi, accennati e intraveduti quasi in visione aerea nei riquadri dal consapevolmente incerto e tremolante cromatismo, null'altro sono che le squallide e isolate, pertanto monadiche esistenze degli uomini.
La pittura abile di Sutherland si trasforma così nello specchio evanescente (come evanescenti e mosse, oltre che sottilmente inquietanti e disperate, sono le molteplici tele della suggestiva serie delle urbane periferie) di una tensione irrisolta e forse irrisolvibile (e che anzi forse in periferia addirittura drammaticamente manca del tutto) e di uno slancio tutto umano (ma che forse nel Non-Spazio dell'Esistenza negata è finanche assente) verso una Completezza d'Essere che nel non-luogo grigio e (dis)ordinato delle “banlieus” del mondo intero non è affatto presente. Giacché non è presente Luce alcuna e Armonia alcuna in quel luogo che distante e taciuto, non visto e non aiutato, si dimena invano rantolante e privo di vigore e fiducia, pervaso di una Vita che non è tale. Giacché non è presente alcuna Pienezza d'Esistenza lì dove sono i margini. I margini estremi dell'incivile Civiltà.
(Massimo Colella, quotidiano “Il Golfo” del 20 agosto 2009.pag.29)
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IL «MITO» NELL'OPERA PITTORICA DI JOHN SUTHERLAND

SCARNIFICAZIONI
Sibille ed eroi di un sovra-mondo etico
Sullo stesso tema si vedano anche: “Il ratto delle Sabine”(acrilico su tela;cm.70 x 100), “Il cigno di Leda”(acrilico su tela; cm.120 x 100), “L'idra di Lerna”(olio su tela; cm,70 x 100), “Icaro oggi”(acrilico su tela; cm.50 x 70), “Ulisse”(acrilico su masonite; cm.70 x 74), “L’elefante di Annibale”(acrilico su tela;cm.70 x 100), “Il cavallo di Troia”(acrilico su tela; cm.100 x 70), “Paesaggio sullo Stige”(acrilico su tela; cm.70 x 50).
(Massimo Colella, quotidiano “Il Golfo” del 30 luglio 2009,pag.29)

Pandora alata
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La rabbia |
Dipingere l’animo: l’originale ciclo
sutherlandiano dedicato ai moti dell’animo umano.
Intanto
continua la maximostra presso il Centro di Ricerche Storiche d’Ambra
Ecco
allora che un sentimento quale “Il rancore”(acrilico su tela,cm.100 x 120)
od un altro come “La rabbia”(acrilico su tela,cm.120 x 100) trovino
perfettamente spazio e si esprimano in una dinamica pittorica gestuale e
vibrante; talora a trovar voce sono addirittura “Il dubbio”(acrilico su
tela,cm.120 x 100) o “L’inganno”(acrilico su tela,cm.100 x 120) o ancora
– a rappresentare uno stato più che un sentimento – “Corruzione”
(acrilico su tela,cm.70 x 50) resa da concrezioni in rilievo che ben rendono
l’atmosfera di un allucinante degrado, o finanche una vera e propria
situazione fattuale, ma fortemente emotiva (e quindi rientrante nel discorso),
drammaticamente impostata nella finezza allusiva e non descrittiva del
Gesto quale quella de “La rissa”(acrilico su tela,cm.100 x 70), in cui il
gioco delle forze di spinta e contro-spinta quasi rinvia all’attenzione
futurista nei confronti del movimento delle forme nella sua metamorfica
“facies” colta e trattenuta nell’istantanea mutazione di oggetti e
soggetti in moto. Lungi dall’essere combinazioni casuali o scontate, le
associazioni sutherlandiane sentimento/colore si rivelano così il portento
visibile di una simbologia autentica perché archetipica ed universale seppure
mediata dalle profonde capacità d’auscultazione e dal personale itinerario
d’esistenza dell’artista. L’anima ne risulta pertanto scrutata e indagata,
solo apparentemente frammentata in quei moti emotivi che ne costituiscono
l’ossatura. Ne vien fuori un ritratto: il ritratto dell’anima, parcellizzato
e disseminato nelle molteplici micro-analisi pittoriche, nei segni multiformi
delle sue plurime espressioni, nella visione disincantata dei suoi numerosi
stati d’essere. Il ritratto originale di un’Interiorità mai così a fondo
esplorata. Mai così a fondo indagata e repertata. Mai così a fondo
direttamente resa: armonia (e dis-armonia) visibile dell’invisibile
Essenziale.
Sullo stesso tema vedi anche: “Ambiguità”(acrilico su tela, cm.50 x 70); “Emozione”(acrilico su tela,cm.120 x 100); “Riflessioni”(olio su tela,cm.70 x 100); “Lettera d’Artista”(olio su tela,cm.100 x 70); “Traguardo”(olio su tela,cm.70 x 100); “Oltre il volto”(acrilico su masonite,cm.76 x 64); “L’invidia”(acrilico su masonite,cm.70 x 77).
(Massimo Colella, quotidiano “Il Golfo” del 10 settembre 2009,pag. 29 )
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La rissa,2 |
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Tripudi e slanci
Accanto ai temi fortemente impegnati (la guerra, le devastazioni
ambientali, il dramma delle periferie, etc.), dunque, l’arte di Sutherland non
disdegna la ri-dipintura gestuale della Pienezza di Vivere, dell’Allegria
eletta a simbolo supremo della vita e a metafora permanente dell’esistenza
colta nella sua vibrante concretezza e completezza. Il linguaggio sutherlandiano,
cioè, si può rivolgere anche – in una dialettica complessa tra Interno ed
Esterno, il Fuori e il Dentro rispetto ad un Io cosciente e senziente, ma
nell’attimo artistico-gestuale Alter Ego di se stesso, individuo in fondo
inconoscibile a se stesso – alle lande scanzonate e sornione di una gioia che
sembra non avere limiti. E naturalmente non può che essere il colore, la
tonalità cromatica a tracciare indelebilmente e a suggerire con perfezione
artistica lo stato d’animo di Pienezza d’Essere che l’animo stesso conosce
e prova nel momento, nell’attimo dell’inseguita e inafferrabile Felicità.
Così, ad esempio, “Estiva”(acrilico su tela,cm.120 x 100) non può che
tributare il suo omaggio cromatico ad una stagione e ad una contentezza
vibrante, matura e perfettamente interiorizzata: gioia che è in noi e fuori di
noi, si direbbe, presente com’è nelle accensioni di colore della stagione
estiva. Oppure, può capitare che l’artista resti colpito da uno dei
piccoli-grandi “tripudi” di cui si parlava prima (“le piccole cose” cui
rimanda il titolo e la sostanza del famoso libro dell’Arundhati Roy, per
l’appunto “Il dio delle piccole cose”) e si lanci nella creazione di una
tela intensa come quella che ha per titolo “Tripudio”(acrilico su tela,cm.150
x 100), in cui un miracolo di contentezza, una straripante Pienezza d’Essere
è messa brillantemente su tela a riempire di sé gli spazi persino, si direbbe,
con l’aroma e il profumo di un’esperienza che prima ancora che spirituale
sembra essere materiale, sebbene nello spirituale sfoci e si realizzi
completamente.
