Giudizi critici    65

JOHN SUTHERLAND* 

Un espressionista astratto ad Ischia

  A ridosso dell'ultimo conflitto bellico la Germania di Hitler bolla pesantemente tutte le espressioni artistiche non figurative, decretandole "Arte Degenerata". Le Avanguardie emigrarono in parte negli Stati Uniti, ma molti rimasero nella vecchia Europa diradandosi tra la Svizzera e l'Italia. Qui, verso il mare, sull’Isola di Ischia, nell'elegia di un paesaggio solare e classico, si dinamizzò un epicentro di Arte Espressionista a lungo vitale. John Sutherland, di origine australiana, ne fu attratto negli anni '70. Pare che i colori e le luci dei Mediterraneo abbiano avuto un notevole influsso sulla sua sensibilità coloristica, abile, come si è rivelato, nel far affiorare calde patinature per una necessità pittorica sentimentalmente più coinvolgente. Non è il “segno", ma il gesto che lo precede immediatamente a muovere a spatola quel magma cromatico intessuto di fermenti incontrollati e disinibiti. La sua espressione artistica va ad allacciarsi a radici storiche di scottante evoluzione che comunque non esauriscono la straordinaria carica di magnetismo sprigionante dalle sue opere viste ed analizzate dal vivo. La spatola, oppostamente al pennello, agisce rapida, incisiva e dà l'immagine immediata di ciò che Lui vuole esprimere. L'artista, intimamente munito di cultura umanistica, fa capo alle varie tendenze espressionistiche e astratte del Centro Europa, negli anni '40, in cerca di un punto di fusione. Il grande esodo dei Surrealisti in America è l'evento che fa coagulare le correnti portanti, l'irrazionale e il simbolico. Sutherland si pone esattamente al crocevia dell'esperienza europea e dell'avventura americana: con sorprendente originalità da questa elabora la procedura a colore puro gettato sulla tela con la spatola e modellato con gesto istantaneo (da cui Gestualismo o Neogestualismo), da quella invece estrae il valore parametrico della Storia e dell’ Uomo che gli consente un approccio addirittura letterario e psicologico al soggetto, partecipe del malessere politico e sociale che affligge l'umanità di ogni parte della Terra dalla ricostruzione postbellica in poi, soprattutto se, in un paese come l'Italia, al restauro dei monumenti e alla riedificazione delle case non ha potuto corrispondere quello delle coscienze.

                                    (Giulia Sillato, rivista "Arte" Mondadori, aprile 1997)

*Opere in permanenza presso il Centro Ricerche d'Ambra  Via S. Vito, 56 – Forio d’Ischia (NA) – Tel. e fax 081/997117
[E-Mail: dambran@gmail.com]

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Special Guest
John Sutherland
at Maffei Palace of Verona, 1996

   The exhibition Rifugio Precario, Artisti Intellettuali Tedeschi in Italia dal 1933 al 1945 (Temporary shelter, German Intellectual Artists in Italy from 1933 to 1945 Mazzotta Catalogue, 1995) was held last year in Milan in the rooms of Palazzo della Ragione. On display were works of artists, mostly German, some still  alive, who, during the second World War, had been branded by the severe and pointless Nazi Decrees on "degenerate art”. The decrees banned all those forms of Art which pursued the image of inner expression, far removed from traditional stereotypes, emblems of the Imperialism of the Third Reich. Some avant‑gard artists emigrated to the Union States, others remained in old Europe , In Switzerland and Italy . Here, by the sea, on the island of Ischia , in an elegiac sunny and classic landscape, o centre of Expressionist Art was founded, from which stems the present, and still vital artistic trend. The Australian artist John Sutherland was attracted by it in the Seventies, The graphic "gesture', not the sign, determines his violent and problematic pointing, where the colour is given in jets and with a broad knife, following quick and powerful impulses which imply o composition of uncontrolled and uninhibited chromatic turmoil. He clearly finds inspiration from the Abstract Expressionism of the New York group, where forms and colours reach a total freedom of expression as o symbolic protest against world disaster and social unease. But Sutherland's pointing has a humanistic base: In the confusion of forms and colours, so congenial to him, he gives vent to the anger of a person who does not shirk moral judgement. In this sense, it is worth mentioning his works of 1994 inspired by the war in Bosnia and by Italian problems, such as the historical and political changes deriving form the "Clean Hands" strategy against corruption, and the appointment of a new man, Silvio Berlusconi, as Prime Minister John Sutherland's presence in Verona at Palazzo Maffei, for the 1996/97 Selezione Maffeiana is a great cultural event. In November, works of artists from Campania will be on display. The culture from Ischia will open up in many directions and provide talented people, coming from the most unexpected parts of the world, with the rich legacy of values and images represented by the human warmth of the inhabitants, the unique picturesque landscape and the remains of its millenary history.     [Giulia Sillato]

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John Sutherland dans ses toiles en acrylique, présente une peinture où l'idée d'espace est vécue comme vision cosmologique: les couleurs s'introduisent et s'éloignent du centre pour avoir des effets dans une vision complète. Dans sa planification il parait avoir une vision obtenue à travers un vol rasant où le rependre de la couleur est effet et forme d'un devenir cosmique.

                                                                                              [ Gennaro  Corduas ]  

 

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       Il pittore John Sutherland ha compiuto studi umanistici ed è laureato. Si è formato principalmente attraverso lo studio dell'evoluzionismo, dell'esistenzialismo e delle correnti artistico-letterarie del Novecento. Caposcuola del neogestualismo esistenziale (Zagler). Nelle sue opere non vi è  mai alcuna descrittività: gli elementi sono ridotti ad essenzialità emblematiche, individuabili in particolari atmosfere, da cui traspare la viva partecipazione e l'intensa emozione dell'artista. realizza i suoi dipinti con un linguaggio ai limiti dell'astrazione, tra l'espressionismo e l'informale. Alterna momenti di distensione lirica a vere e proprie esplosioni cromatiche che lo proiettano in una dimensione carica di energia gestuale (G. Trabini).

Ha illustrato diversi libri ed ha partecipato a numerose mostre in Italia e all'estero. Le sue opere sono custodite in collezioni, associazioni culturali, pinacoteche ed Enti pubblici e privati in varie città e comuni italiani. E' presente nei più prestigiosi annuari e cataloghi d'arte moderna e contemporanea.

(Pubblicato nel Catalogo IV Festival Internazionale della Pittura contemporanea).

 

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  JOHN SUTHERLAND

     Gli  ultimi  romantici. Così furono definiti  gli  artisti  che negli anni quaranta affidavano la loro espressione artistica alla sola  forza  del  gesto, imprimendo una  carica  sentimentale  ai propri  quadri magari a danno d'un contenuto non  sempre  voluto. Sutherland riscopre un esperienza fatta da grandi maestri che gli permette  di  esprimere sentimenti ed emozioni in modo  forte  ed incisivo.   La  pittura di John Sutherland è carica del fermento  artistico che attraversa l'intero mondo occidentale negli anni quaranta  e cinquanta. Le sue tele esprimono una conoscenza profonda dell'arte  informale. Anche se fondamentalmente gestuale la sua  pittura si esprime anche attraverso la componente segnica facendo propria la  lezione di Giuseppe Capogrossi (1900-1972)  e  riproponendola con  un interpretazione personale. I lavori sui moduli  di  Capogrossi  sono riproposti con un modulo che non è mai geometrico. Il modulo  in Sutherland, "giocato con tanti e tali modi e con  tanta libertà inventiva", viene ad essere il segno pittorico, la  pennellata  carica  del  gesto espressivo  che  contraddistingue  il pittore. Un gesto che diventa un denominatore comune intorno al quale l'artista è libero di esprimersi secondo i diversi insegnamenti dei maestri della pittura informale. Nel "Caprone  Ribelle" Sutherland fa uso dello stesso gesto più volte riproposto, con un passo che si rincorre lungo il perimetro del quadro in dimensioni talvolta  piccole  altre volte meno, crescendo man  mano  che  si sposta l'attenzione verso il centro del quadro, dove il gesto  si amplia per imporre la ribellione del caprone del quale  rimangono tracce  di profili lungo il percorso. Un moto che è presente  di frequente nei suoi quadri.   Il  dinamismo e la staticità sono percezioni che vengono  fuori chiaramente  dai suoi quadri. Riguardo all'aspetto dinamico  possiamo  distinguere due movimenti fondamentali: il movimento  concentrico e il movimento lineare.  Il  movimento concentrico è rappresentato nella "Festa di  Vendemmia"  dove la danza dei contadini, stilizzati in rosso e  blu, che compaiono sul fondo giallo-oro, che simboleggia il colore del vino ma anche il valore prezioso dello stesso, è una  sorta  di girotondo all'interno del torchio. Ne  " La Danza della Fecondità"  su un lenzuolo di tela bianco protuberanze e rientranze si  inseguono, si penetrano e si lasciano in una sorta di danza che  vede protagonisti gli organi sessuali che talvolta si rendono anche in maniera  figurativa. Tutti i quadri legati all'azione  del  vento sono  espressi  da  un movimento concentrico.  "Il  Vento"  viene rappresentato  con un rosso su bianco quasi a voler  chiarire  il segno che sarà presente negli altri quadri come la "Bufera" e "Lo Scirocco di Primavera" dove in ognuno col sapiente uso del colore Sutherland  esprime  magistralmente le varie  condizioni  in  cui l'azione  eolica  diventa  protagonista.  Altro  momento  in  cui l'azione  concentrica  vive è nei quadri legati al  mare  da  cui "Risacca sulla Scogliera" e "L'Elica nel Porto", dove in ogni  il  il  mare è costretto, a volte artificialmente  altre  volte naturalmente,  ad un azione concentrica che  richiama  fortemente una sorta di moto interiore: rappresentazione di un intenso sconvolgimento operato nel profondo del mare ma potrebbe essere anche nel  profondo  dell'anima. Anche "Festa  d'Autunno"  esprime  una danza dove i soggetti ricordano molto i contadini della "Festa di pienamente l'impressione d'un rincorrersi l'un l'altro  rivelando il  senso  giocoso che la trottola trasmette  in  chiunque  abbia voglia di abbandonarsi a qualcosa di semplice ma bello. "Il  Buco Nero" rappresenta tutto ciò che è avvolto da mistero e dall'impenetrabile corteccia dell'ignoto. L'abisso nel quale l'uomo affonda  con  la personalità e la capacità cognitiva  delle  cose.  Il quadro  è  un olio del 1995 dove il movimento  concentrico  viene geometrizzato  con  un rosso sangue contrastato da  un  nero  con sfumature verdi e viola. Nel centro del quadro il rosso  sparisce risucchiato da un misterioso contrasto di colori  Il movimento lineare è riscontrabile in quadri come "Lo  scatto del Podista" e "Campionessa di Nuoto a Rana". Sutherland  esprime diversamente  l'idea  del movimento lineare. Nel  primo  caso  il senso dinamico è ottenuto con una sequenza di fotogrammi  rappresenta il podista in una serie di fasi che rendono lo scatto  proprio  nell'atto  della partenza, quando lo  sforzo  agonistico  è maggiore.  Nel secondo caso il senso dinamico è ottenuto  da  una serie d'incisioni sull'acrilico che richiamano alle bollicine che ci  lasciamo  dietro quando attraversiamo la gravità  marina.  Le incisioni  sono  ottenute  con l'azione  della  spatola,  tecnica presente  di  frequente nei suoi quadri a conferma  dell'estro  e della  conoscenza  del pittore che fa uso di  tutto  il  bagaglio tecnico che le avanguardie hanno lasciato. Anche " La Fuga   (Braccato)",  un acrilico del 1994, è legato alla galleria dei  quadri la  cui  dinamica è legata allo scatto,all'attraversamento  del segno pittorico da una parte all'altra del quadro. Sutherland  in questo caso rappresenta un topo in fuga, ma il topo è solo  l'attore  d'un azione ( la Fuga ) che caratterizza il quadro dal  basso verso l'alto con mutazioni cromatiche che vanno dal nero al verde al viola al lilla al rosso e sfumando nel marrone. Una metamorfosi che si conclude con il profilo del topo in alto. La  staticità è un altro aspetto importante della  pittura  di John  Sutherland. Egli riesce ad ottenere questo effetto  facendo uso  di  colori ed associazioni degli stessi in  modo  combinato. Quadri  emblematici a proposito sono "Autoritratto" dove la  presenza del pittore che si scruta dentro è addirittura  figurativa. Il  quadro rappresenta il cranio del pittore visto dal di  dietro mentre  guarda in una direzione dove potrebbe esserci  uno  specchio, o meglio ancora lo specchio della sua stessa anima. Sutherland tratta questa parte del quadro con l'intenzione di  ottenere una  profondità. Egli ci riesce attraverso un moto concentrico  e sfumato  dei  colori  eludendo la  costruzione  geometrica  della prospettiva, ottenendo così un senso che di profondità interiore e non visiva, come quello ottenuto con la costruzione  geometrica della  prospettiva. Il risultato è la visione dell'artista  perso nella  sua meditazione e nello scrutare la sua anima, un  momento d'intensa  riflessione.  Fisicamente  è  tutto  immobile   mentre all'interno  c'è  un rigurgito dove delle macchie di  colore  più intenso  ci  danno  l'idea di episodi forti  che  s'impongono  pensiero dell'artista. Un altro quadro dove il senso d'immobilità è forte, se non assoluto, è "Desertificazione". Un  acrilico  su tela che ci catapulta nelle zone più calde e torride del  deserto dove la vita si dissolve sotto la violenza della luce che finisce per risucchiare a se l'unico colore che ne testimonia  l'esistenza.  Ma  la drammaticità del colore così caldo non ci  esime  dal catapultarci in un Day After dove a tutto sopravvive, e a stento, solo il colore. Il quadro testimonia l'inaridirsi della terra  di fronte  al  sopruso speculativo che porta  l'uomo  a  distruggere foreste  e  boschi  interi. "Il Dubbio" è un  quadro  dove  tutto galleggia. I colori, a testimonianza del titolo, non assumono mai una  loro  definizione  precisa. Il marrone e il  colore  oro  si combattono  per riscattare una prevalenza definitiva,  mentre  il blu pieno di contaminazione non riesce a liberarsi mai  definitivamente  per affermarsi nella sua totale tonalità. Alla  fina  la resa  del dubbio è assoluta. Ne "L'Angoscia" il riferimento  alla alienazione  dell'uomo  contemporaneo rappresentata da  Munch  ne "L'urlo"  è  evidente. L'immagine monocromatica è segnata  da  un verde più scuro che delinea il profilo dell'"uomo urlante"  visto in  primo piano. Ma l'urlo stavolta non agita il  paesaggio  come con  Munch:  l'urlo della coscienza stenta a superare  la  coltre epidermica  dell'uomo  contemporaneo che non ha  nemmeno  più  la forza  di urlare e ribellarsi allo stato di cose che lo  alienano da se stesso e dalla cura di se stesso, cercando con le stesse un compromesso  che lo esima dalla sofferenza necessaria per  ribellarsi alla società di massa. Nei quadri del pittore australiano viene fuori la conoscenza  e lo studio dei grandi maestri che hanno fatto la storia  dell'arte informale.  Ne "L'armatura di Ettore" Sutherland esprime  la  sua capacità di  sintesi  ricordando Franz Kline  (1910-1962)  dove "nella  sua  opera  era evidente la preminenza  del  gesto".  Nel quadro  tutto  viene ridotto ad un gesto pittorico,  un  nero  su fondo  bianco.  L'opera di sintesi è portata all'estremo,  ci  si affranca  dall'effetto di contrasti e accostamenti, mai  come  in questo caso "l'immagine trova la sua unica espressione nell'energia  del gesto che l'ha tracciata" (De Fusco). La pennellata  qui acquista il significato segnico che la coltellata di Lucio Fontana rappresentava nelle sue tele "Concetto spaziale-attesa", ma la  perentorietà  espressiva  ci  può ricondurre alla  poesia  "Ed  è subito sera" di Salvatore Quasimodo o ad alcune poesie di Giorgio Caproni degli anni sessanta. Ma  Sutherland dimostra di passare dall'estrema  semplicità  de "L'Armatura di Ettore" alla complessità composita delle  "Ispezioni  della Memoria" che sono i quadri più recenti, segni  della nuova  strada  intrapresa  dal maestro.  Nelle  "Ispezioni  della Memoria"  e  in "Lettera d'Artista" Sutherland sembra  rifarsi  a Jackson  Pollock (1912-1956), capostipite della  Action  Painting americana,  e  ai lavori che successivamente eseguì  Mark  Tobey. L'effetto è di un esplosione di segni, di linee, di incisioni,  e di colori che nel caso di Sutherland presentano uno studio cromatico  più ordinato con tonalità di rosso, verde e giallo  che  si compenetrano con sapienza e armonia, creando una sorta di contrasto tra i segni e le incisioni che si susseguono in modo frenetico  e  i colori che, in alcuni casi, si posano con  tranquillità sulla tela. I segni della spatola sulla tela danno l'impressione d'uno scavo disperato e romantico di dita che cercano confusamente nei  ricordi che il tempo ha portato  lontano  dalla  memoria dell'artista. Sutherland non fa uso del dripping, tecnica cara  a Pollock  e  De  Kooning, ma agisce in modo  chirurgico  come  era l'operare di Tobey, che si rifaceva alla scrittura  microcinetica della cultura T'ang cinese. Ed a proposito della cultura T'ang, è proprio al mondo orientale che Sutherland guarda quando si produce  nel  quadro  "Attori del Nò giapponese". Il Nò  è una  forma teatrale  giapponese  evolutasi intorno ai secoli XIII e  XIV  da antiche  danze dell'epoca cinese dei T'ang.  La  rappresentazione prevede  la  partecipazione  di due  attori,  simboleggianti  due figure retoriche: il protagonista e l'antagonista. Nel quadro gli attori si distinguono per la ricchezza dei colori che li  rappresentano,  ma  alla  loro ricchezza cromatica  si  contrappone  un atmosfera tetra, a testimonianza della drammaticità della cultura giapponese. La figura dell'antagonista quasi si dissolve sotto la tonalità  dei  colori scuri che descrivono la  scenografia  della rappresentazione teatrale. La figura dell'attore teatrale Sutherland l'approfondisce nel quadro "Attore Tragico" del 1995.  L'attore  è coinvolto da stati passionali, il rosso sulla destra  del quadro,  e  celebrali, il giallo a sinistra del quadro.  Un  nero intenso avvolge il quadro esaltandone la profondità  e  i  colori che lo caratterizzano. L'innovazione  del pittore australiano sta nell'aver portato  a quest'esperienza pittorica un attenzione verso tematiche e sentimenti  che prima gli informali rifuggivano. Sutherland ha  saputo far propria un esperienza pittorica, un linguaggio forte e  immediato dell'arte del novecento per piegarlo alle proprie  esigenze espressive e poter rappresentare temi vicino alla nostra società e  al nostro tempo. A proposito ricordiamo i  quadri  d'interesse politico come: "Bosnia 94" legato alla tragedia che ha  investito i paesi baltici in questi ultimi anni, il quadro rappresenta  uno squarcio  su una tempesta di sangue che inonda il paese, a  sinistra la tempesta assume sembianze umane; "Dachau" rappresenta  il dramma  delle  deportazioni di ebrei che camminano  curvi  su  se stessi con la paura e il presentimento di ciò che li aspetta; "In morte di Gabriele Cagliari" è legato al periodo di tangentopoli e all'aspetto più delicato che la vicenda ha suscitato, la custodia cautelare  che ha visto trattenuti in galera non  sempre  persone colpevoli, Cagliari è stato tra i primi a pagare ed era un segnale  che  l'artista  ha immediatamente avvertito,  mentre  chi  di dovere  ancora  non  si è deciso ad affrontare  il  problema  per cercare  di trovare una soluzione; "Italia 1994, la speranza"  ci riporta all'anno in cui si andò a votare per passare dalla  prima alla  seconda Repubblica, il verde che dovrebbe rappresentare  la speranza  è  debole, il colore che prevale è il giallo - oro  che tutti in quei giorni sognavano grazie a delle propagande  illusorie  che hanno lasciato gli italiani ancora seduti  ad  aspettare come si nota nel quadro in basso; "Il Passero e l'Aquila Reale" è legato al tema della guerra e della eterna ed impari lotta tra il più debole ed il più forte, qui veniamo colpiti dalla dignità che il pittore conferisce al più debole rappresentato dal Passero che in alto a destra si mostra in tutta la sua figura senza  piegarsi al  destino  di soccombente, la dignità è dentro di  noi  e  deve venire  fuori  proprio quando il destino la mette a  dura  prova;  "Libri Violati" è legato all'attentato all'Accademia dei Georgofili  di Firenze che sembrava riportare l'Italia verso  il  clima del  terrore degli anni settanta che rimane ancora  fresco  nelle memorie degli italiani, una strategia che non ha più  funzionato, il  quadro rappresenta dei libri viola-ti su un fondo scuro  trasmettendo  il profondo dolore che l'attentato ha suscitato  negli italiani colpiti nel segno dell'arte e della storia. La  violenza viene  fuori  anche da " La Rissa ", un acrilico del 1996,  dove  i personaggi emergono da un fondo bianco, ma ad emergere dal  fondo è  soprattutto  la loro ira. Anche in questo caso  i  colore  che prevale è il viola. Altri temi sono  legati  all'ecologia  come "Agonia di Tartaruga Marina (Caretta Caretta)" con una rappresentazione della tartaruga marina che si vede in modo quasi  figurativo, il colore dell'animale non esiste più, la tartaruga confonde  il  proprio colore con il colore del  mare  dissolvendosi  in esso.  Ma è  un mare tradito-traditore, un mare tradito  dall'uomo che  lo inquina e traditore verso la propria fauna che  ne  resta inquinata. Ma noi sappiamo che i due protagonisti del quadro,  il mare e la tartaruga, sono entrambi vittime di azioni ignobili  di qualcun'altro. Altro problema sentito dall'artista è rappresentato  da  un olio del 1995 " La Danza del Fuoco": foreste  e  boschi  spesso  sono presi da fiamme che costringono la natura a  danzare alla presenza del fuoco che ne muta i colori, lasciando il  verde per il giallo, prima di diventare cenere. Il fuoco è rappresentato in basso al centro con discrezione quasi a volerne sminuire la responsabilità di "istigatore alla danza". La selva torna  protagonista  ne "Il Cruccio del Bosco", un acrilico del  1994  legato alla  stessa tematica, dove le fiamme giallo-oro si alzano  dalla terra marrone e si confondono con il verde intenso che termina il quadro in alto. Ma  le sue tematiche rappresentano sentitamente  anche  aspetti della cultura italiana, penso al " La Mattanza ", "Festa di Vendemmia",  "Festa  d'Autunno" e "San Martino del Carso".  La  pittura informale  con Sutherland trova l'urgenza di dire qualcosa  d'importante  che  vada oltre il solo riscatto della  pittura  e  del colore fine a se stesso. Secondo Argan "l'esperienza che  l'artista  compie in una determinata opera, senza disegno o  intenzione preordinati, passa interamente e immediatamente nell'"altro", ma, nello stesso tempo, lo choc percettivo non lascia conseguenze, si disperde  con la stessa rapidità con cui si è prodotto". Ma   del lavoro  di  Pollock e dei suoi amici Sutherland  ne  conserva  il carattere di "Opera Aperta", "vale a dire un opera dotata di  una sostanziale  indeterminatezza, così che il fruitore è indotto  a completarla  con  una  serie di  possibilità  interpretative,  di letture  sempre variabili" (U. Eco). Ed è proprio il carattere  di Opera Aperta a coinvolgere lo spettatore in un lavoro interattivo che  lo  avvicina in modo forte all'autore. I  titoli  ai  quadri potrebbero  essere vincolanti a questo fine, ma ciò non  avviene. Il concetto di opera aperta si mantiene, anche se si finisce  per ottenere  una  "variazione su tema", che è  un  concetto  cardine della  musica  jazz. Ma a differenza del jazz dove  il  musicista compie  la  variazione  sul  tema  attraverso  l'improvvisazione, adesso la variazione sul tema è affidata all'"altro", al fruitore che  diventa  parte  attiva della riuscita  emotiva  del  quadro, partecipando direttamente all'evento artistico come nelle rappresentazioni   teatrali  dei  dadaisti.  L'artista  non   abbandona l'"altro" a se stesso, con il titolo gli indica un campo  all'interno del quale è possibile muoversi secondo la propria  sensibilità: una struttura che lo guidi all'interazione col quadro, così come la struttura armonica aiuta il musicista nell'improvvisazione. In ultima analisi non si può non fare riferimento alle Opere su Carta dove la sua fama di instancabile sperimentatore trova piena conferma. Sutherland ha sentito il bisogno di superare la tecnica dell'acquerello provando a mischiarlo con l'acrilico ed ottenendo dei  risultati notevoli. Il quadro viene fuori con tutta  la  sua potenza  materica  ed in alcuni casi lasciando dei  percorsi  che richiamano  ad un paesaggio lunare (surreale) o ad una  corteccia d'un albero (reale). Anche i colori usati talvolta ci  confermano una materia viva, mentre altre volte assumono sfumature irreali. Con John Sutherland la pittura gestuale ritorna sulle tele  con uno  spessore  diverso. La possibilità di farla  confrontare  con tematiche  sociali  e  culturali la rinnova e le  d'un apporto contenutistico  che prima le mancava. Tutto ciò fa di  Sutherland un pittore di notevole spessore artistico, con una capacità unica di comunicare la cultura pittorica e sociale del novecento. (Silvano Arcamone).           (Periodico "La Rassegna d'Ischia", n. 4, luglio/agosto 2009, pagg. 39-42). 