Se ne sente l’aroma, si diceva: di questa gioia onnipervasiva se ne
sente l’inebriante profumo. È esperienza totale, la gioia, così come del
resto qualsiasi delle opere di Sutherland, che sono a loro modo e in forma
mirabile esemplificazione massima e sintesi perfetta di un’esperienza che si
presuppone totale e totale si presenta agli occhi e alla mente
dell’osservatore, essendo in esse percepibili – e questo grazie al miracolo
dell’esatta cromia e del gesto – perfino le sensazioni olfattive, gli odori,
talora, di un mondo antico, come quello evocato da “Festa
d’autunno”(acrilico su tela,cm.120 x 100) in cui il momento della vendemmia
diventa il paradigma valoriale su cui innestare più profonde risonanze
interiori e più vibranti accenti lirici, nella commossa ed esaltante visione
cromaticamente riuscita di una sorta di catarsi purificatrice che nel movimento
di gioia trova l’espressione massima di realizzazione.
Un mondo, dunque, quello della “gioia di vivere sutherlandiana”,
ossia quello della gioia visto da e in John Sutherland, che lascia stupefatti
non solo e non tanto per l’altissimo grado di bravura tecnica, ma per quella
straordinaria capacità di rievocazione e quell’affascinante gioco cromatico
che ci dice di noi e delle nostre fugaci gioie. Ci dice della Felicità come
realizzazione estrema di vita: una sorta di Gioia globale, quasi cosmica, che
trascende l’individuo per divenire vessillo tangibile di una forza talora
sovrumana o collettiva, che è a sua volta prova ultima di un’interna motilità
e vitalità autonoma dell’universo tutto. Una sorta di nuova Dea della Gioia.
Una dea moderna e antica, sotto cui, però, non potresti non intravedere un velo
soffuso di malinconia, una mestizia sottile che pur se rimane sul fondo comunque
resta, giacché quell’enorme Felicità che viene dipinta non può che
scontrasi nel gioco pittorico ed extrapittorico/esistenziale con una tristezza
forse altrettanto enorme, nello spettacolo vitale ed eterno dei contrasti. Degli
ossimori profondi. Delle luci e delle oscurità. Dei pieni e dei vuoti
dell’umana esistenza.
Sul tema che non ci può essere felicità per l’uomo senza condividerla
con il mondo animale e vegetale (magistralmente sintetizzata,come detto, in
“Festa d’autunno”) si rimanda anche ad altri dipinti di John Sutherland:
“Danza di ippocampi”(acrilico su tela,cm.120 x 100); “L’albero
della vita”(acrilico su tela,cm.120 x 100); “Esultanza”( acrilico su
tela,cm.120 x 100); “La danza della fecondità”(acrilico su tela,cm.120 x
100); “Salmoni alla sorgente”(acrilico su tela,cm.150 x 100); “Delfino
giocoso,1”(acrilico su cartoncino,cm.21 x 50); “Caprone felice”(acr.e
acquerello su cartoncino,cm.32 x 48); “Festa di vendemmia”(acrilico su
tela,cm.150 x 100); “Il sabato del Villaggio”(tempera su polistirolo,cm.61 x
46); “Delfino giocoso,2”(acrilico su carta bristol,cm.70 x 100).
Massimo Colella,
(quotidiano “Il Golfo” del 24 settembre 2009,pag.8,inserto”Arte e Cultura”)

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Lo SPORT nell’opera pittorica di John Sutherland
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IL MOMENTO DELL’AGONE
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Lo SPORT nell’opera pittorica di John Sutherland
La performance sportiva, come momento supremo dell’affermazione di Sé, diviene quindi non solo il banco di prova dell’artista che si cimenta con successo nell’auscultazione/decifrazione e trasmissione/resa del movimento plastico che è restituito al fruitore con tratti dall’intensa ed efficacia gestualità (quasi che la sfida sia quella di riformulare artisticamente una nuova modalità di esprimere ciò che, ad esempio, il Discobolo di Mirone ancora riesce a trasmettere in termini di pathos e di dinamismo), ma si trasforma anche nella metafora fortemente filosofico-esistenziale di una Gara vitale, che è tale perché è sempre in “gioco” la nostra capacità di metterci in “gioco” (il bisticcio di parole è voluto: si sta sottolineando per l’appunto la dimensione ludica-agonistica come una di quelle costitutive dell’esistenza umana) ed è sempre in forse il nostro destino di vincitori o sconfitti nel Fiume della Vita così ben descritto, ad esempio, da un Verga (si pensi all’introduzione de “I Malavoglia”) o ancor prima dall’Alberti. Ecco quindi che il momento competitivo-agonale (lo sforzo supremo e finale dello sportivo, che è l’ultimo atto di una serie di esercitazioni propedeutiche, giacché la vita è sempre in ogni caso propeudetica a se stesso, nel senso che si impara “nella” e “per” la vita) diviene l’emblema essenziale di una doppia gara: quella dell’artista che riesce nel mirabile tentativo di dare voce e corpo a ciò che per sua natura è sfuggente, percepibile ma non afferrabile (ossia il movimento: e lo si vede, il dinamismo, in maniera del tutto inusuale e al tempo efficace, nelle tele del Sutherland), e quella dell’uomo che può imporsi sulla Scena della Vita con la sua forza e la sua tenacia o può miseramente non riuscire per debolezza o sfiducia. Gara, dunque, come performance d’arte e di vita. In questo quadro interpretativo, che peraltro non pretende di essere l’unico possibile, si spiegano opere come “Lo scatto del podista”(acrilico su tela,cm.100 x 70), in cui è perfettamente tracciato lo sforzo agonale dell’atleta nell’esatto momento della sua partenza (ecco, il momento: nel momento si realizza il movimento e l’arte è capace di far vibrare quel momento/movimento per sempre) o come “Campionessa di nuoto a rana”(acrilico su tela,cm.100 x 120) in cui, tra bagliori verdastri, è immediatamente percepibile il movimento in acqua della sportiva, nelle forme – precipue nell’arte sutherlandiana – di un Gestualismo accorto e vibrante che ri-crea un certo trascinante – anche a livello emotivo – dinamismo quasi vorticoso. Si ri-crea l’attimo e si ri-crea il moto in quest’area specifica dell’arte sutherlandiana: e quell’attimo, quel momento, può essere anche quello della morte (la performance, in tal caso, si trasforma in strumento di morte e non di esaltazione di sé nel parossistico slancio inebriante della vita e della sfida vinta) come ad esempio nel caso del dipinto-omaggio al grande pilota Ayrton Senna(“Circuito mortale”,acrilico su tela,cm.50 x 70), in cui la perdita della vita e il momento agonale-competitivo tristemente si mescolano nel turbinio dinamico di uno scontro fatale che è restituita agli occhi e alla mente del fruitore nella parabola coloristica di un tracciato gestuale e tragico.
Leggermente diverse ma analoghe sono le considerazioni sul dipinto “Off-shore a Casamicciola”(acrilico su carta bristol,cm.100 x 70) che Sutherland “fotografa” nel momento cruciale della tragedia che si consumò nello specchio di mare antistante la cittadina termale.
Così, seppure nell’ambito di una società quasi “agonale” (utilizzo la categoria applicata per la prima volta da Jacob Burckardt e adoperata correntemente negli studi comparati di letteratura e storia greca per descrivere un sistema sociale come quello omerico o quello cantato da Pindaro), una società – quella dipinta dal Sutherland – che è poi il sinonimo di Vita nella sua ineluttabile dinamica di agone cosmico, lo spazio per l’evocazione della fragilità umana resta egualmente: anzi, si potrebbe dire che è proprio la dimensione competitiva che stimola una riflessione più globale sull’inanità umana nel più vasto ambito delle relazioni esistenziali e vitali cui le dipinte “performances” sportive segretamente alludono. Lo spunto tecnico della resa del movimento diviene, in ultima analisi, solo il punto di partenza per un’analisi abilmente intrapresa nei confronti dell’umano. Dell’attimo. Della gara vitale. Dell’esistenza tutta.
(Massimo Colella, quotidiano “Il Golfo” del 1° ottobre 2009,inserto “Arte e Cultura”,pag.8))
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IL GRIDO DELLA MEMORIA E
Il grido di John Sutherland contro ogni forma di dittatura è
vibrante ed efficace, pervasivo e lirico, intimamente sentito e splendidamente
reso. Il ciclo sutherlandiano dedicato alla Resistenza ha in sé lo spazio
potente di una denuncia che da retroiettiva si fa proiettiva e propositiva,
guarda al passato per lanciare un monito nel presente e gettare un ponte nel
futuro. “Il dittatore”(olio su tela,cm.70 x 100) è espressione Gestuale di
ciò che significa Crisi delle forme del pubblico e avanzata del predominio del
privato e del personalistico, ed anzi della tirannia esercitata dal singolo
sulle masse di cui triste esempio sono stati i totalitarismi che hanno
inaugurato sciaguratamente l’inizio del ventesimo secolo. Sutherland canta, in
risposta alle barbarie compiute dai dittatori d’ogni tempo e luogo (il monito
e il campanello d’allarme valgono, come è ovvio, anche per il presente), le
imprese eroiche della Resistenza italiana, grazie alla quale la penisola ha
riconquistato a sè quella libertà che aveva perduto, quella libertà che va
quotidianamente tutelata al fine di preservarla, custodirla e vivificarla.
E tra le imprese ce n’è una in particolare, che desta meraviglia e commozione: è quella raccontata visivamente nel dipinto “La casa di Luisa”(acrilico su tela,cm.150 x 100); si tratta della storia di una donna che, incurante dei nazisti, ha accolto nella propria abitazione dei partigiani, sfidando ogni logica di paura e sottomissione e agendo in virtù della propria manifestata libertà spirituale. Il dipinto è un capolavoro d’arte gestuale: la vitalità della parte centrale dell’opera è dimostrazione ed emblema pulsante della luce spirituale della donna e degli ideali libertari che essa e i suoi ospiti incarnano, mentre alla periferia estrema dell’opera (una periferia locale che è perificità ideale) si colloca il buio asfissiante di una Crisi valoriale ed anzi la minaccia incombente sulla casa cromaticamente e psicologicamente resa che preme incessante sulla luce, ma è da essa in ultima istanza sconfitta. Luce al centro e buio agli estremi: è in questa dinamica degli opposti, che peraltro non è affatto “coincidentia oppositorum”, ma anzi netta demarcazione – non per questo manichea, ma perfettamente vigile e razionale – del bene e del male, che si gioca l’istanza cruciale e la raion d’être del dipinto stesso che affida alla sua lata narratività il vortice emozionale di un discorso perfettamente ideale e profondamente etico. L’eticità, in questo senso, è davvero una delle cifre, se non la principale, del discorso sutherlandiano nel suo complesso: ed è in virtù di questa eticità che un ciclo come questo dedicato alla Resistenza può avere compimento e realizzazione. Di contro a “La casa di Luisa” si pone quale specchio antitetico e complementare alle dinamiche evenemenziali un dipinto come “Soldato nazista”(olio su tela,cm.50 x 70) in cui ad essere abbozzato, intuito più che rappresentato, è non solo e non tanto uno degli esecutori materiali del folle e abnorme programma del Führer, bensì tutta una tradizione militarista prettamente germanica che viene ad essere messa sotto accusa o comunque sotto la lente di ingrandimento di un artista dalle indubbie qualità intellettuali come Sutherland: tradizione, questa, che sembra essere quasi il germe propulsore e generatore del progetto esiziale del totalitarismo nazista.
L’arte di Sutherland si accende così di alti accenti etici per recuperare dal e nel Gesto quella motivazione ideale che troppo spesso manca e compiere un percorso a ritroso nella Memoria, recuperando da quella memoria la spinta etica verso il Bene che platonicamente ed esteticamente coincide con il Bello. Si leva, quindi, la voce sutherlandiana alta e ferma in ricordo della battaglia per la libertà che il popolo italiano seppe compiere e in memoria di una Memoria che non deve mai essere trascurata, ma anzi tenuta accesa e viva per onorare l’eroismo di un moto quale fu quello della Resistenza. L’arte gestuale, in definitiva, non può che compiere, in virtù dei suoi particolarissimi mezzi, un itinerario iniziatico alla comprensione/decifrazione e alla tutela/conservazione dei processi della Memoria. Non può che essere partecipe dei drammi e degli eroismi del passato per tracciare un monito per il futuro. Non può che levare nitido il suo grido contro ogni modalità e forma di dittatura, contro ogni forma di regime (palese o latente che sia), in difesa del Pubblico faticosamente conquistato a livello pratico e teorico, nel corso di accese battaglie. Perché il Passato ci insegni a modellare il Futuro e a modificare il Presente. Perché l’Arte possa essere fattiva chiave critica e chiave d’indagine e d’accesso al reale. Perché il Gesto sutherlandiano possa essere latore di un messaggio che finalmente giunga all’orecchio e al cuore dei fruitori. E questo messaggio si possa tradurre in realtà visibile e concreta, continua battaglia per la libertà, continua difesa della libertà, continua esaltazione della libertà: paradigma operante per una palingenesi infine attuata. Nei fatti.