 

 

 

"Davanti ad un'opera d'arte scattano meccanismi onirici che fanno emergere sentimenti e valori culturali, senza che con ciò venga annullato il rapporto con la quotidianità ed il vorticoso ritmo della vita contemporanea.

Si potrebbe dire che si tratta di una pausa: per un momento il pensiero si sposta dall'ingegneria genetica, dalla cibernetica, dall'interattività dei mezzi informatici per dare spazio ad un processo di introspezione, di riflessione e, perchè no?, di poesia. E si può anche affermare che una vera opera d'arte stimola sempre il nostro immaginario e la nostra sensibilità, qualunque sia il linguaggio espressivo e i materiali usati. E' il caso delle opere di John Sutherland. L'artista, dopo aver svolto ricerche assolutamente autonome attraverso le varie avanguardie, ha sviluppato ed imposto uno stile innovativo ed evolutivo, collocabile ai limiti dell'astrazione, tra l'espressionismo e l'informale. Esperienze, emozioni, conscio e subconscio, realtà e sogni, alimentano una singolare forza cromatica che con grande vivacità, o assoluta tenuità, rende immediatamente percepibili i messaggi di un'arte innegabilmente ispirata, un'arte di ampi contenuti. John Sutherland possiede veramente la straordinaria capacità dio dare voce alle meditazioni dell'animo e alle percezioni sensoriali che scaturiscono dall'osservazione delle cose e degli eventi. E lo fa con un'istintiva e limpida scorrevolezza, con una semplicità e una umanità suadente, incisiva, estremamente coinvolgente. E' un'artista che ha personalità e valenza" (Gino Trabini, Dizionario Enciclopedico Internazionale d'Arte Contemporanea, 2000/2001, Ferrara). 

 

 

 

<<Il mistero non ha mai affascinato l'Artista, che ha sempre respinto evocazioni mitologiche e indagini che non fossero basate sul reale. Probabilmente con "L'Indovino" va ad esplorare quella parte di umanità smarrita che, come una droga, ha bisogno di illusioni come alimenti indispensabili alla propria esistenza>>. Giovanni Plotino

 

 

"L'Albero della libertà"

Eversivo persino nella grafica John Sutherland che, qui, affronta con riconosciuto successo un tema storico: quello della Rivoluzione Francese e dei suoi riflessi libertari. Abbandonata per un momento la sua spatola graffiante da espressionista astratto, va simbolicamente a rappresentare il cammino e l'ampliamento degli spazi di libertà: dalla Francia alla Repubblica Napoletana, all'Europa Unita ( Dr.ssa Giulia Sillato, Storico dell'Arte di Scuola Longhiana).

 

 

"Inseguendo il nulla"

  ....inseguire con occhio avido realtà effimere e sfuggenti è il nuovo tormento esistenziale dell'artista, che si avvicina ad una senilità con poche certezze, dopo aver assaggiato i frutti di una vita intensa e carica di emozioni, in quasi tutte le sfaccettature...(Giorgio Guerra)

 

 

"Fugit Tempus"

 John Sutherland, è un pittore moderno di eventi e temi che approfondisce con una tecnica di avanguardia e penetra emotivamente con i propri segni metaforici in situazioni sociali e ambientali.

L'analisi della realtà, allora, si trasforma in una sorta di racconto dai vari articolati capitoli in cui geometria, colore e allegoria creano una visione contingente delle storie commentate con il disegno e le allusioni anche cromatiche e il suo astrattismo-informale di gusto gestuale ha caratterizzazione di "messaggio" o "segnale" anche di critica o commento....(Antonio Caggiano)

 

"Torri Gemelle"

   La tragedia dell'undici settembre a New York non poteva non scuotere, dal più profondo del suo essere, John Sutherland, se si tiene presente che i temi sociali e libertari hanno informato grande parte del suo itinerario artistico ed umano. E' ancora lucido nel ricordo quando al Salone dell' Arte Contemporanea a Firenze, espose venti suoi dipinti ispirati alla Guerra del Golfo del 1991, che furono una vibrata protesta contro Stati e Religioni che non erano riusciti a fermare il conflitto. Ma l'assassinio preordinato di tremila innocenti è un'aberrante generazione che pone l'uomo al di fuori del consorzio umano per catapultarlo di colpo nel periodo tribale. (Giovanni Plotino).  

 

"Big Bang"

Due opere fra le più emblematiche, realizzate da John Sutherland all'inizio del Terzo Millennio, sono da annoverarsi "New Economy" (in cui sottolinea con forza la caducità delle nuove frontiere dell'economia che non collocano al primo posto in assoluto l'avvio della risoluzione dell'immenso problema della fame nel mondo) e "Big Bang" dove il caos primordiale trova un perfetto equilibrio armonico conseguente ad un lungo processo di assestamento: la consueta spatola usata dal pittore nella sua immediatezza esistenziale, a volte come aspersorio e a volte come pugnale, si associa alla fotografia e al computer....( Anastasia Villone ).                                         

"Tokyo al crepuscolo"

 

Dopo le gelide rappresentazioni delle varie periferie urbane, tutte apparentemente simili: da Mosca a Montreal, da Tunisi a Vienna, da Londra a Tokyo, da Amsterdam a Helsinki, da Budapest a Parigi, a Pechino, accomunate solo da un assordante silenzio, John Sutherland affronta il cuore pulsante del centro urbano della città, a cominciare da Tokyo che al crepuscolo ostenta la massima tensione di vita. Per l'artista è quasi una rinascita spirituale, una ricerca di contatti esistenziali e di memoria, meticolosamente evocati, forse nel ricordo nostalgico di una vita tumultuosamente vissuta. (Anastasia Villone).

 

"Il Passero e l'Aquila Reale"

 

Una qualità pittorica forte di tendenza esistenziale. Colori fluidi ma non traboccanti. Il suo espressionismo è spontaneo, emozionale, conseguenza di un particolare stato d'animo e di libera ed immediata  gestualità. (Emanuel V. Borg).

 

 

"Fondale Marino"

 

Maturatosi principalmente attraverso lo studio dell'evoluzionismo, dell'esistenzialismo e delle correnti artistico-letterarie del Novecento, è approdato ad un originale espressionismo informale di intense qualità pittoriche. Il suo iter artistico si può, schematicamente, inquadrare in tre periodi: figurativo moderno, geometrico, informale-astratto.

Pittore del presente, John Sutherland è animato da forte passione civile. 

La libertà, la solidarietà e la tolleranza sono le dominanti della sua ispirazione, la cui filosofia di fondo non è solo conquista intellettuale, ma voce forte dell'intimo che prorompe libera e senza condizionamenti. (Nota redazionale)

 

 

"La Costellazione dell'Asino"

 

 I numerosi critici che si sono occupati della produzione pittorica di John Sutherland hanno tenuto alquanto in ombra un lato importante e significativo dell'Artista: il senso dell'umorismo.

   L'impatto con il dipinto"La Costellazione dell'Asino" - a parte la consueta ed ottimale resa artistica - ci riporta immediatamente alle abbuffate televisive di incontri e scontri, dive si gira sempre intorno agli stessi argomenti ed "i duellanti" fanno sforzi immani, scaricando sul telespettatore annoiato fiumi di parole, per inventarsi distinzioni inesistenti, col tono grave e sostenuto della saccenza. Nessuno dei protagonisti immagina la reazione dei telespettatori, a volte divertita, più spesso annoiata, per quelle comiche involontarie di cui l'attore non pensa neppure di essere protagonista!

Inventerebbero anche la costellazione dell'asino, pur di apparire più originali dell'interlocutore!

   E' evidente che non è solo questa la fonte di  ispirazione che trova altresì le sue radici nei vari aspetti della vita sociale (cosa di facile riscontro nella produzione del pittore). Come ulteriore chiave di lettura si rimanda ad un noto dipinto non recente (1986) di John Sutherland  che ha un titolo certamente significativo: "Politici Marpioni". E' quanto dire. (Alda Franceschini).  

 

 

 

"My Pray"

 

<< L'Autore si purifica nella essenzialità della composizione,dove non è difficile individuare la presenza, quasi fisica, di John Sutherland; anche se è arduo affannarsi a cercare un precedente analogo nella sua pur vastissima produzione pittorica. Un atto di preghiera verso la immensità universale dell'Arte, come un'accorata e sommessa predica fatta a se stesso>> (Roberto Maltese)

 

 

<<.......con l'acrilico ha saputo creare anzi immortalare delle tele stupende: "Primavera...", "Bosnia", "Occhio".....>> Agnese Chiota, 1996.

 

 

«......mi piace la forza dei colori e l'intensa suggestione delle forme» Pasquale Balestriere (poeta), 1996.

 

 

 

<<E' lui Sutherland che inserito omologo in parenchima  ci narra ciò che soltanto lui può vivere e noi così sappiamo quanto si muove, quanto tutto si rinnova e noi ancora con l'artista, che quando affiora si rituffa nell'autoritratto e ciao, evviva>> Ernesto  Caiazza, 5 agosto 1996.

 

 

 

"Autoritratto"

 

   "Una tempesta di colore...appena un cenno di espressione e solo se l'immagine viene vista da lontano. Fremono, tra i getti improvvisi ed arrabbiati della spatola, quei guizzi d'emozione che dividono l'Uomo nel Bene e nel Male. Il pensiero filosofico, connotante i suoi studi umanistici, qui, ha imposto con autocritica ed ironia un Io sdoppiato nella bipolarità dell'Essere". (Giulia Sillato,Storico dell'Arte di Scuola Longhiana).

 

 

 

<<Great colours - great emotions>> Nunzia Migliaccio, 1996.

 

 

 

<< Emozioni, ragioni del cuore: espressione del fluire dell'umana esistenza>>  A.Laudic, 1996.

 

 

 

<< Esistenzialismo dell'essere umano e non umano. E' un penetrare nell'immensità del quadro perdersi tra le varie chiazze di colore che esprimono "alla grande" i sentimenti dell'"ego" >> Anna Luongo, 1996.

 

 

 

<< L'acme dell'emozione è ciò che Sutherland, attraverso il colore, imprime sulla tela ed all'osservatore, non resta che lasciarsi travolgere, coinvolgere o elaborare questa emozione, che tocca alte cime in alcune tele, meno in altre >> Caterina Iacono, 24 agosto 1996.

 

 

<< A John Sutherland che ha visto quello che non era possibile vedere>> Vittorio Sgarbi, 27 agosto 1996.

 

 

 

<<E' una grande sensazione vedere in questo palazzo [Palazzo Reale di Ischia ] che respira storia di un ricco passato culturale, ospitare mostre di arte moderna come questa di un pittore di livello europeo.....>> Maurizio Valenzi, 1996. 

 

 

<<.........è un gran bel palazzo [Palazzo Reale di Ischia ], del resto lo avevo già visto, ma adesso con i quadri di John Sutherland ci si sente realmente in un "mare d'arte". Complimenti per l'allestimento della Mostra>> Vittorio Sgarbi (quotidiano "Il Golfo" del 14/09/1996, pag. 14 ).

 

 

 

<< ..........con tanta ammirazione>> Alberto Bevilacqua, 1996.

 

 

 

<< Di Sutherland i quadri, son ricchi di colori che esprimono un amore per l'Arte e la modernità proiettata in un futuro, pieno di LIBERTA' >> Rosa Genovino, 1996.

 

 

 

<< Una tempesta di colori e un'anima vorticosa>> Clementina Petroni, 1996.

 

 

 

<< Spesso dimentichiamo che la vita è ricca di colori...>> Anita Febbraro, 1996.

 

 

 

<<.........La mostra di Sutherland è di incredibile efficacia emotiva, ci ho visto dietro un enorme lavoro di ricerca interiore....>> Germana Nigrelli da Ferrara, 1996.

 

 

 

<<.........la bravura di un artista ed un momento magico di creatività che ci coinvolge tutti .......>> Franco Bucarelli, 1996.

 

 

 

<< Con Sutherland, affinché la dignità dell'umile contrasti sempre la protervia del potente! >> Maria Quintavalle, 1996.

 

 

 

<<.......mi ha creato un'emozione così profonda che non so esprimere con le parole......>> Rosa Piccini, 1996.

 

 

 

<<John Sutherland colpisce e sorprende con la dinamica delle sue cromature e, prendendo i l visitatore per mano, lo conduce sulla giostra delle sue emozioni, sovente tratte dalla realtà....>> Caterina Iacono, 1996.  

 

 

 

<< Per chi voglia riconoscere, definire ed interpretare la terminologia artistico-espressionistica, è sufficiente dire che Picasso più di Matisse, è uno dei migliori esponenti dell'espressionismo la cui arte si basa più sulla "forma" della linea e sulla composizione che sul colore. La gran parte dell'opera di Picasso è grafica, lineare, monocromatica. L'espressionismo di John Sutherland invece è coloristicamente più intenso e fluente. Una qualità pittorica forte di tendenza esistenziale. Colori fluidi ma non traboccanti. Il suo espressionismo è spontaneo, emozionale, conseguenza di un particolare stato d'animo e di libera e immediata gestualità. Forse uno dei suoi migliori lavori è "Il Passero e l'Aquila Reale", un quadro ad acrilico eseguito a spatola nel 1994. Soggetto tragico e universale. Il dominio della dignità dell'umile e del debole sulla forza bruta del potente, è evidente. Il messaggio politico appare chiaro: il debole ala mercè degli artigli dell'arrogante, di un potente impietoso. La conclusione è del tutto tragica perchè la schiavitù priva l'umanità di ogni dignità. Solamente un popolo che c'è passato può capirlo. Il dipinto "Bosnia 1994" segue la stessa dialettica sociale. Rappresenta la guerra come una cosa maniacale, barbara, violenta, come una morte senza pietà, una vendetta senza giustificazione logica, al di sopra di ogni immaginazione. L'uomo dimezzato dal dolore ed abbandonato a se stesso può trasformarsi nella più feroce e maniacale delle bestie>> Emanuel V. Borg, professore dell'Università di Malta. Recensione pubblicata sulla rivista maltese "In - Nazzion Tagjna" il 25 luglio 1995.  