Sul tema vedi anche: “Olocausto” (china su cartoncino,cm.30 x 21);
“Dachau” (acrilico su tela,cm.150 x 100); “Il dittatore
(Massimo Colella, quotidiano "Il Golfo", 15 ottobre 2009, Inserto Arte e Cultura,pag.5)

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SINESTIE DANZANTI Energia e dionisismo: ritmo e/è vita
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La vitalità e l’esplosività della “musica” vista da e in
Sutherland sono mirabilmente espresse – estrinsecatesi nel livello evidente di
un capolavoro – in un’opera come “Jazz band” (acrilico su tela, cm.220 x
175), in cui su uno sfondo di assoluto biancore si stagliano nere, furiose e
incandescenti, le “vibrazioni” musicali, le tonalità e le armonie che
agitano un ritmo fecondo e per l’appunto vitale, nel senso che non puoi che
vedere nel parossistico slancio generale che la tela comunica con fresca vivacità
una sorta di “vibrante” e musicale inno all’esistenza, quasi che poi
l’Arte (che è, al contempo e senza fratture, Pittura e Musica) non è che
Musica/Vita che rinnova se stessa e parla e vive di sé, l’universo musicale di e in Sutherland è pertanto sfrenato e slanciato dinamismo, vivace danza esistenziale ed apotropaica, senso ultimo di un movimento universale e armonico (si pensi alla riflessione pitagorica sulla connessione musica/astri), traboccante fonte d’energica fecondità, celebrazione bacchica dell’apoteosi vitale. Ma anche elegiaca mozione degli affetti, riflessione sul ritmo vitale che è nei fatti traumatico tempo trascorrente. In ogni caso, danzante e musicale alchimia segreta e vigorosa. Degli elementi cosmici.
Sullo stesso tema vedi anche: “Suoni della città” (tecnica mista su carta,
cm.70 x 50) “Il cantante rock”(china su carta,cm. 21 x 30); “Silvano
jazz”(acrilico su tela, cm. 70 x 100); “Il suonatore di violoncello”
(china su carta, cm. 21 x 30); “Passo di danza” (china su carta, cm.22 x
28); “Trionfo alla Scala” (acrilico su carta bristol; cm.70 x 100); “La
musica del diavolo” (acrilico su carta bristol, cm.100 x 70); “Orchestra in
giardino”(pennarello su cartoncino, cm.50 x 35); “Danza sul mare”
(acrilico e pennarello su cartoncino, cm.50 x 35); “Orchestra in giardino con
girasoli” (tecnica mista su carta, cm.42 x 30); “Il gallo canterino”
(china su cartoncino, cm.30 x 21); “Suonatore di tromba” (china su
cartoncino, cm.21 x 30); “Suonatore di tromba,
“Note musicali” (pennarello su cartone”,cm.23 x 32); “Suonatore di tromba,2”(acrilico su carta bristol,cm.100 x 70).
(Massimo Colella, quotidiano “Il Golfo”del 22 ottobre 2009,pag.8 inserto Arte)
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“IL LAVORO”NELLA PITTURA DI JOHN SUTHERLAND |
Quando l’arte diventa veicolo di “renovatio” sociale.
Valorizzare il lavoro significa, per un artista come Sutherland, valorizzare quel tanto (e quel poco: “poco” in senso assolutamente relativo) che l’uomo può e deve “fare” in una dimensione di operatività al servizio dell’intelligenza e di intelligenza al servizio dell’operatività; “esaltare” il lavoro significa anche aver fiducia nel “progresso” umano (senza peraltro credere nel mito già deprecato da Leopardi delle “magnifiche sorti e progressive”) e speranza concreta di un miglioramento dell’essere umano attraverso e nel lavoro. Il “primato del fare” (che fu teorizzato in maniera incisiva e con toni vibranti dal martire del libero pensiero Giordano Bruno: sua fu l’esaltazione della mano, così ben analizzata e indagata dal prof. Aniello Montano) è al centro di una serie di opere sutherlandiane che delineano con sguardo unitario una delle “forme” del “pensiero creativo” dell’artista, che è quella della valenza etica suprema del lavoro e della fattiva attività dell’essere umano nel suo esistenziale “Da-Sein”. Etica del lavoro e lavoro dell’etica – nel senso di un’etica operante e pertanto “a lavoro” nell’opera artistica sutherlandiana – mirabilmente s’intrecciano in questa sezione peculiare ed efficace della “praxis” dell’artista (prassi non prescindibile dalla sua “teoria”, ossia dal “pensiero creativo”) perché, oltre all’evidente e commossa esaltazione del lavoro in tutte le sue forme ‹si registra finanche “Il rabdomante” (china su cartoncino, cm.30 x 21) tra le “occupazioni” e in senso più generale le “abilities” raffigurate: l’idraulico, il pescatore, il caposala, il domatore di foche, la manager, etc.›, è fortissima la “critica” sociale (critica, beninteso, anche nel suo senso etimologico di “discernimento”, da “krìno”, che vale “distinguo”) che agita queste opere, che vivono di quella valenza etica forte che è la costante massima, direi, dell’originalità – anche artistica, oltre che intellettuale – di John Sutherland. E questo “lavoro dell’etica” o, meglio, quest’“etica a lavoro”, che cioè “agisce” nell’opera sutherlandiana tutta, si applica – nel caso specifico dei lavori considerati – alle problematiche relative al lavoro, trasformandosi in un’“etica del lavoro”, e non solo nel senso di un’esaltazione valoriale della valenza antropologico-morale dell’operatività (“il lavoro nobilita l’uomo”), bensì soprattutto in un altro senso, in un’altra direzionalità, che è quella della denuncia vibrante del “male di vivere” connesso ai brutali sistemi di produzione che ben conosciamo e di cui troppo spesso ignoriamo le profonde negatività nel loro essere coercitivi e lesivi della dignità umana.