 

 

 

 

Giudizi critici da Organi di Stampa e Dizionari d'Arte

 

<<......il tutto è sempre al presente. Non è passato e non è futuro: il momento magico dell'Artista è sempre" il presente". E' un'illusione che un artista come John Sutherland possa esprimere il passato o il futuro, in ogni suo dipinto è espresso sempre "un presente". Il fruitore dell'opera d'arte deve predisporsi a captare dell'artista non il suo passato, ma il suo presente di allora, che non è mai passato, ma un presente permanente. Son gli apogei dell'essere che, conscio della sua finitezza, lancia spore dello spirito, inseguendo l'immortalità >> Joseph Maurer

 

<< Quando nei dipinti di John Sutherland appare talvolta un larvato accenno alla figurazione, ciò non deriva da un disegno programmato scientemente alterato, ma è il risultato di un impulso resistenziale trasformato in gesto senza filtro accademico; la sua è un'arte che trae dal subconscio forme e colori che, nell'immediatezza, vengono letteralmente catapultati sulla tela. Dunque non una figura nata dall'esperienza visiva comune, ma una figura-archetipo estratta, assieme alle altre, dall'insieme di immagini e di forme primordiali, che non devono necessariamente e aprioristicamente respingere ogni riferimento al reale quotidiano. Per chi ama le definizioni si potrebbe parlare di John Sutherland come caposcuola di un neogestualismo esistenziale oppure di un neogestualismo pittorico>> Marie L. Zagler

 

<< ........ad una prima lettura può anche sembrare collegarsi alle preziose decorazioni di Klimt ed ai medaglioni di Baj. Ma la ricerca appare nuova e davvero lodevoli i risultati >> Enzo Fabiani

 

<< Il vivo interesse suscitato dal suo personale linguaggio artistico, ha confermato la sua notevole potenzialità espressiva, collocandola tra gli esponenti più significativi della mostra di New York>> Flavio Puviani

 

<<...........senza la rete del controllo formale rileva un'emozione partecipe ed esplicita, resa attraverso la fusione della memoria e l'impasto dei colori>> Pierluigi di Majo

 

<< Il suo espressionismo informale di indubitabili qualità pittoriche, la sua esplosione gioiosa di accostamenti cromatici che fa pensare - ma lo diciamo questo soltanto per la pura preoccupazione di rendere accessibile il discorso a chi non vede l'esposizione - al mondo fantastico di Chagall o alla diritambica di Mirò, ci costringono a rifugiarci nel mistero; ad aprire anche, per meglio capire e credere, una finestra sull'ignoto; proprio perchè la pittura di John Sutherland ci tocca e ci piace, ci turba e commuove...>> Enrico Giuffredi

 

<<.....ci trasportano fra le emozioni pittoriche forti di questo artista, vigorosamente materiche o fugacemente trasparenti dove il naturalismo corre verso l'astrazione - mentre il colore sfugge e passa oltre - la linea resta nel confine dubbiosa, forse ancora malinconica rimpiangente la freschezza di un veloce ritratto o di una rubata veduta di Forio.  Pochissime le opere decisamente astratte o solo figurative, tutte sembrano documentare questa continua evoluzione, questa compresenza contraddittoria che, sul piano dipinto, si traduce in "vitésse" per pennellate fluide ed una sorta di modularità accennata e subito negata>> Alfra

 

<< I dipinti di John Sutherland colpiscono anzitutto per il segno, il movimento e la purezza delle cromie. Predomina una rara quanto precisa potenza espressiva. Le immagini nascono da sedimentazioni della memoria i da situazioni e avvenimenti della quotidianità. Non vi è mai alcuna descrittività: gli elementi sono ridotti  ad essenzialità emblematiche, individuabili in particolari atmosfere, da cui traspare la viva partecipazione e l'intensa emozione dell'artista. John Sutherland realizza le sue opere con un linguaggio ai limiti dell'astrazione, tra l'espressionismo e l'informale. Alterna momenti di distensione lirica a vere e proprie esplosioni cromatiche che lo proiettano in una dimensione carica di energia gestuale. E' un artista che riesce fondamentalmente ad analizzare le proprie sensazioni. E' dotato di una grande umanità. Ha cuore, tanto cuore. E' sincero, autentico, convincente>> Gino Trabini

 

 

L'Autore si è ispirato ad un racconto popolare che narrava di una casalinga la quale, durante l'occupazione nazista, mise a disposizione la sua casa per proteggere i partigiani in fuga, senza tener conto dei rischi mortali a cui andava incontro.

Il via vai intenso e convulso è la dominante centrale del dipinto, dove prorompono la potenza della vita ed una forte voglia di vivere, arricchite dalla certezza degli ideali, attraverso un rischio calcolato che diventa anche una sfida esistenziale agli avvenimenti. In apparente contrasto con il sottofondo del quadro dove aleggia una persistente presenza di morte, in perenne agguato, che funge da spalla alla vittoria della vita. (Joseph Maurer).

 

 

 

 

J o h n   S u t h e r l a n d

  IL PITTORE JOHN SUTHERLAND, DIPINGE SOGGETTI INFORMALI- ASTRATTI AD ACRILICO, AD OLIO,  ACQUERELLI, E TECNICA MISTA . ABITUALE  FREQUENTATORE  DELL’ ISOLA D’ ISCHIA . HA TENUTO A FORI O, NEL MAGGIO DEL 1991, UNA CONVERSAZIONE SUL TEMA, “ ARTE E LIBERTÀ’ NELLA PITTURA DEL NOVECENTO “ , TEMA A LUI PARTICOLARMENTE CARO E CONTINUA FONTE DI ISPIRAZIONE, PATROCINATA DAL CENTRO DI RICERCHE STORICHE  “ d’ AMBRA “ .

   LE SUE OPERE SONO STATE RECENTEMENTE ESPOSTE A FIRENZE PRESSO IL SALONE D’ ARTE CONTEMPORANEA, E GIA'  IN PRECEDENZA IN UNA PERSONALE DI CIRCA 30 DIPINTI, ORGANIZZATA A FORIO, RISCUOTENDO SUCCESSO DI PUBBLICO E DI CRITICA , SOPRATTUTTO PER I TEMI TRATTATI QUALI IL PERICOLO ATOMICO, L’ INQUINAMENTO,  E IL DISBOSCAMENTO SELVAGGIO .

   J. SUTHERLAND E’ CERTAMENTE UN PITTORE DEL PRESENTE, ANIMATO DA FORTE PASSIONE CIVILE : DOMINANO COSTANTEMENTE  LA SUA ATTIVITA’ ARTISTICA : IL SENSO DI LIBERTA’, DI TOLLERANZA,  DI SOLIDARIETA’. TUTTO CIO'  E’ DIMOSTRATO DALLE SUE OPERE PIU’ RECENTI, CHE PRENDONO SPUNTO DALLA GUERRA DEL GOLFO DEL ‘ 91, E CHE CONTEMPORANEAMENTE VOGLIONO ESSERE UNA DENUNCIA CONTRO GOVERNI, CAPI DI STATO, E RELIGIONI, CHE NON RIUSCIRONO A FERMARE LA GUERRA  E LA CONSEGUENTE STRAGE DI INNOCENTI .

   I SUDDETTI TEMI VENGONO APPRONTATI CON UN ORIGINALE ESPRESSIONISMO INFORMALE DI INTENSE QUALITA’ PITTORICHE .

LA SUA ATTIVITA’ ARTISTICA SI  PUO’  SINTETICAMENTE SUDDIVIDERE IN TRE

FASI :  a) FIGURATIVO MODERNA

             b) GEOMETRICA

            c) INFORMALE ASTRATTA

                                                                                                      Vania Montigiani (1994)  

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L'Ambiente nella pittura di John Sutherland

Rassegna Stampa

 

John Sutherland

Nella sue opere predomina una rara quanto precisa potenza espressiva.

 

Presso la Galleria d'Arte Moderna Alba (Corso Porta Po, 82/A, Ferrara) si chiude venerdì 24 giugno sera l'interessante mostra personale di John Sutherland.

Sono in esposizione 25 dipinti, che colpiscono anzitutto per il segno, il movimento e la purezza delle cromie. Predomina una rara quanto precisa potenza espressiva. Le immagini nascono da sedimentazioni della memoria i da situazioni e avvenimenti della quotidianità. Non vi è mai alcuna descrittività: gli elementi sono ridotti  ad essenzialità emblematiche, individuabili in particolari atmosfere, da cui traspare la viva partecipazione e l'intensa emozione dell'artista. John Sutherland realizza le sue opere con un linguaggio ai limiti dell'astrazione, tra l'espressionismo e l'informale. Alterna momenti di distensione lirica a vere e proprie esplosioni cromatiche che lo proiettano in una dimensione carica di energia gestuale. E' un artista che riesce fondamentalmente ad analizzare le proprie sensazioni. E' dotato di una grande umanità. Ha cuore, tanto cuore. E' sincero, autentico, convincente.

John Sutherland ha al suo attivo un'int4ensa attività espositiva, in Italia e all'estero (Adelaide, Melbourne, Forio d'Ischia, Philadelphia, Verona, ecc...). giornalisti e critici d'arte hanno scritto di lui su giornali e riviste. E' un artista da seguire con attenzione, in quanto è in continua ascesa.

   Ha il recapito presso il Centro Ricerche d'Ambra, a Forio d'Ischia (Napoli).  >> 

Gino Trabini ( dal settimanale "Caleidoscopio" di Ferrara del 23/24 giugno 1994).

 

 

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<< Per chi voglia riconoscere, definire ed interpretare la terminologia artistico-espressionistica, è sufficiente dire che Picasso più di Matisse, è uno dei migliori esponenti dell'espressionismo la cui arte si basa più sulla "forma" della linea e sulla composizione che sul colore. La gran parte dell'opera di Picasso è grafica, lineare, monocromatica. L'espressionismo di John Sutherland invece è coloristicamente più intenso e fluente. Una qualità pittorica forte di tendenza esistenziale. Colori fluidi ma non traboccanti. Il suo espressionismo è spontaneo, emozionale, conseguenza di un particolare stato d'animo e di libera e immediata gestualità. Forse uno dei suoi migliori lavori è "Il Passero e l'Aquila Reale", un quadro ad acrilico eseguito a spatola nel 1994. Soggetto tragico e universale. Il dominio della dignità dell'umile e del debole sulla forza bruta del potente, è evidente. Il messaggio politico appare chiaro: il debole ala mercè degli artigli dell'arrogante, di un potente impietoso. La conclusione è del tutto tragica perchè la schiavitù priva l'umanità di ogni dignità. Solamente un popolo che c'è passato può capirlo. Il dipinto "Bosnia 1994" segue la stessa dialettica sociale. Rappresenta la guerra come una cosa maniacale, barbara, violenta, come una morte senza pietà, una vendetta senza giustificazione logica, al di sopra di ogni immaginazione. L'uomo dimezzato dal dolore ed abbandonato a se stesso può trasformarsi nella più feroce e maniacale delle bestie>> Emanuel V. Borg, professore dell'Università di Malta. Recensione pubblicata sulla rivista maltese "In - Nazzion Tagjna" il 25 luglio 1995 (traduzione dal maltese). 

 

 

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Si è conclusa la mostra di Sutherland

Gran successo per gli incontri culturali sul Palazzo Reale

 

Una splendida serata di musica e poesia  ha suggellato il ricco programma di eventi curato da Nino d’Ambra. Allo storico foriano il primo Premio

“ Francesco Buonocore” istituito dal sempre ospitale colonnello Cozzi.

                                                             

  Ischia – Sul libro delle firme sono poche ormai le pagine rimaste bianche. La grafia incerta e le lettere enormi tradiscono la giovanissima età degli ultimi firmatari. Sono stati in tanti i ragazzi, intere classi delle scuole isolane, che dall’ inizio del nuovo anno scolastico sono saliti al Palazzo Reale per visitare la grande personale del pittore John Sutherland. In due mesi, dall’ inaugurazione del 1° agosto, la mostra è stata visitata da oltre duemila persone che, oltre a conoscere l’opera dell’ artista in esposizione, hanno avuto anche la possibilità di vedere uno dei luoghi più importanti per la storia di Ischia. Del resto, questa era stata fin dall’inizio l’idea dell’ avvocato Nino d’Ambra, promotore ed artefice della mostra ( realizzata con I Centro di Ricerche Storiche d’Ambra, l’Associazione Pittori Europei, l’Associazione La Rondine , la Fidapa ) e delle numerose iniziative collaterali che l’hanno accompagnata per tutta la sua durata. Un fitto programma culturale reso possibile dalla disponibilità e dalla essenziale collaborazione del colonnello Ettore Cozzi, direttore dello Stabilimento Termale Militare, che ancora una volta ha aperto i cancelli dell’ antica residenza borbonica per ospitarvi manifestazioni culturali. Proprio il colonnello ha istituito di recente il premio Francesco Buonocore, in memoria del famoso protomedico della corte dei Borbone, tra più illustri figli dela terra d’Ischia, che, nel 1735, edificò sulla collinetta dinanzi al Lago del Bagno la splendida villa che dal 1877 e sede dello Stabilimento Militare. Il riconoscimento verrà destinato ogni anno alla persona o all’associazione che avrà promosso iniziative in grado di dare lustro allo stesso Stabilimento. E per la prima edizione ad essere premiato è stato proprio Nino d’Ambra, in considerazione della perfetta riuscita della mostra e del contributo che ha dato per tutta l’estate ad avvicinare isolani e forestieri all’ ex Palazzo reale, teatro nei secoli di importanti episodi di storia isolana.

   La scelta del colonnello Cozzi non poteva essere più azzeccata. Nino d’Ambra, infatti, ha legato il suo nome non solo all’ ideazione della mostra di Sutherland, ma anche a studi e ricerche sulla famiglia Buonocore e dunque sulla residenza vicino a quel lago che poi Ferdinando II avrebbe trasformato in porto. Momenti intriganti della storia isolana che sono stati puntualmente raccontati o ricordati dall’ Avvocato d’Ambra a quanti in questi mesi hanno partecipato ai vari appuntamenti culturali che sono stati organizzati sempre nello stabilimento Buonocore. L’ultimo dei cinque incontri che hanno animato altrettante serate d’ estate si è svolto martedì scorso, in concomitanza con la chiusura della mostra. Musica, poesia, folklore ischitano hanno caratterizzato la piacevole kermesse pomeridiana protrattasi fino a sera, alla quale, come era accaduto già in precedenza, ha assistito un folto pubblico. Ad aprire simpaticamente, ma sempre nel segno della cultura, la manifestazione erano stati i danzatori della N’drezzata dei piccoli di Buonopane, esibitisi sulla grande terrazza della villa nella millenaria danza ischitana strappando applausi a scena aperta da parte dei presenti. Tra questi non pochi turisti, che, grazie alle spiegazioni sulle origini della danza buonopanese, hanno così potuto conoscere ed apprezzare una delle più belle tradizioni della nostra isola. Subito dopo il colonnello Cozzi, nell’ esprimere il suo compiacimento per il successo della mostra di Sutherland, ha consegnato il Premio Buonocore a Nino d’Ambra, il quale, dal canto suo, ha ringraziato il personale civile e militare dello Stabilimento per il supporto fornitogli e per l’ottima accoglienza riservatagli. Al colonnello Cozzi ha poi, a sua volta, consegnato una copia del suo Garibaldi, cento vite in una, il pregevole volume pubblicato anni fa che raccoglie documenti inediti sull’ Eroe dei due mondi e ne evidenzia i particolari legami con l’isola d’Ischia. D’Ambra , poi, ha ripercorso la storia secolare della Villa di Buonocore, soffermando la sua attenzione di storico sul protomedico, affascinante figura di uomo del Secolo dei Lumi, e sul nipote ed erede, nonché omonimo, che fu giustiziato a Procida, in piazza dei Martiri, nel 1799 per aver partecipato alla Rivoluzione napoletana. Il martire per la libertà Francesco Buonocore, d’altronde, era stato più volte evocato da d’Ambra nei vari incontri succedutisi sul palazzo, tutti dedicati al tema appunto della libertà. Tema che, insieme all’amore per Ischia, ha dominato anche la parte più attesa della serata, quella dedicata ai poeti isolani. Uno dopo l’altro hanno declamato i loro versi sull’isola Verde Nunzia Migliaccio, Geppino Fiorentino, Rosa Genovino, Gianni Vuoso, Clementina Petroni, Pasquale Balestrieri e Caterina Iacono, mentre d’Ambra ha letto le poesie di Pietro Zivelli assente per un’ influenza. Il poeta rivoluzionario Domenico Savio ha poi presentato brani dal suo poema “Sarà Libertà”. Un momento intenso, quello regalato dai poeti, che hanno cantato l’isola nelle sue più varie sfaccettature. Al successo della serata hanno contribuito il maestro Peppino Iacono, al piano, e il baritono Gaetano Maschio , che hanno intonato canzoni più o meno recenti ispirate alle bellezze dell’isola nostra. Iacono e Maschio, accompagnati dal pubblico in coro, hanno al termine cantato L’Inno alla libertà di Domenico Cimarosa, che veniva eseguito sulle piazze dai rivoluzionari del 99. E con la musica che ha risuonato per le sale dove già amavano ascoltarla Francesco Buonocore e i sovrani Borbone, proprietari della villa, si è conclusa la bella serata. E una delle più riuscite manifestazioni culturali che Ischia ha saputo offrire quest’ anno.

                                                                                                 Isabella Marino

                                              (quotidiano “Il Golfo” del 4 ottobre 1996)  

 

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ISCHIA TRA PASSATO E FUTURO

  La tv norvegese al Palazzo Reale

Ha realizzato un servizio sulla mostra del pittore John Sutherland

  La risonanza della mostra del pittore John Sutherland, inserita nella cornice settecentesca di Palazzo Reale ad Ischia Porto, ha varcato i confini nazionali.Una equipe della Televisione Norvegese – accompagnata dal noto giornalista televisivo Franco Bucarelli – ha effettuato ampie riprese dei 64 dipinti in esposizione e di come erano stati sapientemente dislocati nei saloni di rappresentanza a primo piano. La lunga intervista all’organizzatore, avv. Nino d’Ambra, si è incentrata sulla connessione tra la storia dell’ isola d’Ischia e la proiezione (turistica e culturale) verso il futuro con un medium eccezionale: la pittura d’avanguardia. Il conduttore della trasmissione ( che nel contempo effettuava la traduzione in norvegese) si era interessato alla cosa nell’ apprendere dell’ inserimento della mostra di John  Sutherland in una struttura classica senza alterazione dell’ ambiente originario, nemmeno con luci e/o faretti, o con lo spostare l’arredamento. Aveva letto la dichiarazione dello scrittore Joseph Maurer (riportata anche dal nostro giornale il mese scorso) che diceva: «Gli organizzatori della mostra del pittore John Sutherland (da non confondere con Graham Sutherland, morto a Londra nel 1980) hanno inserito 64 dipinti su tela di grandi dimensioni, nelle sei sale di rappresentanza di una villa ischitana del 700 (ex palazzo reale), determinando un positivo e affascinante contrasto tra la struttura classicheggiante ed una pittura gestuale di avanguardia (quella di John Sutherland) di notevole forza espressiva, densa di dissonanze cromatiche e carica di energia gestuale; di modo che l’ambiente ospitante e i quadri ospitati ne risultano entrambi arricchit»i. D’ altronde anche il prof. Vittorio Sgarbi, noto critico d’arte e parlamentare, quando il 27 agosto andò a visitare la Mostra , esclamò testualmente: « E’ un gran bel palazzo, del resto avevo già visto, ma adesso con i quadri di John Sutherland ci sente realmente immersi in un “mare d’arte”». E al momento del commiato, nel salutare i presenti disse: «Complimenti per l’allestimento della Mostra».