Soltanto adoperando tali parametri di lettura/decodificazione può essere, a mio avviso, compresa un’opera come “Catena di montaggio” (olio su tela, cm.70 x 100) che raffigura con tonalità estremamente opache il disagio sociale derivante da una disumana organizzazione del profitto (e se
si pensa all’importanza del linguaggio cromatico nell’opera sutherlandiana tutta, ben si capisce come il “colore” anche qui sia di per se stesso metafora di un’atmosfera e di una “tonalità” dell’animo). La “fatica del vivere” legata a un’ingiusta strutturazione sociale è ancor più tematizzata nell’ovale del volto de “Il metalmeccanico” (acrilico su tela, cm. 50 x 70), su cui si legge non l’angoscia e la disperazione di un essere vivente, ma l’alienazione finanche priva di sentimenti (anche di quelli di senso negativo) che è tipica di un essere umano cui esistenzialmente è stata negata la qualità di “essere”, divenendo “cosa” quasi non senziente, quasi non vivente. Eguale spirito critico anima un’opera come “Altoforno” (acrilico su masonite, cm.70 x 75), in cui il fuoco che emana dalla macchina industriale, pur collocabile in una zona precisa dell’opera e pertanto della situazione cui si allude, si allarga enormemente mediante l’atmosfera prolungata di riflessi infiammati che quasi sovrastano l’esile figura appena accennata di un operaio, costretto a piegarsi all’indietro, proiezione metaforica di una sottomissione fattuale e mentale ad un sistema di cui il lavorante sembra essere “schiavo” perseguitato, così com’è perseguitato surrealisticamente dalla “lunga fiamma” dell’altoforno l’operaio che emblematizza la dignità mal ripagata dei lavoratori. Discorso a parte merita, non tanto e non solo per merito artistico (è evidente il suo spessore di vero e proprio capolavoro) quanto per la diversità tematica, “La mattanza” (acrilico su tela, cm. 220 x 175) che nelle forme peculiari della “descrittività” gestuale sutherlandiana accenna con toni convulsi e cromie perfette alla cattura del tonno nelle acque marine. Così, il “lavoro” visto nella prospettiva sutherlandiana si carica di una forte valenza etica, diviene il sigillo massimo del patrimonio valoriale insito nell’operatività umana, la concreta testimonianza di una fattività concreta che sola può determinare le sorti del mondo, guidata – però – da un “pensiero” altrettanto concreto e immanente tale da divenire Fatto, Lavoro, Azione. La mente e la mano, come già indicato da Giordano Bruno, possono allora, ma soltanto allora, e cioè quando reciprocamente si integrano, trasformarsi nel lievito operante di una “renovatio” totale che conduca ad un universo per l’appunto rinnovato e radicalmente “altro” da quello attuale, in cui il lavoro possa trovare in tutte le sue forme quella dignità talora perduta e in cui soprattutto a prevalere sia la dignità dell’essere umano. Dignità che il profitto non può cancellare né calpestare. Dignità che dobbiamo tutelare e preservare quotidianamente con forza e convinzione. Dignità che si realizza pienamente soltanto se i diritti fondamentali della vita umana sono pienamente rispettati. E custoditi. Perennemente.
Sullo stesso tema vedi anche: “La lampara” (acrilico su su tela,cm.50 x 70); “La luce del contadino” (acrilico su cartoncino, cm.70 x 50); “Pesca d’autunno”(acrilico su tela,cm.100 x 120); “Pesca del tonno”(acrilico su tela, cm.100 x 120); “Pesca di calamari”(olio su tela,cm.70 x 100); “Pescatori al tramonto”(olio su tela,cm.70 x 100); “Rana pescatrice”(olio su tela, cm.70 x 100); “Riflessi di lampara” (olio su tela, cm. 70 x 100); “Venditore di pappagalli” (acrilico su tela, cm.70 x 100); “La luce del contadino” (acrilico su cartoncino,cm.70 x 50); “Fervore in tipografia,(china su cartoncino,cm.30 x 21); “Alla ricerca del corallo nero”,(acrilico su tela, cm.120 x 100);”Il caposala”,(china su cartoncino,cm.50 x 21); “Il domatore di foche (china su cartoncino,cm.30 x 21).

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Autore: John Sutherland Titolo: "Villaggio giapponese" Tecnica: Acrilico su carta bristol Formato: cm. 100 x 70 Esecuzione: Anni Novanta |
Il viaggio e la sua valenza antropologica: gli itinerari iniziatici dell’incremento del Sè
Lo spazio in John Sutherland è fatto vibrare, ha una sua forza incisiva e sognante, è tanto vissuto dall’artista da non poter esser poi non vissuta dall’osservatore, che inevitabilmente ne resta coinvolto. Ma lo spazio sutherlandiano, si potrebbe dire, ha una valenza, ancor più che emozionale o puramente immaginativa, di tipo esistenziale-antropologico, nel senso che vi è sotteso il “viaggio” (reale o “semplicemente” soltanto fantasticato) che l’artista ha di necessità effettuato, e il viaggio è condotto sì “in” o piuttosto “verso” un luogo (viaggiare presuppone sempre un “andare verso”, una direzionalità, un dirigersi, un “andare incontro a”, una meta da raggiungere e che è insita, forse, nel percorso stesso), ma è ad un tempo realizzato in se stessi o, nella fattispecie, nell’interiorità dell’artista dall’artista stesso. E questo viaggio, questo “itinerarium” ha valenza, si diceva, “antropologica” perché è esso stesso, metaforicamente e nella sostanza, sempre e necessariamente il “viaggio della e nella vita”, ha significato archetipico e primigenio: è un viaggio di avanzamento, di iniziazione (dal latino, “in-ire”: ritorna l’idea dell’“andare” e, quindi, del “procedere”, del “progredire”), di scoperta. Antropologicamente, il viaggio si fa “struttura” (il riferimento, come ovvio, è alla “scuola strutturalista” francese) di un rituale che rimonta ai confini estremi del passato dell’umanità, ossia dell’iniziazione (o simbolica “discesa negli inferi”) che, conducendoci da un luogo A ad un luogo B (nella Grecia antica, dallo spazio civilizzato della polis all’incolta “escathià”, confine estremo della città stessa), produce un incremento interiore, una crescita, una “maturazione” da uno stadio A ad uno stadio B, ossia A + n (e si veda, al proposito, la suggestiva analisi del Van Gennep, che per primo studiò a fondo i rituali iniziatici greci, peraltro confrontandoli con talune forme simili afferenti al panorama antropologico africano, e rintracciandovi lo schema dell’“inversione simmetrica”, secondo cui è necessario vivere il “negativo” che si intende superare).
Scendere ne “L’Africa di Emilio”(acrilico su carta bristol, cm.70 x
100), come emblematicamente s’intitola un’opera sutherlandiana, significa
allora in questa prospettiva, sì scendere nel cuore pulsante di un continente
per di più osservato attraverso gli “occhiali” kantiani di uno scrittore
eccellente quale Emilio Salgari, ma più ancora significa penetrare nel mistero
della terra, del senso stesso dell’esistenza sulla Terra, ed anche intuire la
magmatica forza di una regione primigenia (resa peraltro con splendide tonalità
brune) che assurge, nella sua primitiva e sconvolgente bellezza, a simbolo della
potenza dell’elemento cosmico con cui pare ancora possibile, per l’uomo, un
confronto diretto alla maniera, direbbe il Leopardi della prima fase, degli
“antichi”. Allo stesso modo, trasportarsi d’incanto nel “Villaggio
giapponese” (acrilico su carta bristol, cm. 100 x 70) vale, nei fatti,
precipitare piacevolmente e “naufragare” in alcune tinte inusuali e forti
(si tratta, tra le altre cromie, di verdi smeraldo e di bianchi accecanti che
singolarmente si intrecciano in una sintesi perfetta) in cui non puoi non
avvertire la “turbativa” – in senso positivo – di un viaggio in terra
orientale che da contingenza immanente diviene sublime rito iniziatico
extra-temporale condotte nell’a-spazialità di un Altrove che consente la
maturazione dell’anima mediante l’antidoto di un’Alterità rispetto alle
proprie coordinate di usuale esistenza. Ed anche un’opera come “Ricordo di
Gerusalemme”(acrilico su masonite, cm.76 x 64) con la sua memoria di una terra
lontana e vitale, seppur evocata come mesta mediante tonalità caratterizzate da
un’intensa e vibrante mancanza di vivacità (vi si legge una pensosità nei
toni di un ocra perfettamente “rammemorante” dell’atmosfera reale della
città), si inscrive bene nella dinamica interpretativa generale che è stata
fin qui presentata del viaggio come iniziazione, con il suo spessore ulteriore e
ulteriormente poetico della “ricordanza” (in termini ancora una volta
leopardiani). Evocazione di un mondo distante e altro, il “luogo”
sutherlandiano è per l’appunto un luogo, si diceva all’inizio, “della
memoria” (una memoria, come è ovvio, personale, ma passibile di
universalizzazione), ma anche “dell’anima” (secondo una formula consueta e
abusata che però è estremamente funzionale per l’arte del Nostro, nel senso
che lo spazio cui si accenna è in perfetta consonanza, di volta in volta, con
le vibrazioni interiori dell’artista, alla maniera, mettiamo, di un Petrarca
post-moderno). Ed è un luogo dell’anima anche perché le risonanze profonde
che produce nel fruitore sono date dall’intuizione pittorica di spazi sì
reali, ma rivestiti, come s’è detto, della natura di simboli mai facili da
penetrare, ma sempre carichi di una vigoria trascinante: e questo è evidente
tanto nella visione luminosa e baluginosa degli “Acquitrini del Comacchio”
(acrilico su tela, cm.100 x 70) – un incanto di trasparenze sottili e
fortemente evocatrici – quanto
nella dipintura non-gestuale di un “Paesaggio foriano”, tanto nella discesa
nel “cuore” pulsante, come ebbe a dire Domenico Rea, del capoluogo campano
“Napoli:
Nella zona immediatamente iniziale, quasi un segmento prefatorio o, se si vuole, una breve “ouverture”, del suo “Viaggio al termine della notte”, Louis-Ferdinand Cèline nella sua prosa densa e suggestiva scrive: “Viaggiare è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. (…) E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita”. Ecco, credo che sia in quest’accezione ampia e profonda del “viaggio” così come lo percepisce Cèline, che vada intesa l’area pittorica sutherlandiana dedicata alla dimensione dello spazio/viaggio e del viaggio/iniziazione: l’“itinerarium” sutherlandiano (che è dell’anima: “itinerarium mentis”) o, se si preferisce, l’“agoghè” compiuta dall’artista e poi da lui a noi trasmessa in forme visibili (il termine “agoghè”, dal greco “àgo”, “condurre”, si riferisce propriamente al percorso (iniziatico) dei giovani spartiati) consiste, direi, in un viaggio interamente esistenziale, mediante cui si mette in gioco la propria sensibilità e la propria “Weltanschauung” (visione del mondo) e si attua un “incremento” delle proprie capacità cognitive. Lo spazio è, dunque, per Sutherland, il luogo della crescita del Sé, della maturazione, del compimento, della realizzazione; finanche mappa dell’interiore, estrinsecazione suprema del fascino. Dell’itinerario esistenziale.
Sullo stesso tema vedi anche: “Autunno sul pianoro”(acrilico su tela, cm.100 x 70); “Colori di Malta” (acrilico su carta, cm.70 x 100); “Gocce di Napoli” (tecnica mista su cartoncino, cm.70 x 50); “Immagini di Nara” (acrilico su masonite, cm.70,5 x 76); “Le bocche di Bonifacio”,.(acrilico su tela, cm.70 x 50); “Sogno d’Africa”(olio su tela, cm.100 x 70).
(Massimo Colella, quotidiano “Il Golfo”del 5 novembre 2009, pag.8 Inserto Arte )
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LA NATURA : “DEA NEGATA” NELL’OPERA PITTORICA DI JOHN SUTHERLAND
IL CACCIATORE CHE DIVENNE PREDA
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Sutherland come Atteone: l’Io si auto-riconosce nell’Altro
Ma non è forse questa la parabola di Atteone, di cui parla Giordano Bruno, che – per aver osato osservare la dea Artemide nuda – da “cacciatore” diviene cervo, ossia “preda” e, sbranato dai cani (che sono i “pensieri delle cose divine”), si trasforma, nella morte, da occhio che percepisce ciò che è apparentemente esterno all’interiorità, occhio che si auto-osserva, scaturigine infinita di una Natura che si auto-riconosce come esterno che vive nell’interno ed interno che vive nell’esterno? Se questa, dunque, è la parabola (e lo è, dacché l’interrogativa è nelle intenzioni e si dimostra, credo, nei fatti palesemente retorica), il nostro Sutherland-Atteone, nell’evocazione della Natura, non fa che dipingere ed esprimere nei fatti se stesso con sentimento – direi – “lirico”. E dico “lirico” perché per interpretare il pensiero creativo sutherlandiano non è inesatto, ma anzi calzante il riferimento alla “lirica”, sempre che la si intenda come categoria assoluta applicabile anche all’arte pittorica, che lungi dall’antico significato aristotelico di “mìmesis”, identifica, nell’accezione moderna e inaugurata nell’ambito letterario italiano da Leopardi, la “libera e schietta espressione” delle “avventure storiche dell’animo”, ossia dell’Io, lì dove, però, nel caso sutherlandiano, si intende per Io non un “io” soggettivo e chiuso nei ristretti confini di un’individualità definita, ma l’Io universale che si auto-percepisce e auto-riconosce come Natura, nel complesso e misterioso rapporto, non sempre indagabile razionalmente, tra Interno e Esterno, Io e Mondo che sussiste nell’arte del Nostro. Di questa Natura (che è quindi interiorità esteriorizzata o, il che è (quasi) lo stesso, esteriorità interiorizzata) Sutherland intuisce e suggerisce, mi pare, un simbolo estremo e significativo, ricco di indefinite suggestioni, ne “La reine des bois” (olio su tela, cm.70 x 100), signora assoluta dei boschi che ci raggiunge da siderali abissi incantati in una trasparenza fiabesca e sognante di verdi cromie, quasi a rappresentare essa stessa il mistero del cosmo: è una delle tele, a parer mio, più riuscite e sconvolgenti del Sutherland e raggiunge l’apice ultimo della compenetrazione nella Natura nel suo comunicare – con accenti sublimi e commossi – l’infinità del Tutto e la fragile magia del “divenire”. “La reine des bois” costituisce pertanto la chiave d’accesso alla “Natura sutherlandiana”, che è una Natura divina e vitale nelle sue sembianze antropomorfiche – esattamente come l’incantata e fatata creatura boschiva – ed è segno tangibile e intangibile, presente e sfuggente della “divina compiutezza” (l’espressione è di Cesare Galimberti e da lui riferita al significato sostanziale dell’Eterno Ritorno nietzschiano).