   Il montaggio delle apparecchiature televisive norvegesi e la articolata intervista a Nino d’Ambra sulle caratteristiche della pittura gestuale e sulle sue origini (Cobra: Copenaghen, Bruxelles, Amsterdam), sulla storia dell’ isola d’Ischia, sulla presenza di Enrico Ibsen e Giuseppe Garibaldi a Casamicciola e di Michele Bakunin a Lacco Ameno, hanno richiamato sulla terrazza dell’ Antica Reggia ad Ischia Porto, un gran numero di visitatori e di curiosi da costringere gli organizzatori ad improvvisare un minimo servizio d’ordine. Al termine dell’intervista e delle riprese televisive, il giornalista Bucarelli, nel complimentarsi con la Dirigenza dello Stabilimento Termale Militare per avere ospitato dei quadri di avanguardia, ha voluto lasciare un suo pensiero autografo sul Registro dei visitatori della Mostra, che integralmente trascriviamo:« Un’iniziativa che riconferma la vocazione culturale d’Ischia, la bravura di un artista ed un momento magico di creatività che ci coinvolge tutti».

                                                                                          [Domenico Di Meglio]

                                                                                      Quotidiano “Il Golfo” del 14 settembre 1996

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Iniziative

Attenti, l’arte si mette a tavola

 

Verona Francesco Specchia

  La morte di Ayrton Senna Da Silva descritta in un «circuito mortale» di cromatismi esplosivi; la cupa malinconia dei libri bruciati dopo l’attentato alla Accademia dei Georgofili di Firenze attraverso un monolite funereo; il suicidio di Gabriele Cagliari nel pieno di Tangentopoli fissato a colpi di spatola, di olio e acrilico, e di emozioni spiattellate alla rinfusa.      L’arte di John Sutherland, la rincorre la realtà, ma poi la supera nella propria introspezione. Sutherland ( da non confondersi coll’ omonimo Graham), ha esposto a Verona, a Palazzo Maffei, 21 tele dalla sua produzione.

Attraverso un uso traboccante dei colori, quasi pulsionale, ha attinto immagini comuni come lo scatto di un podista durante il guizzo della corsa, la maschera di un attore tragico nel pieno della recitazione, il sanguinoso squarcio della guerra di Bosnia, L’Italia della speranza berlusconiana (il quadro ovviamente risale a 2 anni fa) e le ha mischiate con le proprie percezioni. In modo astratto. Ad una prima lettura potrebbe collegarsi alle decorazioni di Klimt o ai medaglioni di Baj, ai linguaggi cubisti e futuristi del 900. Ma, al di là delle classificazioni, Sutherland, scandaglia l’anima del visitatore. Lo annega in un mare di colori e lo rende spaesato. E poi lo nutre, in senso metaforico, ma anche letterale. Infatti, legata alla mostra del pittore, parte anche un’ iniziativa gastronomica:L’arte contemporanea tra le rovine del tempio-Il piatto dell’ arte. Si tratta di una selezione artistico-culinaria sviluppata nell’ arco di venti mesi in alcuni dei migliori ristoranti della città scaligera: si sceglie un artista di ottimo livello per ogni regione (finora il Veneto e la Toscana ), lo si fa esporre e lo si lega a un piatto tipico della sua terra. Ai consumatori della pietanza cucinata dallo chef  viene donato un disegno firmato e autenticato dall’artista. Questo mese, rappresentato dalla Campania nella figura proprio di Sutherland, però, non prevede gli omaggi, « perché gli acquerelli più semplici di Sutherland valgono diversi milioni». L’arte, naturalmente, non va svenduta.

                                                                 Francesco Specchia

  Il Giornale

Lunedì 18 novembre 1996, pag.16.

 

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John Sutherland di Forio (NA)

 

<< Il vivo interesse suscitato dal suo personale linguaggio artistico, ha confermato la sua notevole potenzialità espressiva, collocandola tra gli esponenti più significativi della Mostra di New York>> Flavio Pluviani.

 

<< Senza la rete del controllo formale rivela un'emozione partecipe ed esplicita, resa attraverso la fusione della memoria e l'impasto dei colori>> Pierluigi Di Majo.

 

<< Ad una prima lettura può anche sembrare collegarsi alle preziose decorazioni di Klimt ed ai medaglioni di Baj. Ma la ricerca appare nuova e davvero lodevoli i risultati>> Enzo Fabiani

 

("La Riviera", settimanale d'informazione della Riviera dei Fiori e Cote d'Azure, del 23 febbraio 1995, pag. 15 ).

 

 

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Conferenza del Pittore John Sutherland

Forio – Nella Biblioteca del Centro di Ricerche Storiche d’Ambra, il pittore John Sutherland ha tenuto una conversazione suo tema Arte e Libertà nella pittura del ‘900. Ha esordito evidenziando che, in questo secolo, le espressioni artistiche hanno goduto del massimo di libertà a causa di una decisa ed incisiva rivolta contro i condizionamenti dei secoli passati: le guerre e le dittature ne hanno solo rallentato la diffusione, non la genuinità. Ma quello che maggiormente ha contribuito alla libertà di espressione – ha continuato il pittore – è l’aver finalmente preso coscienza che spesso la prospettiva e la figurazione si erano rivelate una compressione spirituale che mortificava la genuinità della realizzazione artistica.

Questo non vuol dire che la figurazione non abbia raggiunto, in certi momenti della storia, vette artisticamente altissime, come nel Rinascimento.
John Sutherland ha inoltre esaminato le principali correnti artistiche degli anni Ottanta: la Transavanguardia di Achille Bonito Oliva, i Nuovi Nuovi di Renato Barilli, Anacronismo di Maurizio Calvesi, la Dumb Painting americana, il Neoespressionismo tedesco, la Nuova Scuola Romana , i Nuovi Selvaggi Italiani, l’anglosassone Arte Elettronica, Neoinformale , Nuovo Futurismo ed altre tendenze in erba.
<<Anche se Achille Bonito Oliva – ha detto fra l’altro John Sutherland – ha poca simpatia per il mio modo di dipingere, devo dargli atto che solamente con la sua lucida intelligenza e con la sua profonda preparazione di storico dell’arte, è riuscito a creare la Transavanguardia e catapultarla nel panorama artistico internazionale; tuttavia la teoria della morte dell’arte mi sembra più un’espressione per creare suggestioni che una tendenza pittorica con risvolti concreti efficaci>>.

Il dibattito che ne è seguito, è stato molto animato specie sulla valutazione delle nuove tendenze figurative, che << non possono non essere artificiose in un mondo dinamico e spregiudicato come quello attuale, ben diverso dall’immaginario collettivo, ad esempio, del ‘500>>.
L’incontro culturale si è concluso con la illustrazione da parte dell’artista, di alcuni suoi recenti dipinti ispirati alla guerra del Golfo.

[Da Il Golfo del 18 maggio 1991].

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Cultura

Il Golfo

 

Dal 2 novembre al Palazzo Maffei

La mostra di John Sutherland si trasferisce a Verona

      La mostra del pittore John Sutherland da Ischia trasmigra al Palazzo Maffei di Verona, con inaugurazione alle ore 16 di sabato 2 novembre; rimarrà aperto al pubblico per 15 giorni con orario dalle 10-14 e 15- 23. La mostra è organizzata da “Artis Recensio” la cui titolare, prof.ssa Giulia Sillato, nota critico d’arte e docente di storia dell’ arte, ha redatto la presentazione sul pieghevole d’invito che volentieri pubblichiamo.

 Dopo il successo e l’ampio consenso registrato al Palazzo Reale di Ischia - oltre duemila visitatori (esattamente da2.300 a 2.500) nei due mesi è stata esposta al pubblico - non potevano mancare ulteriori risonanze. E se si legge attentamente la recensione della Sillato, specie nell’ultima parte, si scopre che con i dipinti di John Sutherland si è “esportato” la migliore immagine dell’ isola d’Ischia, quella che noi vorremmo fosse permanente. E questo senza alcun onere per enti pubblici o privati, ma solamente con l’impegno deciso di pochi entusiasti. Il merito va principalmente al Centro di Ricerche Storiche d’Ambra che, con la collaborazione dello Stabilimento Termale Militare, dell’Associazione Pittori Europei, dell’Associazione Culturale “ La Rondine ” e della sezione di Ischia della Fidapa, ha saputo offrire una sapiente miscela di memoria storica, di arte pittorica, di poesia, di teatro, di cultura musicale, di culto per la libertà e per l’amicizia

  La presentazione

   L’anno scorso a Milano, nelle sale del Palazzo della Regione, una mostra dal titolo Rifugio Precario, Artisti e Intellettuali Tedeschi in Italia dal 1933 al 1945 (Catalogo Mazzotta, 1995) presentava opere di artisti, per la maggior parte germanici, alcuni ancora viventi, che nel corso dell’ultimo conflitto bellico erano stati bollati dai pesanti e irrisolutivi decreti nazisti, sull’ arte degenerata. Questi sconsacravano dall’ ufficialità tutte quelle forme d’arte che perseguivano l’immagine di un’ espressione interiore, lontano dagli stereotipi classici, emblemi dell’ imperialismo del Terzo Reich. Le avanguardie emigrarono in parte negli Stati Uniti, ma molti rimasero nella vecchia Europa diradandosi tra la Svizzera e la vecchia Italia. Qui, verso il mare, sull’isola d’Ischia, nell’elegia di un paesaggio solare e classico, si dinamizzò un epicentro di Arte Espressionista da cui nasce la corrente artistica tuttora vitale. John Sutherland, di origine australiana, ne fu attratto negli anni 70.

   Non è il segno, “ bensì il gesto” segnino a determinare la sua pittura violenta e problematica, dove il colore viene dato di getto e a spatola a seguito di impulsi rapidi e possenti, a sottolineare appunto una tessitura di fermenti cromatici incontrollata e disinibita. Fa capo, chiaramente, all’ Espressionismo Astratto del gruppo di New york dove forme e colori prevengono ad una libertà totale d’ espressione come simbolica protesta al disastro mondiale e, per esteso, ai malesseri sociali. Ma il fondamento della tematica di J. Sutherland è umanistico: scarica in quell’ ammasso di forme e colori, che gli è congeniale, la rabbia di chi non si sottrae alla necessità del giudizio morale. A tal proposito sono da rammentare opere da lui eseguite nel 1994 sulla cronaca della Bosnia in guerra, sulle problematiche del nostro paese, come i mutamenti storici e politici determinati dalla strategia Mani Pulite e dall’assunzione al Governo, nel ruolo di Presidente del Consiglio dei Ministri, di un uomo nuovo, Silvio Berlusconi. La presenza di John Sutherland a Verona, presso Palazzo Maffei, nel contesto della Selezione Maffeiana 1996/97, che prevede a novembre una rappresentanza della Regione Campania, è un grande evento culturale. Si intravede l’apertura pluridirezionale della cultura Ischitana che offre alla fruizione di personaggi spesso geniali, provenienti dalle più imprevedibili parti del mondo, quell’ enorme patrimonio di valori e di immagini rappresentato dal calore umano degli abitanti, dall’ inimitabile pittoricismo del paesaggio e dalla vestigia di una storia millenaria.

GIULIA SILLATO

(quotidiano “Il Golfo” del 31 ottobre 1996)  

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Grande successo del pittore John Sutherland al Salone Italiano d’Arte Contemporanea di Firenze

Un grido contro la guerra

FIRENZE-  Il successo registrato dal pittore John Sutherland al Salone Italiano d’Arte Contemporanea di Firenze ha superato le più rosee previsioni. Un grido forte contro la guerra è il tema su cui l’artista ha elaborato i suoi dipinti esposti, prendendo spunto dalla Guerra del Golfo del 1991. Una vibrata denuncia Contro Capi di Stato, governi, religioni e partiti, che non riuscirono a fermare il conflitto e le conseguenti prevedibili stragi di innocenti che la guerra sempre comporta con la sua logica di morte. John Sutherland, più noto in Australia e Inghilterra, era quasi sconosciuto in Italia, e fu il Centro Ricerche d’ Ambra a sottoporlo all’attenzione del grande pubblico con l’esporre alcune sue opere nelle due ultime edizioni, famose ed immense, della mostra in piazza intitolata il <<Colpo di Luna>>, tenutasi per le strade di Forio d’Ischia durante le notti settembrine, per cui agli organizzatori volontari deve andare sempre la riconoscenza ed il plauso non solo degli espositori, ma soprattutto di quei fruitori( e furono tanti!)  per l’atmosfera esaltante goduta in quei giorni. L’anno scorso, negli stessi locali della biblioteca del Centro Ricerche d’Ambra, fu allestita una personale di circa trenta dipinti di John Sutherland che ebbe anche un lusinghiero successo di critica e di pubblico, soprattutto per i temi trattati, tutti attuali, come inquinamento, distruzione degli alberi, pericolo atomico, ecc. Ha contribuito alla sua conoscenza in Italia anche il suo lavoro grafico ed illustrativo di alcuni di alcuni libri di Nino d’ Ambra, come Girolamo Milone: giornalista cattolico d’assalto (Napoli, 1988) ed altri. Nel mese scorsoha partecipato ad una collettiva a Filadelfia negli Stati Uniti, con alcuni suoi disegni a china.

   Ritornando al Salone Italiano d’Arte Contemporanea, anche se la parte del leone l’hanno fatta le gallerie con l’esporre quasi tutti nomi noti e storicamente collaudati (Fontana, Bandelli, Maccari, De Chirico, Borlotti, Matta, Guttuso, Sironi, Cassinari, Fiume e tanti altri), molti visitatori si sono impegnati alla scoperta del nuovo, piuttosto che orientarsi verso autori consacrati dalla critica che, attualmente, appare sempre più pilotata. La Nazione di Firenze ha giustamente definito questa mostra fra le più importanti d’Italia. E’ vero che le vendite sono state modeste(e come poteva essere diversamente, con la recessione in atto!), ma l’afflusso del pubblico è stato veramente imponente. I visitatori che si sono maggiormente distinti sono stati quelli che volevano misurarsi con la capacità propria di scoprire il nuovo, sottraendosi all’influsso pesante della pubblicità. E non è poco. Comprare invece il quadro di uno sconosciuto perché piace, perché si è entrati in sintonia con la sensibilità dell’ artista senza condizionamenti pubblicitari od economici, è di per sé un atto creativo. Pur sottolineando il buon livello generale dell’intera manifestazione artistica, ci sembra opportuno effettuare alcune segnalazioni, come La Nuova Figurazione (Calli, Celona, Falai, Pachioli) proposta da Pietro Celona; gli artisti presentati da Gabriella Ardissone; quasi tutti gli scultori presenti, con punte di autentica raffinatezza. Fra i singoli espositori non sponsorizzati, tra vecchie e nuove presenze, ci piace ricordare: Gabriella Bessi, Gemma Stefoni, Giorgio Pasolini, Daniela De Scorpio, Claudio D’Angelo, Livia Carta Segato, Neola Filippi, Mariangela Celasi, ed altri che è impossibile enumerare nello spazio necessariamente breve di un articolo. Per chi ne volesse sapere di più, c’è il robusto e articolato catalogo a colori curato con sapienza dall’ Arte Studio di Firenze, a cui ci si può rivolgere.

   Non si può porre termine a queste succinte riflessioni senza ricordare Sabrina e tutta l’equipe dell’Arte Studio, che hanno attivamente contribuito alla riuscita del meeting culturale, diretti, in maniera altamente manageriale, da Pietro Celona, dominus di tutta l’organizzazione.

                                                                                                                [Ettore Gorga]

                                                                          ( IL GOLFO”, quotidiano. Domenica, 21 novembre 1993)

 

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Illuminante testimonianza di Joseph Maurer, scrittore noto sull’isola d’Ischia non solo per la sua frequenza e per i suoi scritti, ma soprattutto per due conferenze tenute a Ischia e a Forio.

                        La creatività e il disordine ischitano

    Nella distensione spirituale di Ischia estiva, che mi concupisce con annuale puntualità da oltre trent’anni, sono sempre stato attratto dalla creatività e dal disordine ischitano come due contrasti ambivalenti, ma vitali e necessari. Quest’anno ho assaporato il piacere intimo di due autentiche e gratificanti sorprese : la mostra dei dipinti di John Sutherland al Palazzo Reale di Ischia e quella di Raffaele Di meglio al Brusoni bar di Forio. Per non parlare di Morandi e Caporossi, che ormai però sono “monumenti nazionali” consolidati e che partanto non riservano più sorprese (anche se il loro fascino non conosce tramonto). Sutherland e Di Meglio sì che sono delle autentiche sorprese. Modi di dipingere completamente diversi è vero, ma c’e un comune denominatore di ispirazione e stimolo: il senso di libertà ed un cruccio profondo per le continue violenze alla natura.

   Gli organizzatori della mostra del pittore John Sutherland (da non confondere con Grahm Sutherland morto nel 1980 a Londra) hanno inserito sessantaquattro suoi dipinti su tela di grandi dimensioni, nelle sei sale di rappresentanza di una villa del ‘700 (Palazzo Reale), determinando un positivo contrasto tra la struttura classicheggiante ed una pittura di avanguardia (quella di John Sutherland) di notevole forza espressiva, densa di dissonanze cromatiche e carica di energia gestuale; di modo che l’ambiente ospitante e i quadri ospitati ne risultano entrambi arricchiti.

   La mostra di Raffaele Di Meglio è articolata in  nove grandi dipinti per raggiungerli devi attraversare un viale impreziosito da una serie di cactus a sfera ( soeherensia brughii) la cui bellezza spinosa già ti fortifica e ti predispone l’animo all’impatto. Perché di impatto si tratta. La forza surreale degli scenari dipinti da Di Meglio, quei paesaggi di sogno, quella magia che sprigiona dagli accostamenti di colori, conquistano il visitatore (predisposto) con una energia aggregante ed esaltano, trascinandoti nel mondo gioioso, unico ed impalpabile, dell’artista. Chi cerca un approccio con l’arte contemporanea rifiutando la pesante influenza della critica militante ( spesso asservita ad interessi che nulla hanno a che vedere con l’attività creatrice), non può mancare di visitare queste due mostre. Un mezzo a portata di mano, per misurare anche se stessi, la propria capacità autonoma di giudizio, oltre a quella di riuscire a mettersi o meno in sintonia con il momento magico con l’autore: proprio perché la figura e la prospettiva sono ridotti nei dipinti in oggetto, a pure e semplici essenzialità emblematiche, che nulla hanno a che vedere con quelle della quotidianità. Certo, non ci si può accostare ad opere del genere  con spirito ameno e vacanziero, come se si andasse a sorseggiare una limonata fresca!    Joseph Maurer

        Ringraziamo lo scrittore Joseph Maurer per questa sua illuminante testimonianza: ricordando ai nostri lettori l’ampio servizio  pubblicato sul nostro giornale il 23 marzo 1991 sulla vita e sulle opere del prof. Maurer, il quale è noto nell’ Isola d’ Ischia non solo per la sua frequenza estiva e per i suoi scritti, ma soprattutto per due indimenticate conferenze, tenute a Ischia e Forio, sui filosofi Spinosa e Giuseppe Rensi.

                                                                                                (quotidiano “Il Golfo”, sabato 17 Agosto 1996, pag.9 ) 

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E’ accaduto alla mostra del pittore John Sutherland al Palazzo Reale

   Vittorio Sgarbi assalito dalle ammiratrici

  Una fan scatenata si era addirittura impossessata di una pagina del registro contenente l’annotazione del popolare critico d’arte.