L’arte di Sutherland, gestuale e furente, per definizione tracimante e
vigorosa, riesce, ad esempio, a rendere “umana” – nel senso di un’antropomorfizzazione
efficace – una sconvolgente “Bufera”(acrilico su tela,cm.220 x 175), in
cui non puoi non intravedere – nella furia apocalittica degli elementi
cosmici, che quasi costituisce il doppio pittorico della letteraria
“tempesta” di Lucano, che è restata celebre come “trionfo del chaos”
– due occhi profondi e interrogativi, che manifestano ancora una volta la
motilità e vitalità propria della Natura stessa, evidenziando peraltro uno dei
temi o, meglio, simboli dell’arte sutherlandiana, che è quello per
l’appunto dell’“occhio”, emblema estremo del rapporto che si instaura,
mediante uno sguardo doppio, triplice e potenzialmente infinito, tra il creatore
e il fruitore dell’opera estetica. Si tratta, dunque, evidentemente di una
Natura che si dimostra, proprio come ne “La reine des bois”, sostanzialmente
viva e operante, una Natura, si direbbe, dietro cui si annidano le forze estreme
e incantate del “divino” intuito dagli antichi, una Natura magmatica e
incandescente nel cui caleidoscopio riconosci l’incisiva, per così dire,
“personalità” di un’entità attiva e mitica che sempre sorprende nelle
sue acrobazie d’esistenza. Ma
Sullo stesso tema vedi anche: “Agonia del cigno”(acrilico su tela,cm.100 x 70); “Il cruccio del bosco”(acrilico su tela,cm.50 x 70); “Inquinamento del fondale”(acrilico su tela,cm.50 x 70); “Nube tossica”(acrilico su masonite,cm.64 x 76); “Pappagallo triste”(acrilico su tela,cm.50 x 70); “Recinto assassino”(olio su tela,cm.70 x 100); “Tempesta sottocosta”(olio su tela,cm.100 x 70).
Massimo Colella
(quotidiano “Il Golfo” del 19 novembre 2009, pag.8 inserto “Arte & Cultura”)

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ATMOSFERE ISCHITANE
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La Chiesa del Soccorso |
La magia dell’Isola nella produzione pittorica di John
Sutherland
Ecco allora che, per esempio, mi sembra, in particolare, che un’opera
come “Atmosfere ischitane”(acrilico su cartoncino,cm.70 x 50), che
idealmente fornisce la denominazione ad un’intera e nutrita serie di lavori
che hanno come denominatore comune l’evocazione, talora sognante e di norma
“solare”, dell’isola, colta nella sua bellezza di terra meridionale,
determini nel fruitore una somma di percezioni non perfettamente descrivibili
mediante la creazione non totalmente “ex novo”, ma nondimeno originale, per
l’appunto di un’atmosfera tutta resa attraverso una mescolanza calibrata di
forme e colori che avvicina l’opera a molti lavori dell’artista effettuati
con tecnica simile e,a volte, coloristicamente e splendidamente
estremizzati,come quelli da lui dipinti su carta velina: e giacché uno dei
segreti dell’arte sutherlandiana è rendere visibile l’invisibile attraverso
la sua stessa invisibilità o, al contrario, come in questo caso, rendere
invisibile una concreta visione scaturente da una realtà oggettiva per
rafforzarne il senso e paradossalmente la visibilità, l’isola del golfo
partenopeo è “raccontata” – seppur attraverso un’allusività per nulla
narrativa né figurativa – grazie all’incisività del Gesto e della
scarlatta cromia.
Ancor più intensa e vibrante risulta essere la tonalità cromatica, con
una dominante rosso-fuoco, delle “Fumarole al tramonto”(acrilico su
cartoncino,cm.35 x 50) che, con medesima tecnica e soprattutto con eguale
spirito, evocano con tratti vigorosi la straordinaria “divina compiutezza”
della natura che mostra all’uomo tutta la sua potenza cosmica nel momento
particolarissimo e vibrante di ampie risonanze dell’estinguersi del giorno.
L’Isola d’Ischia diviene così non solo e non tanto il simbolo
entusiasmato del dinamismo energico e scoppiettante delle terre meridionali - si
veda ad esempio le “Case del Sud”(tecnica mista su carta,cm.42 x 32) in cui
le tonalità aranciate e celesti e l’abbozzo schematico e mosso di una serie
di abitazioni ed edifici colti nel loro sovrapporsi l’uno sull’altro sono
funzionali alla ri-dipintura immaginifica di uno spazio dell’anima in cui a
dominare è un caos benefico e vitale-, bensì anche e soprattutto la
manifestazione assoluta della “gioia di vivere” interpretata “latu
sensu” come scatenarsi dionisiaco di un’ebbrezza che tocca da vicino il
nostro essere al mondo (gioia esistenziale che è poi un altro dei grandi temi
dell’opera sutherlandiana). In questo senso, la realtà contingente
dell’isola diventa l’emblema di una realtà universale: e ciò avviene
allorquando, ad esempio, recuperando una famosa pagina della letteratura
italiana, Sutherland ci propone un’opera come “Il sabato del villaggio”
(tempera su polistirolo,cm.60 x 45)), contenutisticamente di chiara ispirazione
leopardiana e artisticamente riecheggiante la lezione pittorica di Paul
Klee(1879-1940), dove le forme fintamente infantili e la pittura
preistorica-rupestre danno il senso di una formidabile contentezza, seppur
soffusa di elegiaca malinconia, data dalla coscienza stessa della vita e della
sua inafferrabile e prorompente bellezza.
Si accennava prima ad una realtà profondamente “solare”: in realtà,
se è vero che la maggior parte delle opere in questione rinviino ad una terra
luminosa e perennemente invasa dal sole, gioiosa e vitale, dinamica ed
incandescente, ciò non significa che talora il Nostro non indulga ad evocare il
lato “notturno”, segreto e nascosto di una visione per nulla luminosa, quasi
a presentare con spirito romantico il fascino dell’oscurità: è questo il
caso di un dipinto quale “La chiesa del Soccorso”(tecnica mista su
carta,cm.34 x 25) che invece di essere ritratta banalmente nelle sue tonalità
diurne e nei suoi connotati propri, viene ad essere potentemente trasfigurata
alla luce della non-luce della notte.
Ancora riferibile alle “atmosfere ischitane”, anche se non
esclusivamente, sono sicuramente “Risacca
sulla scogliera”(acrilico su tela,cm.120 x 100) e “Scirocco di primavera”
(acrilico su tela, cm. 150 x 100) che si pongono quasi, si direbbe, sulla scia
dell’inglese J.M.William Turner (1775-1851) che in pieno Romanticismo – come
scrisse lo storico dell’arte Werner Hofmann – “rinunciando agli assi di
una prospettiva lineare stabilizzante, inventò per i suoi paesaggi (…) zone
di spazio girevole, senza mai ristabilire impressioni precise” determinando
“scene mosse e vaghe”: l’evocazione vigorosa e pregnante del vento caldo
è affidata con superba maestria ad un turbinio, perfettamente armonico nel suo
moto, dall’intensa e suggestiva cromia verdastra e dorata, da cui emana come
una luce incantata che ci sorprende e ci sgomenta attraverso una composizione
“a vortice” che ben esemplifica ad un tempo il concetto di dinamismo cosmico
e la grazia della benevola stagione primaverile.
Si comprende dunque, infine, come l’isola cui fa riferimento
l’immaginario del Sutherland sia una terra incantata e prodigiosa, accogliente
e vitale, energica e magmatica, di certo non priva di zone d’ombra. Ma
soprattutto magica e inafferrabile come un arcano ancora da scoprire.
Esattamente come misteriosa e segreta resta ancora – e nonostante ogni
tentativo di analisi – la straordinaria arte di un artista geniale: John
Sutherland.
Le stesse atmosfere ischitane le trovi anche nei seguenti dipinti
dell’Artista: “Festa di vendemmia”(acrilico su tela,cm.150 x 100); “La
luce del contadino”(acrilico su cartoncino,cm.70 x 50); “La
lampara”(acrilico su tela,cm.50 x 70); “Estiva” (acrilico su tela,cm.120 x
100); “Vegetazione sottomarina”,(acrilico su cartoncino,cm.33 x 48);
“Tromba marina”(acrilico su carta bristol, cm.70 x 100).
Massimo Colella
(Quotidiano “Il Golfo” del 31 dicembre 2009, pag.5 inserto Arte e
Cultura)
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FUMAROLE ISCHITANE AL TRAMONTO |
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IL BARBONE DI CASAMICCIOLA E LA LIBERTA'
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BARBONE NELLA LUCE di John Sutherland |
E’ M O R T O I E R I…
fioriere, stanza da letto di piazza
Marina. E’ morto il gigante barbone
nel suo cappotto-bara tra gelati
soffi ( saranno paghi i farisei
della turistica immagine, sgombro
il porto della sua presenza ). Eppure
gli bastava che la luna stillasse
per lui viniferi grappi di luce
e di calore, compagno il brillio
confidente delle stelle; bastava
che gli pungesse le narici il salso
sapore di mare in sprilli di brezza,
che gli danzasse agli occhi di gabbiani
un volo, mentre cuccioli indifesi
nelle tane uggiolavano del cuore.
Chiusi i conti del dare e dell’avere
d’impareggiati bilanci. Che conta?
Io, per me, so solo che s’è chiuso
il giro d’un volto ispido ma chiaro
che una volta m’offrì tutto il suo pane
e mi sorrise dall’aspro pastrano.
Quando l’Arte sottrae
IL BARBONE DI CASAMICCIOLA E
Un confronto intersemiotico tra il dipinto acrilico “Barbone nella luce” di John Sutherland e la lirica “E’ morto ieri…” di Pasquale Balestriere
Ora, talvolta capita che un
artista possa trovare nel reale, persino nel quotidiano, la manifestazione
simbolica della propria “Weltanschauung” (ossia, della propria visione del
mondo) e rintracciare così nel Concreto, quasi verificandone la possibilità e
la fattività,
Quando poi il barbone della Marina, intabarrato nel suo cappottone, diede
il suo addio alla vita, la morte di quel simbolo vivente, di quell’esempio di
immensa libertà, dovette sortire nell’artista l’effetto come di uno strano
stordimento; tuttavia in realtà non per questo svanirono le speranze di
quell’ideale a lungo coltivato che quasi s’era concretizzato e
“realizzato” (nel senso di un “nascere alla realtà”, un “divenire
realtà”) in quella peculiare esistenza, ma anzi forte si affacciò subito
nell’artista l’inquieta e sentita volontà di evidenziare ed eternare il
valore di quella scelta di vita e di quell’uomo mediante una sorta di sua
potente trasfigurazione: quella morte fu, cioè, non motivo di abbattimento,
bensì – sia pur nella commozione e nel turbamento – lo stimolo essenziale
per continuare a cantare l’ideale della Libertà in un’opera suggestiva e
vibrante, “Barbone nella luce”, in cui in un incanto di vivido chiarore si
staglia il profilo di una sagoma coricata, un corpo che si libra a mezz’aria,
trascinato quasi grazie ad una misteriosa forza da terra per innalzarsi in un
metaforico “cielo” perfettamente illuminato, a significare un’apoteosi
(nel senso originario del termine) di un’esistenza che anche in punto di morte
ed anzi “nella” morte riesce a soddisfare fin nelle plaghe dell’infinito e
dell’eterno il suo sogno di libertà. In altri termini e semplificando, morto
l’uomo, non muore
Se dunque a levarsi in Sutherland è un registro decisamente “epico”
(l’innalzamento del barbone nella luce è una sorta di scena tragica che si
manifesta sul palcoscenico del mondo e della fantasia del “cantore” moderno)
che non fa che esaltare il personaggio e sublimarlo alla luce di un sentire
“eroico-titanico”, nella lirica del Balestriere la tonalità adoperata è
quella di un livello “intimo-elegiaco”. Lì l’epos, qui l’elegia; lì la
drammaticità, qui la delicatezza eterea di parole quasi bisbigliate; lì
l’eroe, qui l’umile-saggio che quasi seguendo gli autentici precetti di
Epicuro circa il vero “piacere” (“atarassia” e “aponia”) risulta
essere “gigante” nel suo “cappotto-bara”. Tuttavia, nonostante la
presenza di queste differenze, entrambe le espressioni artistiche – pur nella
loro (peraltro magnifica) unicità – non sono che un tributo sincero al
medesimo semplice uomo. E soprattutto, come l’“armonia” di cui parla
Foscolo nei “Sepolcri” che “vince di mille secoli il silenzio”,
sopravvivranno al tempo, recando in sé la memoria del barbone della Marina di
Casamicciola e della sua profonda lezione di vita. E’ per questa via davvero
che l’Arte riesce a sottrarre
Massimo Colella
(
Quotidiano “Il Golfo” del 7 gennaio 2010, pag.8 Arte e Cultura”)
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"Suoni della città"
«Il vociare concitato e le dissonanze sonore che ti inondano attraversando di sera il centro storico di Napoli, coinvolgono ed affascinano l'Artista in maniera totale. Ne viene trascinato così profondamente da trasferirli in un dipinto di forte impatto visivo e di forte suggestione.
Il Neogestualismo di John Sutherland trova una ulteriore, raffinata e graffiante trasposizione pittorica». (Ada Keller)
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