Continuano con successo le manifestazioni collaterali di 

« Ischia tra passato e futuro»

 Il successo riscosso dalla Mostra del pittore John Sutherland nei saloni del Palazzo Reale di Ischia, ha indotto gli organizzatori  a prorogare l’esposizione dei dipinti fino al 30 settembre, cedendo alle convincenti pressioni di personaggi noti e meno noti (ma tutti di buon gusto) come, fra gli altri, Vittorio Sgarbi e Maurizio Valenzi. In proposito è da riferire un episodio di infatuazione televisiva relativo al popolare critico d’arte. Dopo che il prof. Sgarbi aveva sostato, ammirato, fra i quadri di John Sutherland, è stato raggiunto da uno sciame di visitatrici che chiedevano l’autografo. Una, approfittando della calca, aveva addirittura strappato la pagina dove Sgarbi aveva annotato un suo pensiero profondo e lusinghiero nei riguardi del pittore. Se n’e’ accorto per tempo l’avv. d’Ambra che ha inseguito la collezionista di souvenirs, facendosi restituire il foglio.

   Uguale successo stanno altresì riscuotendo le manifestazioni culturali collaterali alla mostra di pittura, ideate e condotte da Nino d’Ambra. L’ultima aveva per titolo: “ Artisti in libertà: una ribalta aperta a tutti”, che si è imposta come uno dei migliori spettacoli di cultura dell’ estate ischitana. Di novità ce ne sono state tante, ma quella veramente sorprendente è stata offerta dal giornalista Ciro Cenatiempo che ha intrattenuto l’interessato e numeroso pubblico presente su alcune sue poesie di avanguardia tutte giocate su una originale e accattivante recitazione. Applauditissimi, fra gli altri, i pittori Franco Miranda e Tina Petroni che hanno esposto e illustrato alcune loro opere, nonché i piccoli musicisti Lucia di Meglio al pianoforte (in rappresentanza del gruppo femminile) e Simone Coda al flauto (in rappresentanza del gruppo maschile). La partecipazione delle poetesse Nunzia Migliaccio, Caterina Iacono, Tina Petroni e Rosa Genovino ha fatto ricordare gli antichi cenacoli letterari, che Vittoria Colonna organizzava nell’isola d’Ischia nel XVI secolo. I poeti Pasquale Balestriere e Geppino Fiorentino non sono stati da meno. Il primo ha offerto un saggio della potenza espressiva e della compattezza delle sue poesie con leggerne una dedicata al padre e un’altra “ Quando passaggi di comete…( primo premio “ Città di Quarrata”). Fiorentino ha recitato alcune sue dedicate poesie, piene di umanità come quella dedicata al cane. Infine Nino d’Ambra- che ha operato da anfitrione storico per tutta la serata- ha presentato alcuni suoi noti libri che furono arricchiti dalle illustrazioni di John Sutherland: “Girolamo Milone, giornalista cattolico d’assalto (1988)”, “Ricerche sulla scuola Media Napoletana dell’Ottocento (1990)”, “Storia della Libertà nell’isola d’Ischia (1991)” e “Un perdono assassino. Dialoghi sul terrorismo (1995)”, un dramma in 4 atti. Di quest’ultimo - a conclusione del meeting culturale – Caterina Iacono ne ha recitato, con grande partecipazione ed efficacia, il monologo finale in cui una terrorista espone il suo punto di vista sul pentitismo e sulla lotta armata. Dramma che l’Associazione Culturale “ La Rondine ” ( di cui la Iacono è presidente) si accinge a mettere in scena per fine anno con il lodevole scopo di raccogliere fondi per  opera di utilità collettiva. La manifestazione è stata organizzata dal Centro di Ricerca Storiche d’Ambra con la collaborazione dell’ Associazione Culturale “ la Rondine ” e della Sezione di Ischia della Fidapa.

                                                                                                                                                                           Annamaria Sepe

                                                                                                                                         (quotidiano “Il Golfo”, 5 settembre 1996) 

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ISCHIA

DA MORANDI A SUTHERLAND

 

In Fortezza o a Palazzo, c’è l’arte che fa bella mostra di sé, nel cuore dell’estate isolana. Un carnet di esposizioni irrinunciabili, per quanti hanno eletto la vacanza a periodo «remise en forme» non solo esteriore, ritagliando tra la tintarella, lo struscio e l’eventuale dancing, uno spazio di prestigio  per lo spirito. Un abbondante relax anti-stress.

E che l’offerta per così dire culturale di Ischia, non sia un aspetto secondario nel condizionare le scelte pomeridiane degli habituès lo conferma l’afflusso continuo di visitatori al Castello Aragonese, dove è allestita, fino al prossimo 29 settembre, un’antologia dedicata a Giorgio Morandi. Per il grandissimo maestro bolognese ( è scomparso nel ’64) Marilena Pasquali, appassionata curatrice del catalogo ha creato una suggestiva commistione di significati, illuminati dalla Luce del Mediterraneo. Bianchissima e forte, con la miscellanea di architetture del maniero di Gabriele Mattera e della Chiesa dell’Immacolata, che s’apre su visioni da sogno con ulivi.

   Da ieri sera, con una parabola ideale, il Moranti che ha ritrovato una nuova casa (le 54 opere esposte si possono visitare tutti i giorni fino al tramonto: biglietto 8mila lire), si lega a John Sutherland ospitato con un’imponente personale nelle sale dell’Antica Reggia che domina il porto. La “vernice” è stata trasformata da Nino d’Ambra, ideatore dell’iniziativa in  collaborazione con la Fidapa ischitana e l’Associazione Pittori Europei, in una vera performance di rievocazioni storiche sul tema Ischa,, tra passato e futuro,accompagnata dalle musiche del Quartetto jazz-rock che il vulcanico d’Ambra ha allestito per l’evento. Grandi tele e tematiche sociali e civili molto intense: è possibile ammirarle fino al prossimo 31 agosto, dalle 18  alle 21, dunque proprio nella dimora che fu di un uomo di libertà come Francesco Buonocore. Ingresso libero ( i gruppi possono concordare modalità d’accesso, con una telefonata al 993264).

   E ancora per pochi giorni, a Forio, nella Galleria Del Monte, ci sono altri segni pittorici ispirati da storia e rivoluzioni, con i loro drammi e i loro trionfi: ecco le opere di Maurizio Valenzi, già sindaco di Napoli e cittadini onorario del secondo Comune isolano per estensione.

                                                               Ciro Cenatiempo

                                         =(Quotidiano “Il Mattino”, 2 agosto 1996, pag. 15)

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Incontri ravvicinati di agosto ischitano

  ....«.Arte a Forio. Un vero e proprio festival di incontri ravvicinati con il riverse della vacanza isolana, molto accattivante. E come giudicare altrimenti, la splendida personale delle grafiche di Giuseppe Caporossi,  il grande artista romano scomparso nel 1972, allestita nella Galleria Giuseppe Del Monte a Forio? Dopo le opere di Valenzi, Peppino Del Monte ha ricreato così le atmosfere giuste per il Comune più esteso dell’Isola, che gli intellettuali di ogni epoca hanno eletto a “buen retiro”: fino al 30 settembre un rendez- vous è un rendez-vous  di pregio. Del resto, quello con Caporossi è  un appuntamento al top, perché da l’opportunità di verificare la sperimentazione all’italiana, tradotta nell’impegno di utilizzare tutti i possibili mezzi espressivi: matita, penna, collage, litografia; e poi ceramica, affresco, arazzo. spostandosi ad Ischia Ponte, al Castello Aragonese, è sempre tempo di grandiosa creatività, grazie all’antologica dedicata a Giorgio Morandi ( continua fino al 29 settembre), è alla Antica Reggia ischitana, che il vulcanico avvocato e scrittore Nino d’Ambra, ha creato luogo di straordinario interesse. Sul fondo, ancora un’esposizione, stavolta del pittore John Sutherland. Ieri sera intanto il Palazzo ha ospitato un dibattito graffiante sulla “figura e la prospettiva trappole devianti per la comprensione dell’arte pittorica”, poi uno spettacolo assolutamente originale: “Poeti ischitani tra Chopin, Cimarosa e musica jazz”.

   Vi hanno preso parte Ada Pappalepore, Lucia Tilena d’Amico, Filomena Piro, Gaetano Maschio, Gianni Vuoso, Giovannino Di Meglio, Pasquale Balestriere, Nunzia Migliaccio,  Caterina Iacono e lo stesso Nino d’Ambra. Musiche del Quartetto jazz-rock del Centro di Ricerche Storiche d’Ambra »……

                                                                     Ciro Cenatiempo

              (Quotidiano “Il Mattino” del 9 agosto 1996, pag.26)

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CULTURA

Si inaugura oggi la mostra di pittura nell’ambito di «Vivi nel Verde»

John Sutherland,

“falso d’autore”

  FORIO- Da sempre e da ieri, da domani e per sempre l’uomo adorerà il mistero. Se non esistesse lo creerebbe e, per confrontarsi nella sua paura dell’ignoto , si crea la fede.Il segreto e l’inespresso ci turbano ed affascinano. Quando Dio appare insufficiente, inventiamo il mito, le credenze, le sette. A queste incontrollate considerazioni possiamo portarci anche le pitture di John Sutherland, artista inglese residente in Australia, che opera da otto anni a Forio d’Ischia ed espone, per la prima volta al pubblico italiano, nell’ atrio del Centro di Ricerche Storiche d’Ambra (Via San Vito, 56- Forio – A partire da oggi con orario 19-22). Chi è John Sutherland, questo artista che sverna annualmente all’ombra dell’ Epomeo e traduce su tele e carta le proprie sensazioni cromatiche e informali? Domanda pleonastica: come quella, priva d’importanza, di sapere chi fosse Omero. L’importante, nella personalità, misteriosa o segreta, di John Sutherland sono questi primi venti pezzi di tecnica mista ( acrilico rehaussè alla tempera in maggior parte) che il Centro di Ricerche Storiche d’Ambra, derogando dell’abitudine letteraria e storiografica, ci presenta. Ed è subito mistero. Ci si chiede infatti come un figlio d’Albione, abituato alle nebbie alla Turner o, al massimo, ai grandi spazi selvaggi delle terre australi, possa immedesimarsi con tanta appassionata intensità, nell’ appartato, isolato ed autoctono mondo ischitano. Due pezzi eccezionali- “Evanescenze” e “Fuga dalla terra”- turbano per la loro “ verità” locale, più forte della stessa “ n’drezzata”, più violenta della minaccia, latente ma sempre viva, delle voragini dell’Epomeo.

   “Capire” Ischia nel profondo, nell’ autentico e nel vero come riesce a capirla John Sutherland, ha del prodigioso. Ragione per cui il mistero si ispessisce e ci spinge a creare, dietro la figura dell’ artista, un mito. Come se John Sutherland non esistesse - del resto che importanza hanno i nomi e le etichette? – e, al suo posto, invece si nascondesse un allegro folletto locale che si diverte gioiosamente con carta, tele e colori. Se così fosse, se cioè questo “ragionamento per assurdo” dettato in gran parte dal sentimento tipico dell’uomo di far proprio ciò che è bello, fosse possibile, ci troveremmo davanti, come si legge in giurisprudenza, ad una “luminosa” simulazione. E se anche ciò fosse quali sarebbero le conseguenze? Forse che le tele e i disegni di John Sutherland  perderebbero una pur minima parte del loro valore? No. In assoluto. Lasciamo dunque l’uomo John Sutherland alle sue nebbie del Tamigi o alle sue verdi praterie d’Australia e leggiamo i suoi lavori che ci ripropongono con una passione degna del più autentico figlio dell’ Aenaria, colori e immagini, sensazioni e “colpi di luce” che soltanto chi sente con passione e slancio questa terra vulcanica, può esprimere. Si veda ad esempio “Semina sull’Altipiano” o “ Lune islamiche” a giustificazione di quanto detto. John Sutherland (o il suo “allegro folletto” ischitano) parlano qui di realtà antiche di Yscla che si perdono nella notte dei tempi e della leggenda, come le origini stesse di questo microsomo vulcanico. John Sutherland insomma ci racconta l’isola e ci parla di Ischia come qualcuno che ne ha studiato a fondo la storia, ne ha vissuto le giorni e le notti, ne conosce le componenti contadine, pastorizie e viticole nel profondo. “Sole mediterraneo”, “Uccelli sulla collina”,  alcuni altri pezzi e, in particolare, “Forio di notte”, denunciano o, addirittura, svelano una padronanza del rito e della tradizione ischitana stupefacente per quell’artista venuto da lontano che è John Sutherland. Ad un punto tale che dovremmo, per riguardo e dovere, riconoscerlo come “ ischitano ad honorem” e a tutti gli effetti. Il suo espressionismo informale  di indubitabili qualità pittoriche, la sua esplosione gioiosa di accostamenti cromatici che fa pensare - ma diciamo questo soltanto per pura preoccupazione  di rendere accessibile il discorso a chi non vede l’esposizione - al mondo fantastico di un Chagall o alla ditirambica di un Mirò, ci costringono insomma a rifugiarci nel mistero. Ad aprire anche, per meglio capire e credere, una finestra sull’ignoto. Proprio perché la pittura di John Sutherland ci tocca e ci piace, ci turba e commuove vorremmo che, dietro l’etichetta del nome, si nascondesse l’allegro folletto ischitano. Come un demiurgo pronto a svelarci il segreto della vita e dell’arte, grazie al suo sapere e alla sua conoscenza. In tal caso John Sutherland ci apparirebbe come il più divertente e splendido falso d’autore.

                                                                       Enrico Giuffredi

                                                                                                         “ Il GOLFO”Quotidiano delle Isole Partenopee 

                                                                                                                         Domenica 9 settembre 1990- pag.12

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John Sutherland premiato a Sanremo

      Si è concluso a Sanremo il secondo festival internazionale di pittura contemporanea a cui hanno partecipato 179 artisti tra italiani e stranieri. Il Centro Ricerche d’Ambra ha inviato tre dipinti su tela di John Sutherland, uno dei quali ha ricevuto il quinto premio su 40 opere a concorso. Trattasi del quadro maggiormente apprezzato dalla Commissione dei Critici d’Arte e dai visitatori; ispirato ad un incidente mortale di alcuni mesi addietro (a cui dettero ampi risonanza la televisione e gli altri mass media) verificatosi sulla pista automobilistica di Imola, dove perse la vita Ayrton Senna, dal titolo «Circuito Mortale». Il dipinto già si distinse, nel mese di giugno scorso, a Ferrara, in occasione della nota mostra personale di John Sutherland, che riscosse un ampio successo.

John Sutherland è conosciuto nell’isola d’Ischia sia per la frequentazione ultradecennale che per aver illustrato con grande efficacia, alcuni libri di Nino d’Ambra; il più impegnativo per l’artista fu Girolamo Milone, giornalista cattolico d’assalto (1988).

( Quotidiano “Il Golfo” del 16 dicembre 1994, pag. 21)

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TUTTO ESAURITO FINO AL 13 OTTOBRE

  ISCHIA:  E’  BOOM NEGLI ALBERGHI

  …« Ma l’isola della villeggiatura di massa, che somiglia a una città galleggiante dove tutto è eccessivo, ha ancora diritto di accredito nell’èlite? Chissà. L’isola nel frattempo, continua a sfornare proposte di interesse per i suoi ospiti, che scoprono angoli e monumenti suggestivi. Come il Palazzo Reale, che domina tutta l’area del porto, dove è allestita fino al 30 settembre la mostra del pittore John Sutherland (a visitarla tra i tanti vip, Vittorio Sgarbi) organizzata dallo storico e scrittore Nino d’Ambra, vulcanico ideatore che si è fatto promotore di una serie di accattivanti e creative iniziative collaterali, dal titolo «Ischia, tra passato e futuro» che hanno coinvolto artisti multimediali, narratori, giovani musicisti, pittori, poeti. Sono stati chiamati a esprimersi liberamente nel corso di un happening che ha fatto emergere l’atmosfera suggestiva dell’Antica Reggia dei Borbone, che accoglie lo stabilimento balneare militare diretto dal colonnello Cozzi »….

                                                                                                                               Ciro Cenatiempo

                                                                      (Quotidiano “Il Mattino” del 14 settembre 1996, pag.24)

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Ischia Porto

E nella Reggia Cantori in libertà

  Ischia -  «Cantori d’Ischia in libertà», è il titolo-tema di una intrigante manifestazione, in programma martedì nei saloni dell’Antica Reggia di Ischia Porto. L’iniziativa chiuderà il ricco cartellone organizzato dallo scrittore e storico Nino d’Ambra, quale paniere collaterale alla mostra del pittore John Sutherland, ospitata appunto nell’antica dimora di re Ferdinando.

   «E’ un luogo ideale dove il fascino della natura e la forza magnetica delle radici saranno espressi – sottolinea d’Ambra – quale emblematico superamento degli egoismi». Durante la serata (inizio ore 18) sarà replicato «L’inno alla libertà» di Domenico Cimarosa, che ha costituito il filo conduttore della kermesse.

                                                                                                         (Quotidiano “Il Mattino” del 29 settembre 1996, pag. 26)

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   Davanti ad un'opera d'arte scattano meccanismi onirici che fanno emergere sentimenti e valori culturali, senza che con ciò venga annullato il rapporto con la quotidianità ed il vorticoso ritmo della vita contemporanea.

Si potrebbe dire che si tratta di una pausa: per un momento il pensiero si sposta dall'ingegneria genetica, dalla cibernetica, dall'interattività dei mezzi informatici per dare spazio ad un processo di introspezione, di riflessione e, perchè no?, di poesia. E si può anche affermare che una vera opera d'arte stimola sempre il nostro immaginario e la nostra sensibilità, qualunque sia il linguaggio espressivo e i materiali usati. E' il caso delle opere di John Sutherland. L'artista, dopo aver svolto ricerche assolutamente autonome attraverso le varie avanguardie, ha sviluppato ed imposto uno stile innovativo ed evolutivo, collocabile ai limiti dell'astrazione, tra l'espressionismo e l'informale. Esperienze, emozioni, conscio e subconscio, realtà e sogni, alimentano una singolare forza cromatica che con grande vivacità, o assoluta tenuità, rende immediatamente percepibili i messaggi di un'arte innegabilmente ispirata, un'arte di ampi contenuti. John Sutherland possiede veramente la straordinaria capacità dio dare voce alle meditazioni dell'animo e alle percezioni sensoriali che scaturiscono dall'osservazione delle cose e degli eventi. E lo fa con un'istintiva e limpida scorrevolezza, con una semplicità e una umanità suadente, incisiva, estremamente coinvolgente. E' un'artista che ha personalità e valenza" (Gino Trabini, Dizionario Enciclopedico Internazionale d'Arte Contemporanea, 200/2001, Ferrara). 

 

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John Sutherland

Un espressionista astratto ad Ischia

  A ridosso dell'ultimo conflitto bellico la Germania di Hitler bolla pesantemente tutte le espressioni artistiche non figurative, decretandole "Arte Degenerata". Le Avanguardie emigrarono in parte negli Stati Uniti, ma molti rimasero nella vecchia Europa diradandosi tra la Svizzera e l'Italia. Qui, verso il mare, sull’Isola di Ischia, nell'elegia di un paesaggio solare e classico, si dinamizzò un epicentro di Arte Espressionista a lungo vitale. John Sutherland, di origine australiana, ne fu attratto negli anni '70. Pare che i colori e le luci dei Mediterraneo abbiano avuto un notevole influsso sulla sua sensibilità coloristica, abile, come si è rivelato, nel far affiorare calde patinature per una necessità pittorica sentimentalmente più coinvolgente. Non è il “segno", ma il gesto che lo precede immediatamente a muovere a spatola quel magma cromatico intessuto di fermenti incontrollati e disinibiti. La sua espressione artistica va ad allacciarsi a radici storiche di scottante evoluzione che comunque non esauriscono la straordinaria carica di magnetismo sprigionante dalle sue opere viste ed analizzate dal vivo. La spatola, oppostamente al pennello, agisce rapida, incisiva e dà l'immagine immediata di ciò che Lui vuole esprimere. L'artista, intimamente munito di cultura umanistica, fa capo alle varie tendenze espressionistiche e astratte del Centro Europa, negli anni '40, in cerca di un punto di fusione. Il grande esodo dei Surrealisti in America è l'evento che fa coagulare le correnti portanti, l'irrazionale e il simbolico. Sutherland si pone esattamente al crocevia dell'esperienza europea e dell'avventura americana: con sorprendente originalità da questa elabora la procedura a colore puro gettato sulla tela con la spatola e modellato con gesto istantaneo (da cui Gestualismo o Neogestualismo), da quella invece estrae il valore parametrico della Storia e dell’ Uomo che gli consente un approccio addirittura letterario e psicologico al soggetto, partecipe del malessere politico e sociale che affligge l'umanità di ogni parte della Terra dalla ricostruzione postbellica in poi, soprattutto se, in un paese come l'Italia, al restauro dei monumenti e alla riedificazione delle case non ha potuto corrispondere quello delle coscienze.

                                                                                                     (Giulia Sillato, rivista "Arte" Mondadori, aprile 1997)

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Appunti a margine di «Vivi nel verde» a Forio

  Arte e conche di plastica!

  Forio- L’aspetto migliore finora, delle manifestazioni culturali foriane di questo settembre è stata la possibilità di poter ammirare l’interno di alcuni antichi palazzi del centro storico. Sempre chiusi, e fra poco di nuovo, Palazzo Biondi, Morgera, Pezzillo e Patalano ospitano, nei loro androni, una serie di collettive e mostre. Ma a parte la qualità delle opere, la maggior parte delle quali andava maggiormente selezionata, la cosa che ha suscitato maggiore interesse è stata proprio l’apertura dei palazzi. Molti hanno rivissuto le emozioni della loro giovinezza ed un’occasione davvero irripetibile poter osservare la ricchezza delle architetture riproposte alla memoria collettiva della comunità soriana ed una volta almeno qualcosa di decente ai turisti. Il tutto è però troppo circoscritto. Sarebbe stato certamente più interessante la creazione di un percorso che coinvolgesse un itinerario più vasto nel tessuto urbano: da Monterone ad alcune torri, da Panza a Palazzo Covatta,  ma sappiamo bene che il tempo a disposizione degli organizzatori, quest’anno, è stato troppo breve per cui è già tanto se questo segmento dell’ iniziativa “Vivi nel Verde” è riuscito a decollare e dignitosamente. Un cenno a parte meritano le orrende conche di plastica nera usate come vasi per le piante, la maggior parte delle quali, purtroppo, soffocano il corso ed alcune vie del paese e che insieme agli stands disseminati in giro fanno tanto un’aria da sagra paesana o, che so, da Fiera della Casa: pulloverini, foto, ceramiche varie, completino da neonato. Abbastanza distante, invece, ed abbiamo allora il tempo di rilassarci, si apre il portone del palazzo di Nino d’Ambra a San Vito. Personaggi ed Interpreti. Non passa giorno che il vulcanico ed eclettico storico foriano non ci riservi qualche sorpresa. A proposito: facciamo tutti gli auguri a Nino                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           d’Ambra. Pochi giorni fa il suo libro su Garibaldi ha ottenuto una menzione speciale a Procida al Premio “Elsa Morante”. Se lo meritava ed il riconoscimento è il giusto premio per l’interesse del d’Ambra per la ricerca storica che lo ha portato a soffermarsi soprattutto sui personaggi cosiddetti minori della storia italiana contemporanea. Gli attori della rivoluzione napoletana, Milone, l’epopea garibaldina ed altro.

   Questa volta Nino d’Ambra ha aperto l’ androne del suo palazzo per ospitare l’one man show di John Sutherland. Finora nessuno, credo, aveva avuto modo di conoscere questo artista. Il “folletto2 di cui parla E. Giuffredi, evidentemente, sorpreso ed adottato dalla coinvolgente malìa di Ischia s’è lasciato alle spalle le sue nebbie e caligini per lasciarsi coccolare dalle suggestioni cromatiche e dalla luce di Forio. E’ la nostra luce con la sua purezza e l’irripetibile scintillìo che ha intrigato artisti da Bargheer a Cremonini, a Pagliacci, a Visconti, a D. Hansen,permettendo anche alle intelligenze isolane con gli stessi. .

   Nell’ androne del Centro di Ricerche Storiche d’ Ambra scorrono così davanti agli occhi gli acrilici di Sutherland, tutti giocati su un vivido e voluttuoso cromatismo in cui i punti, le linee di puro colore compongono forme che, pur richiamando esplicitamente a varie letture, si caratterizzano comunque per una loro eleganza formale. Il segno sottile ed essenziale della grafica del trittico di “ Sogno della libertà” (è un tema tanto caro anche a te, vero, Nino d’Ambra?) ben si collega alla diacronia esplicita e vibrante del gorgo vorticoso, espressionistico, costituito dagli aranci ed i rossi di “Chernobyl” in cui urla la passione civile, ferita dell’ artista. Ma è solo un momento. Forio di ripropone in tutta la sua cocotterie nel grazioso e tenero “Forio di notte”. Le linee sinuose e cariche di rimandi culturali di “ Semina sull’ altipiano” e “Lune islamiche” sono probabilmente i pezzi meno suggestivi perché il senso della grafica  prevale sull’ ispirazione che, invece, prevalente e diretta come in  “ Fuga dalla terra” ed “Evanescenza” senza la rete del controllo formale rivela un’emozione partecipe ed esplicita, resa attraverso la fusione della memoria e l’impasto dei colori. E’ stata un’ ottima idea quella di Nino d’Ambra, il fatto di far conoscere un  altro artista e vale la pena allungarsi fino al suo palazzo a San Vito per completare un ideale Itinerario, seppure parziale, di una Forio meno contaminata. Queste sono proposte da non lasciare in sospeso. Provaci ancora, Nino!

                                                          Pierluigi di Majo

                                           (quotidiano “Il Golfo” del 23 settembre 1990, pag.17)

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...Dopo le gelide rappresentazioni delle varie periferie urbane, tutte apparentemente simili: da Mosca a Montreal, da Tunisi a Vienna, da Londra a Tokyo, da Amsterdam a Helsinki, da Budapest a Parigi, a Pechino, accomunate solo da un assordante silenzio, John Sutherland affronta il cuore pulsante del centro urbano della città, a cominciare da Tokyo che al crepuscolo ostenta la massima tensione di vita. Per l'artista è quasi una rinascita spirituale, una ricerca di contatti esistenziali e di memoria, meticolosamente evocati, forse nel ricordo nostalgico di una vita tumultuosamente vissuta.

                                                                                            Anastasia Villone

                                             (Dizionario d'Arte Moderna e Contemporanea 2007, Ferrara; pag. 234).

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Due opere fra le più emblematiche, realizzate da John Sutherland all'inizio del Terzo Millennio, sono da annoverarsi "New Economy" (in cui sottolinea con forza la caducità delle nuove frontiere dell'economia che non collocano al primo posto in assoluto l'avvio della risoluzione dell'immenso problema della fame nel mondo) e "Big Bang" dove il caos primordiale trova un perfetto equilibrio armonico conseguente ad un lungo processo di assestamento: la consueta spatola usata dal pittore nella sua immediatezza esistenziale, a volte come aspersorio e a volte come pugnale, si associa alla fotografia e al computer...

                                                                                                      Anastasia Villone

                                 (Dizionario d'Arte Moderna e Contemporanea  2001/2002 , Ferrara; pag. 265      ).

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John Sutherland, è un pittore moderno di eventi e temi che approfondisce con una tecnica di avanguardia e penetra emotivamente con i propri segni metaforici in situazioni sociali e ambientali.

L'analisi della realtà, allora, si trasforma in una sorta di racconto dai vari articolati capitoli in cui geometria, colore e allegoria creano una visione contingente delle storie commentate con il disegno e le allusioni anche cromatiche e il suo astrattismo-informale di gusto gestuale ha caratterizzazione di "messaggio" o "segnale" anche di critica o commento...

                                                                                              Antonio Caggiano

                                (Dizionario d'Arte Moderna e Contemporanea 2003/2004, Ferrara; pag. 370)

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La tragedia dell'undici settembre a New York non poteva non scuotere, dal più profondo del suo essere, John Sutherland, se si tiene presente che i temi sociali e libertari hanno informato grande parte del suo itinerario artistico ed umano. E' ancora lucido nel ricordo quando al Salone dell' Arte Contemporanea a Firenze, espose venti suoi dipinti ispirati alla Guerra del Golfo del 1991, che furono una vibrata protesta contro Stati e Religioni che non erano riusciti a fermare il conflitto. Ma l'assassinio preordinato di tremila innocenti è un'aberrante generazione che pone l'uomo al di fuori del consorzio umano per catapultarlo di colpo nel periodo tribale.

                                                                                 Giovanni Plotino

                                       (Dizionario d'Arte Moderna e Contemporanea 2002/2003, Ferrara; pag.283 )

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A PALAZZO MAFFEI DI VERONA

ESPONE IL PITTORE JOHN SUTHERLAND

      A Palazzo Maffei, nella sala del Campidoglio, è ordinata una personale di John Sutherland, pittore di origine australiana, esponente del neogestualismo esistenziale. Il suo lavoro, rigorosamente astratto, si realizza prevalentemente con gli strumenti della spatola e del colore denso, acrilico oppure olio, a seconda delle sue esigenze tecniche e creative.

   Talvolta egli usa l’acquerello o la china, ma sono gli acrilici e gli oli a connotare, con maggiore evidenza, la sua ricerca ; sono i quadri attraversati dai segni nervosi di un gesto che si muove con immediatezza e rapidità esecutive a caratterizzare le sue prove «Il suo espressionismo informale di indubitabili qualità pittoriche- scrive Enrico Giuffredi la sua esplosione gioiosa di accostamenti cromatici che fa pensare al mondo fantastico di Chagall, ci costringono a rifugiarci nel mistero».

(quotidiano “L’Arena” di Verona del 13 novembre 1996, pag.10

 

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John Sutherland                

E' artista che trasfigura il gesto meccanico, pittorico, in un dipinto fatto di pulsazioni. Certamente, il suo lavoro non è ripetibile. John Sutherland crea un'opera come se fosse l'inizio di un ciclo. In verità, è già conclusa. La sua gestualità psichica crea una sorta di magia sul supporto violentato dalla più varia cromia. Prendiamo il caso di "Prigioniero del colore". Il pittore si è abbandonato a riempire gli spazi, a lasciare spiragli di bianco come abbagli di luce. La composizione informale presenta immagini in movimento,ombre, quasi giochi antropomorfici. E' pittore di allusività come nel caso emblematico della composizione quasi monocromatica dedicata all'"Agonia di tartaruga marina" 

                                                                                                                Paolo Levi

(Da "La Bellezza della Forma".Editore Giorgio Mondadori, 1996)

 

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[MOSTRA  IN  CORSO]

  ESPOSTE AL CENTRO RICERCHE STORICHE D’AMBRA

  Le opere del pittore John Sutherland, in mostra a Forio

di Carmela Iacono – 4 maggio

     Il Centro Ricerche Storiche d’Ambra (fondato nel 1977) contribuisce a stimolare il gusto per la ricerca storica e per l’interpretazione delle testimonianze del passato.

L’ultima iniziativa è l’allestimento della mostra dedicata a John Sutherland, per lunghi anni ospite della nostra isola. La sua espressione artistica è fondata su radici storiche evoluzionistiche, che non hanno esaurito la carica vitale delle sue opere. Nelle sue opere non c’è descrizione, ma tutto è all’essenziale alle atmosfere personali, che ognuno prova osservando ed immedesimandosi nei suoi dipinti. Le sue tele esprimono una conoscenza profonda dell’arte informale. Alcune sue opere sono legate all’azione del vento, espresse da un movimento concentrico, come Il vento” rappresentato in rosso su bianco come se volesse chiarire il segno d’altri quadri a lui correlati: La Bufera e Lo scirocco di Primavera”. Affascinante è: “La danza della Feconditàdove su un lenzuolo bianco ci sono delle protuberanze e delle rientranze che si seguono e si lasciano come in una danza sensuale.

    Un altro aspetto della sua pittura è la staticità, egli riesce ad ottenerla associando dei colori e combinandoli tra loro, come in “Autoritratto” dove il pittore rappresenta un cranio visto dal dietro e guarda in una direzione dove è possibile che egli stia guardando verso uno specchio, alcuni critici dicono che questa sua rappresentazione potrebbe essere un suo momento di grande riflessione con se stesso. Quadri d’interesse politico come “Bosnia 94” , che ricorda la tragedia che investì i paesi balcanici, rappresenta uno squarcio su tempesta di sangue” una che inondò il paese, correlati sono anche “Infanzia Bosniaca” e “ i dolori delle donne Bosniache”.

Altri quadri (non esposti ma pubblicati sulla rivista Mondadori) illustrati magistralmente dall’avvocato Nino d’Ambra come “In morte di Gabriele Cagliari” legato al periodo di tangentopoli, e “Il passero e l’Aquila Reale” legato al tema dell’ eterna lotta tra i deboli e i più forti, il primo rappresentato dal passero che si piega al proprio destino di soccombente.

Altri temi evidenziati nella mostra sono quelli della musica come nel celebre e maestoso “Jazz band” un nero su bianco, tratti tra loro armoniosi sembrano note scritte su un pentagramma o dal più moderno rock puro dedicato all’artista italiana Gianna Nannini, ma anche temi dell’ecologia come in “Agonia di una tartaruga marina”. E il tema della guerra in “La casa di Luisa”: qui l’autore si ispira a un racconto che narra di una casalinga la quale, mise a disposizione la propria casa per proteggere i partigiani in fuga, senza tener conto dei propri rischi. E non mancano gli spunti di tipo religioso. Come “Cacciata dal tempio”, ispirato alla Bibbia, quando Cristo cacciò i mercanti dal tempio. Molti sono gli esperimenti che l’autore propone. Come la produzione di quadri su carta velina unici nel loro genere, poiché, per la sottigliezza del materiale, possono creare l’effetto di un duplice quadro. Il logo stesso, emblema del centro di studi storici foriano, è stato del resto creato dal Sutherland, a significare la difficoltà e la complessità della ricerca storica.  

( “Corriere dell’isola” n.17 del 06.05.2009, pag.7)

 

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                "Danza della fecondità". Acrilico su tela; cm. 120 x 100  

100 dipinti di grandi dimensioni, retrospettiva di 25 anni

 

JOHN SUTHERLAND: QUANDO LA PITTURA SI FA SPAZIO DI LIBERTA’.

Il gesto e lo sguardo: l’auscultazione della realtà nel dinamismo di un’arte che è comunicazione diretta col mondo. Le opere sono in mostra presso il Centro di Ricerche Storiche d’Ambra.

 

di  MASSIMO COLELLA

      Un affascinante percorso tra lucide follie di colori, un viaggio onirico tra le realtà del mondo contemporaneo e mitico, osservate attraverso lo sguardo rapido e profondo di chi sa catturare l’immagine traendola al contempo dall’interno del Soggetto e dall’esterno dell’Oggetto, un’esplorazione dell’anima nelle tortuose auscultazioni di un universo in agonia: è questa l’arte di John Sutherland, è questo l’itinerario iniziatico ai misteri dell’oggi che le opere del pittore  in mostra al Centro di Ricerche Storiche d’Ambra delineano con straordinaria icasticità e mirabile potenza. Un’arte, quella di Sutherland, che nasce dal gesto, da un gesto che è libera espressione immediata e mediata di un’istanza dell’animo, da un gesto che è verifica esistenziale della capacità di mettersi in relazione con l’esterno. L’arte di Sutherland – che ha origini australiane, sebbene sia ischitano di adozione – più che un ripiegamento sull’interiorità e un avvitamento progressivo nel Sé, è una forma liberatoria di un’urgenza dell’animo che ha in sé, però, il desiderio di guardare all’esterno del proprio spazio interiore, tanto che si potrebbe dire che lo spazio interiore – che è forza psichica che comunque emerge nei grovigli della pittura – si fa cassa di risonanza della realtà esterna, specchio e riflesso tangibile e intangibile di una comunicazione diretta e immediata con il mondo esteriore (e immediata non nel senso che sia un’arte irriflessa e priva di filtri ragionativi, bensì in quanto tanto elaborata mentalmente e sottilmente interiorizzata che sulla tela il rapporto col mondo risulta, allo sguardo dell’osservatore, quasi la naturale estrinsecazione di un potere che definirei di “ascolto del reale”).

 

   Ciò che si intende dire è che l’arte raffinatissima del Sutherland è più spesso rivolta all’esterno che all’interno, e che questo “esterno” – intuito più che rappresentato, fascinosamente abbozzato più che delineato – è talmente interiorizzato che l’osservatore percepisce nel risultato finale dell’elaborazione pittorica, che è poi l’atto ultimo di un travaglio interiore e di un’ispirazione mai forzata, la vigorosa forza di uno “sguardo”, quello dell’artista, sul reale e sull’irreale o meglio su una sorta di reale archetipico, che è sguardo nell’interno e nell’esterno, nel “fuori” e nel “dentro” rispetto ad una soggettività che preme i confini della coscienza per divenire prorompente forza di conoscenza che diviene comune, collettiva e fruibile, talora quasi pedagogica.

Ed è naturale poi che lo sguardo di Sutherland debba fare i conti con un altro sguardo, che è il nostro, sicché nella visione/fruizione della creazione estetica all’opera sono due sguardi paralleli e complementari, e da questo gioco di sguardi nasce più che una pura sensazione, una vibrazione dell’intelletto, quasi come un’apertura su uno sconfinato orizzonte di pensiero. Si tratta, in questo senso, di un’arte intellettiva che prevede la partecipazione dell’osservatore per la decifrazione/comprensione non tanto della tela in sé, quanto di quel “reale” di cui l’opera si fa tramite, quasi che le acrobazie cromatiche provenienti dall’impulso di un gesto (im)mediato abbiano in sé la forza di esprimere i problemi dell’odierno più di quanto possa fare un’arte discorsiva e parlata, proprio in quanto un’arte siffatta si libera dalla vana retorica e si produce in tanti squarci di riflessione quanti sono i vibranti e rapidi gesti che producono arte e sono essi stessi arte.

 

   E così i labirinti interiori delle forze psichiche si liberano nell’estrinsecazione gestuale-esistenziale (talora espressionistica) di un mondo lacerato da tensioni e contraddizioni: ecco allora la serie delle “Periferie urbane”, i luoghi senz’anima che le tele ci rimandano in astratte figurazioni pittoriche da cui emerge un inquietante senso di abbandono e di desolazione, oppure le opere che ci consegnano uno sguardo lucidamente allucinato sulle guerre e sulle devastazioni compiute dall’uomo sull’uomo, o ancora le immagini relative alle catastrofi naturali messe tristemente a punto dal consorzio umano (si veda, ad esempio, la struggente “Agonia di tartaruga marina” in cui si fa evidente – mediante un gioco di monocromia celeste – la crudele dissipazione delle potenzialità naturali dovute, e mi servo delle significative espressioni di Umberto Galimberti, alla sostituzione della “Legge del Tutto” con quella “dell’uomo sul Tutto”, che ha determinato gli squilibri parossistici cui assistiamo mai troppo vigili, mai troppo attivi).

 

   E questo sguardo sull’esterno, che è poi sguardo su un esterno interiorizzato e su un interno esteriorizzato, somma di impressionismo ed espressionismo risolta in un neo-gestualismo vibrante che ha tratti esistenziali, sguardo che guarda l’esterno e non lo fotografa, ma lo ripone nella psiche per poi trarlo fuori trasfigurato, essenzializzato, purificato e translucido, cartina tornasole di una risonanza dell’anima che si fa poesia pittorica, questo sguardo, dico, può volgersi anche alle terre lontane ed archetipiche del mito, da cui trarre come da un serbatoio sempre abbondante e vivido innumerevoli significazioni dell’alterità sempre profondamente intuita e magistralmente resa nel gioco psichico di forze incrociantesi nella mente e sulla tela (di qui i viluppi cromatici, nodi dell’anima, nodi della realtà prima che nodi di colore). Il mito diviene così metafora e figurante prezioso di una realtà sempre viva che emerge nelle sembianze magiche di un universo mai lontano, che si fa specchio di una dimensione conscia e inconscia, tanto onirica da invertirsi nel suo contrario di un immaginario per niente sognante. Di qui nascono opere come “L’armatura di Ettore”, in cui il guerriero omerico è immaginato nel momento della negazione di sé, che epicamente è esaltazione massima del proprio Io, allorquando dilaniato dal furioso Achille sotto le mura di Troia (ma lo spazio nella tela del Sutherland è assente; la dimensione cromatica dello sfondo è il bianco decontestualizzante e attualizzante di uno spazio che è il non-spazio del sempre: Ettore come simbolo non tollera restrizioni spazio-temporali), il fiero combattente teucro si disintegra in brandelli neri, che sono poi i pezzi disuniti ormai della sua armatura con cui a suo tempo si era identificato in una totale simbiosi con la sua missione di difensore dell’alma patria. Di qui, da questo disperato tentativo di aggrapparsi al mito – non per evadere in un sovramondo fiabesco e leggendario, ma anzi per direzionare in senso intro- ed extro-iettivo un dinamismo di significati che dall’odierno trascorrono al mitico e viceversa – nascono opere che del gesto smisurato e abnorme dell’artista-creatore conservano la soave armonia; ma quest’armonia non è una pacificazione formale, ma un’inquietudine che ci dice tutto nel massimo dell’oggettività, che è però inevitabilmente e splendidamente un’oggettività riflessa e, pertanto, squisitamente soggettiva.

 

   Ma la grandezza dell’arte di Sutherland è, a mio avviso, in quell’apparente mancanza di senso che guida il gesto istintuale del pittore e in quella pienezza di senso che invece poi emerge dalle sue opere, ed emerge proprio in virtù di quel gesto che, seppure incosciente nell’istante, in realtà reca in sé la straordinaria stratificazione concettuale di una riflessione maturata nel tempo che da inconscia si fa conscia solo nella realizzazione ultima dell’opera, quando le tonalità cromatiche sulla tela (i soggetti,  ad acrilico e ad olio, sono realizzati prevalentemente a spatola: il risultato estetico è nell’originario dinamismo della tecnica ed anzi nell’ancor più originario dinamismo della mente creatrice che nell’istante intuisce e nell’istante realizza) recano in sé un significato multiplo che paradossalmente non si cerca consapevolmente di comunicare ed eppure si comunica con maggior forza in quanto non è un’istanza dell’intelletto – che pure opera nella stratificazione concettuale della crescita spirituale dell’artista – ad agire, bensì l’agito è tutto determinato da un’istanza dell’anima, mentre il gesto, completamente immemore (non sa e non vede: eppure la mano creatrice, si direbbe, ha occhi e sente), porta a realizzazione quell’alchimia di cui quasi non si comprende infine chi è l’artefice.

 

   E nel gioco di sguardi (dell’osservatore e dell’artista, che a sua volta è deframmentato e scisso negli sguardi rifrangentesi della psiche e della mente, del corpo e della mano, del gesto e dell’intelletto) veramente ha la meglio non la volontà precostituita di una coscienza senziente e coordinante, ma il libero equilibrismo di una forza onirica che spinge le visioni fino al limite del dicibile e del comprensibile, di una forza che l’artista riesce a lasciare andare, quasi che tale forza fosse il doppio del Sé artistico, forza fascinosa che tracima e riconduce ad una profonda visione etica come a un bacino comune da cui ogni cosa ha origine e in cui ogni cosa rifluisce. E lo straordinario risiede per l’appunto nel fatto che questa visione non è imposta volutamente sullo schermo bidimensionale (e aperto) della tela, bensì naturalmente s’impianta grazie a quella sintesi portentosa tra gesto e psiche che porta sul quadro la forza di un’eticità mai tematizzata direttamente e che eppure si tematizza da sé grazie all’incanto di un’indole profondamente artistica e morale, lì dove il Bello e il Bene si identificano.

 

   Lo sguardo multiplo di cui si diceva, talora viene apertamente approfondito in sede estetica in tele come “L’occhio del serpente”, in cui l’osservatore è immesso completamente nelle profondità verdi e scarlatte dello sguardo ferino (il gioco degli sguardi, in questo caso si moltiplica all’infinito) e “Bufera”, in cui lo sconvolgimento naturale di una tempesta acquista le sembianze antropomorfiche di vortici che assumono le fattezze di due occhi penetranti. Lo sguardo si fa così cifra di un’apertura, cioè propriamente di uno sguardo aperto all’esterno: e l’arte di Sutherland è per l’appunto questo, non l’auscultazione passiva di sé, ma occhio rivolto verso il mondo, tangibile tassello esperienziale di una comunicazione col reale.

 

   S’intende, poi, che questo così diretto coinvolgimento col reale non preclude strade di sublimazione, ed anzi non solo il mito, ma anche il mondo letterario coi suoi fantasmi potentemente suggestivi può farsi mezzo catartico di esplorazione del reale: ecco allora la tela del “Don Chisciotte” animato da un vitalismo terribile e sconvolgente, e ancora la profondità vermiglia di un’opera come “Francesca da Rimini” in cui il celeberrimo V Canto dell’Inferno dantesco è compendiato in tratti furiosi e dal dinamismo estremo.

   Il reale così indagato, così refertato, così sublimato può essere allora veicolo di valori, di ricerca intellettuale, di critica: e critica nel senso etimologico, “discernimento”, da “krìno”: e discernere significa per l’appunto vedere (ritorna il tema dello sguardo e degli sguardi), osservare con occhi lucidi il degrado di un mondo sconvolto da assurdi principi economici (si pensi al drammatico quadro che accenna alla “New Economy”), da disastri ambientali sempre più evidenti (si veda, una tra tutte, un’opera come la vibrante “Desertificazione”), da guerre e stragi di ogni tipo (straordinariamente toccante il quadro rappresentante con movimento di circolare affettività le ricurve “Madri bosniache”). Sutherland osserva con disincantata e lucida intelligenza il triste baratro in cui la terra tutta sembra sprofondare, e lo fa attraverso i segni mossi e vibratili, talora allucinati, della sua pittura nitida come una poesia ben riuscita: eppure qualcosa si può fare, per salvare questo mondo trascurato e sfruttato, e quel qualcosa risiede in quel margine di luce offerto per l’appunto dall’osservazione, dalla comprensione: l’intellettuale che osserva, che comprende lancia il suo grido d’allarme; sta a noi raccoglierlo per combattere con dignità a che la Vita non scompaia nel nulla, non sia rinnegata nella solitudine di grigie “banlieus”, non sia respinta e rifiutata nell’agonizzante trauma della natura devastata. Le terre del mito e della letteratura offrono, in tal senso, non solo un corrispettivo simbolico, un figurante suggestivo delle nostre realtà eterne del sentimento, ma possono indicare una strada, un sentiero, stretto forse, che travalica i confini dell’Arte per giungere nelle lande desolate della Realtà e consegnare un’eredità di fiducia e di mutamento, di spinta energetica verso il Bene che platonicamente coincide col Bello, verso quel Sole che Sutherland sembra indicarci per sfuggire alla banalità tremenda e assurda dell’insipienza umana. Per approdare in una terra luminosa che noi possiamo forgiarci nel concreto. Per pervenire in un porto pacifico, guidati dalla conoscenza e attuazione di un ordine etico che solo può placare quel “Kaos” che ci siamo creati. Per ristabilire uno sguardo coerente sull’interno e sull’esterno, uno sguardo dell’anima che è pulsazione vibrante del gesto. E quel gesto è operosità attiva e ripristino di valori e, al fondo, ristabilimento di giustizia. E libertà.

 

                                        (Saggio di Massimo Colella, pubblicato sul quotidiano

                                            “Il Golfo” l’ 11 giugno 2009, inserto Arte e Cultura)

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N.B. La Mostra è visitabile liberamente, a qualsiasi ora, previo appuntamento telefonico (081997117).

         Per la selezione della rassegna stampa italiana e per alcuni giudizi critici sul pittore,consultare il sito

         Web: www.johnsutherland.altervista.org

 Anche: http://it.youtube.com/watch?v=Ogs16iV-zpo

       e    http://it.youtube.com/watch?v=En4lAgBj6HY

Oppure trovare su di un qualsiasi motore di ricerca “John Sutherland pittore”

 

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L'Ambiente nella pittura di John Sutherland

PERCORSI DI PITTURA

 

I PROBLEMI AMBIENTALI NELL’OPERA DI SUTHERLAND

La crisi ambientale come crisi valoriale

                   di  MASSIMO COLELLA

 

   S’inaugura qui uno spazio dedicato allo straordinario e affascinante linguaggio pittorico di John Sutherland, i cui dipinti sono in esposizione al Centro di Ricerche Storiche d’Ambra, a Forio d’Ischia. Si procederà di volta in volta con la descrizione di opere specifiche particolarmente suggestive o dei particolari “filoni” tematici, per così dire, dell’opera del pittore, sebbene s’inviti a non pensare all’operazione di Sutherland come ad un fenomeno facilmente “suddivisibile” e a considerare le divisioni contenutistiche che verranno effettuate puramente indicative all’interno della ben più vasta e irriducibile opera sutherlandiana.

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      Oggettivo com’è pur nella sua assoluta soggettività, lo sguardo pittorico di John Sutherland, continuamente proteso verso il mondo, si volge talora con insistenza sui dilaceranti problemi ambientali che rischiano di compromettere irrimediabilmente il cosmo. Sensibilissimo al tema, il pittore trasfonde in questo filone tematico (come già detto, la suddivisione in nuclei contenutistici è puramente arbitraria, sebbene sia innegabile che esistono certe linee di tendenza) una particolare forza emotiva, come di chi conosce bene e in profondità le difficoltà che vive il nostro pianeta a livello paesaggistico, la forza propria di chi soffre e manifesta il proprio tormento dinanzi ad una crisi ambientale che è poi nel fondo una crisi umana, non solo e non tanto perché determinata dall’uomo, ma perché è l’uomo stesso nei fatti a perdere la sua sfida valoriale.

   La difficile situazione in cui versa l’ambiente (vedi l’acrilico su tela: “Inquinamento del fondale”) è una sconfitta tutta umana, e Sutherland è abilissimo nel restituircela, placata quasi, sulla tela che riassorbe e purifica nell’arte le negatività dell’insipienza umana. Così, in “Agonia di tartaruga marina”(acrilico su tela cm. 100 x 120), tela monocromatica d’assoluta suggestione, lo sprofondare dell’animale negli abissi di una morte atroce è riprodotto con un dinamismo quasi espressionistico a significare la difficile piaga irrisolta e aggravantesi dell’inquinamento in tutte le sue declinazioni possibili.

   Allo stesso modo, in “Desertificazione”( acrilico su tela cm. 150 x 100): il dissesto ambientale è colto con uno sguardo lucidissimo che denuncia non soltanto un problema di natura estrinseca, bensì anche e forse soprattutto una desertificazione interiore, che poi di quella esterna ne è causa e al contempo effetto: in queste e nelle numerose opere che trattano segnatamente il tema (ma è naturale che questi nuclei contenutistici travalichino i confini di un “filone” per divenire episodici e marginali in altri percorsi concettuali, ma non per questo trascurabili), la crisi della Natura è, dunque, per Sutherland una crisi dell’Uomo, anzi “la” Crisi Umana per eccellenza, che sono sì i limiti intrinseci alla finitudine umana, ma maggiormente tragica decadenza contemporanea, assuefazione a un orizzonte di perpetua desertificazione e di perpetua morte, decadimento della Vita materiale e morale, perdita di un sicuro bagaglio di valori.

   Crisi Ambientale come Crisi Valoriale, dunque: come a dire – ed è questo, credo, il messaggio di Sutherland – che la desertificazione da cui bisogna guardarsi per poter salvaguardare il cosmo intero e l’uomo che ne è “copula” (homo copula mundi) non è visibile all’occhio umano – ed è per questo che è ancora più pericolosa. Si chiama “desertificazione”, sì: ma è dell’anima.

    Sul tema vedi anche le opere precedenti dell’Artista: “Inquinamento del fondale”, acrilico su tela; “Nube tossica”, acrilico su masonite; “Aragoste al petrolio”,acrilico su tela “Inquinamento vetrificato”, tecnica mista su carta.

                                           (quotidiano “Il Golfo” del 2 luglio 2009, pag.29)

 

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Forma e materia per un mondo primigenio  

TERRA DI SOGNO E DI LUCE

«L’isola di Wight»: la più recente opera pittorica di John Sutherland

 

   È l’opera più recente di John Sutherland ed è un capolavoro. Un capolavoro di enormi dimensioni che trasuda vitalità esplosiva ed energia assoluta. È “L’isola di Wight”, un’isola che vive nelle risonanze interiori dell’artista come lontana e fantasticata terra dei sogni.

   Di recentissima produzione (luglio 2009), la tela trascina di getto l’osservatore-fruitore – anche con la forza del suo notevole formato (cm. 220x175) – in un mondo primitivo, profondamente arcaico e libero. L’omaggio è evidentemente alla deriva pacifista e non violenta del movimento giovanile del Sessantotto e alla prorompente carica di quei convulsi anni che ebbero nell’incontro sull’isola di Wight come il vessillo e la bandiera identificativa; ma tuttavia ciò che più interessa all’autore è la luce: la luce che emana visibile dall’isola stessa, quel sogno di luce e armonia che con tratti intensi e vitali, impulsivi e arcaico-magici emerge dalle lande primigenie della Memoria. Le squillanti ed aggressive cromie ci riportano allora ad un orizzonte molto concreto e materico, ad una terra che è sì del Sogno e della Memoria, ma è soprattutto, essa stessa, visibile ed immanente manifestazione empirica di sostrato e forma, isola reale e non solo isola immaginata. Soprattutto la sezione sinistra della tela emana accecante vivida luce, raccolta com’è in macchie gialle d’assoluta libertà espressiva contornate spesso con maestria cromatica da archi ed aloni verde-intenso; ma è evidente che la luce pervade l’intera tela, nei reticolati e nelle linee, nelle macchie e nelle forme. Ed è in virtù di questa luce, e del buio che – nel gioco (pittorico ed extra-pittorico, dunque esistenziale) dei contrasti – necessariamente è presente sullo sfondo e nei bordi estremi perché essa possa brillare maggiormente, che emerge il contorno geografico ed anti-geografico, i confini reali e non, dell’isola, un’isola che, come al solito nell’arte di Sutherland, non è descritta, ma evocata, è analiticamente abbozzata, ma non figurativamente resa, un’isola che ha il sapore ruvido di una terra tanto primitiva da essere assoluta e non sfumata, tanto arcaica da far sì che anche l’Arte le si adegui nel ritornare ad essere arte preistorica, pittura rupestre, “graffito” sui generis e canto nuovamente arcaico della post-modernità.

   L’arte sutherlandiana attua così un percorso, un itinerario a ritroso verso le lande del Passato mitico e brumoso di una terra selvaggia, scava oceani nell’interiorità e nell’esteriorità, ossia nei poli opposti e infine riuniti del cosmo, e riporta il segno e il gesto alla loro originale purezza. Gli arabeschi delineano pertanto più che un paesaggio reale – ed oltre che un paesaggio reale – un luogo dell’anima profondamente rivissuto ed anzi una silloge o un diorama sintetico di uno spazio che si fa atmosfera. E in tale direzione incide anche la scelta materica perché, oltre all’acrilico, l’artista ha scelto di utilizzare un materiale inusitato e originale, suggestivo e di per sé evocatore, come la corteccia di palma che già da sola ben rende l’autenticità e l’armonia di un mondo antico e naturale, primitivo nella sua irrequieta esistenza. Irrequieta tanto da manifestarsi mossa e mobile, liquida e ancora non fissata sulla tela che vorrebbe, ma non può trattenerla.

   La scelta del materiale – assieme alla gestuale policromia danzante (e se di danza si tratta, è di certo tribale e misterica) – restituisce così all’osservatore-fruitore un’immagine di assoluta originalità che nel segno di ritmi ancestrali esplora cavità nascoste ed archetipiche dell’umana esistenza.

   L’isola di Wight nella sua concretezza geografica e nella sua dimensione di potente e simbolico idolo diviene pertanto solo lo “starting point”, il punto di partenza per un’indagine sottile che costituendosi sulla base di materia (corteccia di palma quale referente emblematico di una dimensione e di un’atmosfera), forma (forme dell’inconscio lette alla luce di uno spazio dell’anima) e colore (tra le varianti cromatiche, oltre alla vitalità del giallo e dell’arancio, si nota – fra le altre tonalità – il rosso, con cui quasi si vuole, credo, inconsciamente simboleggiare il sangue e la ferocia primitiva dei sacrifici tribali o semplicemente l’energia esplosiva di un’accesa gioia) analizza un universo sciamanico e mandalico, tanto oscuro e complesso da decifrare e decodificare quanto chiaro e palpitante nella fruizione di una vibrazione che emana incoercibile dall’opera per raggiungere l’occhio e la mente dell’osservatore. Per raggiungere le corde sottili dell’animo umano. Per raggiungere il centro pulsante dell’isola archetipica che ognuno nel fondo porta. Dentro di sé. 

           (Massimo Colella, quotidiano “Il Golfo” del 27 agosto 2009,pag.28)

 

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      Bosnia '94

     

 

Gli orrori della guerra nell’opera pittorica di John Sutherland

IL DOLORE E IL DEMIURGO

Il canto gestuale in nome della Pace cosmica

 

   Il suo Gesto pittorico – segno e traccia che dal teorico sfocia nel prammatico visibile – è resa artistica fulminea di una mediata, inconscia e stratificata materia spirituale; ma è per opera di una natura profondamente etica, non per un deliberato proposito di tematizzazione che dal Gesto nasce, prepotente e dinamico, il riferimento a drammi sociali ed umani: ed è un gesto il suo, coordinato nella sua scoordinata “volonté” d’esistenza.

   Il suo sguardo, invece di scavare abissi nella sua sola anima individuale e di chiudersi nell’introspezione dell’interiorità, fa di quest’interiorità il punto di volta di un discorso tutto rivolto all’Esterno, alle specificità peculiari di un universo – quello attuale – in agonia profonda.

   L’opera di John Sutherland, artista eccellente e fondatore del Neogestualismo Esistenziale, ha in sé uno spazio speciale e vibrante riservato ad una landa drammatica dell’esistenza visibile ed esteriore rispetto ad un’interiorità che pure emerge con vaste e sensibili risonanze, quella landa che è il microcosmo sanguinante e terribile della guerra.

   Attratto com’è dall’impegno nel e per il sociale (impegno per nulla astratto, ma fattivo e propositivo nella denuncia e nell’ipotesi di una ricreazione demiurgico-valoriale), Sutherland fa di numerose sue tele altrettanti moniti lanciati dall’artista-intellettuale nei confronti di un dramma politico-sociale che ha coinvolto e coinvolge migliaia di individui.

   Lo sguardo dell’artista si sofferma così sul “Dolore di madri bosniache”(olio su tela,cm.70 x 100), appena accennate nel loro protendersi curve a proteggere i propri nati, sull’“Infanzia bosniaca”(olio e acrilico su tela,cm.50 x 70) così ferocemente impedita nel suo naturale sviluppo e così prepotentemente negata dalla logica della guerra, sui “Profughi”(acrilico su tela,cm.50 x 70) che – colti nel loro dinamismo concitato e stanco – s’avventurano, nere forme su fondo bianco, nel mare magnum di un’esistenza che li rigetta nei margini di un’umanità negata. E il sangue, nel formidabile dipinto “Bosnia ‘94”(acrilico su tela,cm.100 x 70), che passa e si trascina dolorante e furioso sulla regione jugoslava, traccia quasi un astratto ed elementare profilo umano che ci dice della commistione straziante tra le risorse ambientali ed umane negate e distrutte dal vortice annientante della guerra; ma in quel profilo c’è anche a ben guardare – oltre che una sorte di allucinata personificazione della Strage – il ritratto sofferto dell’uomo che mai pago distrugge se stesso nell’Altro fingendo di non accorgersene. C’è in quel profilo la traccia visibile di una distruzione che non alimenta che ulteriore odio e ulteriore sangue, in un circolo pernicioso e infernale di ripetuti mali. Ed invece da questi ripetuti mali – di cui si depreca l’orrore – è necessario, ci dice Sutherland, che almeno nasca una consapevolezza storica che ci dia una misura di retto agire. Si descrive la guerra insomma e s’accenna ad essa nel suo straziante ed onnipervasivo dolore perché ciò possa essere d’aiuto per una solida rifondazione dei valori, perché ci possa essere una palingenesi totale nella coscienza degli Stati e dei singoli tale da evitare il ciclo nient’affatto inevitabile degli odi e delle ostilità, delle avversità e dei conflitti. Nel nome di quella Pace cosmica che ognuno ricerca in sé come dimensione di interiore tranquillità e che invece dovrebbe sforzarsi anche di costituire nell’esterna pratica sociale e nell’universo fattuale, affinché non più si replichino quelle atrocità. Che, invece, tuttora si compiono.  

 

 

LE  TORRI  GEMELLE

   Sullo stesso tema si vedano: “Undici Settembre” (acrilico su tela, cm.70 x 50); “Il dittatore” (olio su tela,cm.70 x 100); “Le Torri Gemelle”(tecnica mista su cartoncino,cm.70 x 50); “Dachau”(acrilico su tela,cm.150 x 100); “La casa di Luisa”(acrilico su tela,cm.150 x 100);”Il Dittatore”(olio su tela,cm.70 x 100); “I volti del terrorismo”(acrilico su tela,cm.100 x 70); “Soldato nazista”(olio su tela,cm50 x 70);”Fuochi su Serajevo”,(olio su tela,cm.100 x 70);”La tortura”(acrilico su tela,cm.120 x 100).

   Non si possono concludere queste brevi note senza ricordare «il grido forte» contro la guerra che si levò dai dipinti di John Sutherland (vedi anche “Il Golfo” del 21.11.1993), ispirati alla prima Guerra del Golfo, nel Salone Italiano d’Arte Contemporanea di Firenze, sulla sofferta considerazione che né capi di Stato, né Governi, né Religioni, né Partiti erano riusciti a fermare il conflitto e le conseguenti prevedibili stragi di innocenti.

                        (Massimo Colella,quotidiano “Il Golfo” del 3 settembre 2009)  

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 «COLORI DELLO ZOO». Cinquanta acquerelli di John Sutherland.

 

LO ZOO: SEGNI, COLORI E SOGNI DI UN MICRO-KOSMOS

Percezioni profonde di un universo squillante e vitale

   John Sutherland ripone l’amata spatola per ricreare con il “vecchio” pennello, colori animali e vegetali in una endiadi che supera la divisione operata dalla Natura, per intrecciarsi in un gioco musicale e vibrante di forme e di colori.

   Saper trasmettere attraverso un’arte informale ed antifigurativa, gestuale ed intuitivo-esistenziale, impressioni di vita e sensazioni coloristiche reali è per dir così un “gioco” affascinante e superbo ed anzi una “tèchne” ardua – nel senso pregnante e precipuo del termine greco – in cui riesce solo chi vivifica tale pragmatica capacità alla luce di una personale esperienza interiorizzata. E sono sensazioni coloristiche e impressioni di vita davvero ben rese quelle che John Sutherland, fondatore assoluto del Neogestualismo Esistenziale, fa vibrare, trasognate e autentiche, nei dipinti dell’affascinante e originalissimo ciclo pittorico che con altissima sperimentazione delinea uno sguardo profondo sull’universo squillante e vitale dello zoo: uno sguardo sì profondo, ma che però è anche immediato e volutamente epidermico, quasi a voler far intendere che si guarda alla superficie delle cose solo per poi (ma anche contemporaneamente e in simultanea) scavarne e scovarne il senso interiore riposto.

    I “Colori dello zoo” – è questo il titolo che individua e delimita tale suggestivo micro-spazio dell’arte sutherlandiana – tracciano così, a ben guardare, non solo e non tanto uno sguardo umano, pertanto esteriore ed allotropo rispetto ad un universo che si presuppone e si conosce come avente leggi faunistiche e in generale naturalistiche sue proprie, ma tentano anche – per quanto sta nelle capacità di una percezione che nondimeno resta totalmente e naturalmente all’interno delle umane coordinate – di dipingere e ritrarre, descrivere ed anzi replicare quasi dall’interno il mondo straordinario che si legge visibile ed invisibile nella metamorfica congerie di forme vitali che si dimenano mosse susseguendosi e intrecciandosi nei giardini zoologici del mondo intero.

   Ciò che si intende dire è che lo sguardo è sì esteriore perché tutto rivolto – come programmaticamente indicato dal titolo della serie – ad una percezione sensoriale esterna quale quella visiva, e specificamente alla percezione visiva-sinestetica dei “colori”, ma tuttavia la prospettiva è anche quella di chi tenta d’addentrarsi incisivamente nell’universo cromaticamente variegato dello spettacolo vitale offerto dall’ordinata natura degli allegri-scanzonati parchi zoologici. In altri termini, lo sguardo esteriore ed epidermico assolutamente concentrato sulla superficie cromatica e sull’amalgama fascinoso e metamorfico, inquieto e spettacolare, talora emozionante, dei “colori dello zoo” in realtà non fa che divenire non solo auscultazione interiorizzata di un mondo così particolare, ma addirittura mondo particolare esso stesso, reduplicazione cangiante del mondo naturale.

   La sfida sembrerebbe barocca (l’arte che supera la natura: si pensi – nel capolavoro di Giambattista Marino, l’“Adone” – al canto dell’usignolo sopraffatto dal canto del poeta), ma non lo è perché a realizzarsi non è una contrapposizione, bensì una compenetrazione assoluta con le coordinate dinamico-esistenziali di Madre Natura stessa colta nell’universo pacificato e regolato del “microkosmos” di una porzione di mondo. E di questa porzione di mondo, prevalentemente su uno sfondo di assoluto biancore appena insidiato da venature per lo più rosate e violacee, il Gesto pittorico, inconscio nella sua consapevolezza, irrequieto nella sua fermezza, blocca ed appunta forme variegate (talora quasi in perfetta monocromia) che – pur bloccate – in realtà sembrano muoversi irrequiete, dotate – o almeno così pare – di una dinamicissima ed autonoma esistenza. Ma le forme, non direttamente leggibili, ma evocatrici di un mondo, i filamenti qui e là accennati, non sono che le macchie sapienti di colore che lo straordinario e magico universo dello zoo lascia di sé nel pensiero rammemorante dell’artista che torna bambino: non sono esse, cioè, a ben guardare, la reduplicazione stilizzata e in carta copiativa delle forme animali e vegetali che quell’universo popolano (non vi si possono vedere sembianze reali), ma sono impressioni di colore che emergono quale incrocio di cromie dall’intersezione pulsante e vibrante del panorama faunistico e di quello vegetale, in una mutazione di apparenze oniriche che rincorrendosi reciprocamente tracciano una scia di interscambi e movenze dinamiche. Il segno e la macchia divengono allora il mezzo operante di una ridipintura assolutamente personale di un microcosmo specifico e pulsante sotto il segno onnipervasivo di una dinamica e di una cromia solo parzialmente onirica, in cui a valere non sono tanto i riflessi e i fantasmi dell’inconscio, che pure talora sembrano affiorare, quanto quelli di una percezione operativamente attiva di un’impressione di mondo. Di un mondo incantato e fiabesco, incontaminato e a suo modo magico. E, talora, surreale.

(Massimo Colella, quotidiano “Il Golfo” del 17 settembre 2009,pag.27)

 

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SAN MARTINO DEL CARSO

Di queste case

non è rimasto

che qualche

brandello di muro.

Di tanti

che mi corrispondevano

non è rimasto

neppure tanto.

Ma nel cuore

nessuna croce manca.

E’ il mio cuore

il paese più straziato.

              Giuseppe Ungaretti

 

 

 

Dagli archetipi dei classici di ogni tempo

  REMINISCENZE LETTERARIE» NEI DIPINTI DI JOHN SUTHERLAND

     S'aggirano nelle opere di John Sutherland – gravidi di significati – fantasmi letterari e opachi spettri, reminiscenze interiorizzate e rifunzionalizzate: sono vaghe memorie di eroi ed eroine delle pagine eterne della letteratura, ma tanto introiettate e metabolizzate da esteriorizzarsi, nel fulmineo gesto dell'artista, come metafore palpitanti di un mondo tutto interiore letto alla luce di un repertorio figurale archetipico rintracciato nei “classici” letterari di ogni tempo. È un'arte, quella del Sutherland, che da esterna si fa interna e viceversa, che recupera l'esteriorità fattuale (nella fattispecie, la letteratura) per renderla trasfigurata e vivisezionata sulla tela soltanto dopo averle fatto compiere un viaggio a ritroso nel tempo e nello spazio dell'interiorità e che recupera l'interiorità mediante l'estrinsecazione già attuata da poeti e scrittori e così rivissuta sotto il segno di una lettura personale, per quanto stratificata e risemantizzata nell'inconscio. Di qui nasce, ad esempio, una tela come “San Martino del Carso”(acrilico su tela,cm.70 x 50) in cui su di uno sfondo pallido (figurante di morte o emblema di rinascita, luce di una palingenesi o bianco annientante di una desertificante annichilazione) si muovono esili segni dal cromatismo vigoroso che, quasi tracciando arabeschi e croci, rendono omaggio non solo a Ungaretti, genio dell'Ermetismo poetico, ma anche alla Memoria di un Passato che non passa, con lo strisciante senso di malinconica pena che ne deriva e la devastante coscienza della finitezza umana, ancor più evidente e tangibile in guerra.

   L'arte si fa così spazio per la letteratura e per la meta-letteratura, luogo adeguato ad un citazionismo non stanco, ma vivido, riproduzione e rielaborazione di un messaggio rinnovato pur se sulla scia di grandi e riconosciute opere del pensiero umano. “Francesca da Rimini”(acrilico su tela,cm.100 x 120) è la dimostrazione di come si possa partire da una situazione letteraria celeberrima, qual è quella descritta da Dante nel V Canto dell'Inferno, per descrivere – mediante notazioni cromatiche di un rosso vermiglio intenso e spiraleggiante e attraverso tinte forti e convulse, in definitiva neo-gestuali – una costante dell'animo umano e non una riproposizione di una pura dinamica storico-artistica. Leopardi, poi, continua a vivere nel “Sabato del villaggio”( tempera su polistirolo,cm.60 x 45), in un festoso tripudio di accenni paesistici; e ancora vive Melville nel “Capitano Achab”(olio su tela,cm.70 x 100) colto nello sforzo estremo della sua  acre lotta con la balena, a significare quasi l'energia michelangiolesca che ogni uomo è necessitato a mettere in campo nella “struggle for life”, nella “bellum omnium contra omnes”: il capitano è reso tutto in rapidi squarci di colore che ne illuminano la forza psichica e ne delineano il ritratto morale, è presentato cioè senza essere rap-presentato, è intuito più che descritto, abbozzato più che indagato; eppure ne emerge un vigore vivissimo, una straordinaria forza d'animo che travalica gli stretti confini del dipinto per tracimare quasi e giungere con pathos inaudito agli occhi e alla mente dell'osservatore. Automatismi psichici e vivide e ben studiate manciate di colore sono all'origine anche di un dipinto come “Don Chisciotte”(acrilico su tela,cm. 120 x 100), in cui forze centripete e centrifughe delineano con straordinaria incisività e mirabile e vivace policromatismo una lotta forse non ancora perduta. E nell'arte di Sutherland la letteratura, nel suo complesso, assieme ai suoi fantasmi rarefatti, è funzionale, in ultima analisi, a rappresentare proprio questa lotta. E la lotta non può che essere metafora sublime ed essenza ultima dell'esistenza. Questa straordinaria, furibonda, irrequieta esistenza dell'universo tutto. Fuori e dentro – la nostra anima.

   Sullo stesso tema si vedano anche: “Il mostro di Lockness”(acrilico su tela,cm. 100 x 70); “La vispa Teresa”(acrilico su tela”,cm. 70 x 50); “Alle cinque della sera…”,(olio su tela, cm. 100 x 70); “Attori del Nõ giapponese”(acrilico su tela,cm. 120 x 100); “Il sogno del Poeta”(acrilico su tela.cm. 50 x 70); “Il Vittoriale degli Italiani”(acrilico su tela, cm.100 x 70).

                       (Massimo Colella, “Il Golfo” del 13 agosto 2009,pag.29 )

 

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Alla scoperta di un artista  

 

 

 

  LE “PERIFERIE URBANE” NELL'OPERA PITTORICA DI JOHN SUTHERLAND

  Il Non-Spazio dell'Esistenza Negata: il suggestivo ciclo sutherlandiano dedicato all'universo taciuto delle periferie

      C'è un luogo né segreto, né nascosto, ma distante e taciuto, in cui la vita non è Vita e non v'è posto alcuno per l'Esistenza; un luogo non sfiorato da Luce e non toccato da Armonia e che si consuma morente e quasi incomunicabile nel suo dolente auto-annichilirsi; un luogo che è di fatto un non-luogo, quello dell'abbandonata e sofferente Periferia. Ai limiti del vivibile, nelle lande remote e prossime dell'a-centralità, è di scena quotidianamente la tragedia del non-spazio desolato, la grigia-drammatica esistenza di luoghi senz'anima e quella – devastata e devastante – di chi vi abita senza davvero abitarvi giacché, com'è naturale, luoghi siffatti non possono essere abitati realmente.

   Maestro assoluto della Gestualità informale ed esistenziale, John Sutherland, con arte più che raffinata, riesce nel titanico sforzo e nell'ambizioso tentativo di lasciare che queste derelitte “periferie urbane”, come egli le denomina, riconoscendole ad un tempo simili e diverse, parlino da sé con la forza della loro Umana Tragedia, la tragedia dei luoghi archetipici del Non-Essere e dell'heideggeriano Abbandono, del degrado ambientale e  culturale che domina in queste lande ai confini dell'Umano. Sutherland è capace di far per così dire cantare – autonomo e vibrante – il luogo/non-luogo della Negazione umana e paesaggistica. E in ciò riesce grazie a sottili reticolati cromatici di straordinaria bellezza che perfettamente restituiscono all'osservatore-fruitore non solo l'asfissiante e disumano disegno architettonico delle periferie senza grazia alcuna e l'allucinata-allucinante follia (esteriore) dello Spazio Negato, bensì anche la traccia di una rete tutta interiore, che appartiene all'anima, ossia quell'assurdo destino di (in)evitabile dolore che pesa straziante su ciò che paga il prezzo del suo non-essere Centro. Così, in una serie – nutrita e ricca, non solo nel numero – di dipinti dal medesimo tema, che è quello di una periferia stanca ed amorfa, terra di Confine e di Nessuno, si snoda la personalissima e sublime visione di John Sutherland che colpisce al cuore anche chi non ha occhi con la forza della sua studiata e immediata, semplice e complessa elementarità astratta. Soffusi labirinti cromatici (ma di una cromia volta a volta diversa, quasi ad evidenziare che al fondo anche la periferia ha un'anima, ciascuna ha una propria seppur debole anima e, di conseguenza, un proprio colore) divengono allora metafora pregnante e pulsante di un Labirinto mentale, quello di chi nelle tortuose e dedalee strade di vita non riesce a ri-trovarsi e auto-percepirsi, ai limiti com'è dell'Esistenza. Labirinto esteriore, dunque, come metafora di un labirinto interiore, come sostrato specifico di un disorientamento umano. I tracciati che si aprono con tanta bellezza e solitudine e si fanno spazio non senza sforzo nello Spazio pittorico delineano perciò non tanto o non solo strade reali freddamente ordinate e vuote, tagliate ad angolo secondo un folle progetto di edificazioni senz'anima, quanto sentieri scoscesi dell'interiorità, in un dialogo vibrante tra interno e esterno, tra il fuori e il dentro di un'interiorità che preme anche in virtù del mondo fattuale e contingente – dialogo che senza dubbio è tipico dell'arte sutherlandiana, che ha occhi interni rivolti all'esterno e metabolizza l'esterno nello scavo del continente sommerso del Sé.

   Ed è naturale, poi, che ai sentieri dell'anima siano sottese le strade reali e viceversa, in un cerchio distruttivo di cause ed effetti, in una circolazione costante e pittoricamente operante di Interno ed Esterno, Io e Non-Io. Le straordinarie tele che appartengono al vivido ciclo delle “periferie urbane” si configurano allora non come “souvenir” nostalgici di viaggi straniti e stranianti, bensì – pur nascendo, come è ovvio, da itinerari esperiti realmente – si uniscono quasi in un percorso di assoluta unitarietà che ci dice dell'infinita desolazione e incomunicabilità di malinconici scampoli di Esistenza Negata: i riquadri trascolorati che i tracciati delineano si fanno figurante simbolico sì delle disumane strutture cementizie dell'Invivibile Non-Spazio dell'Umana Tragedia che costituiscono l'orizzonte concreto-spaziale della Periferia e delle periferie che quasi formano l'ossatura fattuale di quella che si direbbe alfine diventi una sorta di Pura Idea tanto metafisica quanto purtroppo totalmente immanente, ma ancor più e più significativamente si caricano di un sovrabbondante retrosenso emblematico, giacché è fin troppo evidente che essi, gli isolati riquadri delle periferie del Sutherland, drammaticamente e plasticamente, seppur bidimensionalmente,  rappresentano le leibniziane “monadi” umane, le solitarie e derelitte Esistenze (negate) senza Salvazione dell'umano panorama che immobili e chiuse difficilmente pervengono al benché minimo grado di intercomunicazione e di scambio, di “civile conversazione”, come direbbe Giordano Bruno nel suo sublime ideale etico di universale condivisione, coesistenza e convivenza proficua e giusta. Ed ecco allora infine che si comprende l'operazione simbolica sutherlandiana: e così tanto “Londra: periferia urbana” quanto “Helsinki: periferia urbana”, tanto la periferia di Tokio quanto quelle di Amsterdam,  Marsiglia, Vienna, Parigi, Pechino, Tunisi, Montreal, Ferrara, Mosca e così via (tutte città – beninteso – visitate nei suoi percorsi di vita dall'artista e pertanto comprese fin nelle viscere, fin nei recessi oscuri e nei limitari desolati, nelle specificità e nei molteplici, diversi-uguali Abbandoni, città cui l'artista stesso si direbbe che renda come un amaro omaggio), rinviano tutte ad un unico significato, che paradossalmente per necessità e in via del tutto programmatica si sdoppia – all'interno di una visione profondamente e intimamente simbolica – dal momento che il panorama urbano non è che panorama umano, così come l'ordinato-caotico e freddo-vuoto reticolato delle strade non è che quello dell'anima, e allo stesso modo la desolazione dei luoghi è quella degli umani e gli edifici, isolati e squallidi,  accennati e intraveduti quasi in visione aerea nei riquadri dal consapevolmente incerto e tremolante cromatismo, null'altro sono che le squallide e isolate, pertanto monadiche esistenze degli uomini.

   La pittura abile di Sutherland si trasforma così nello specchio evanescente (come evanescenti e mosse, oltre che sottilmente inquietanti e disperate, sono le molteplici tele della suggestiva serie delle urbane periferie) di una tensione irrisolta e forse irrisolvibile (e che anzi forse in periferia addirittura drammaticamente manca del tutto) e di uno slancio tutto umano (ma che forse nel Non-Spazio dell'Esistenza negata è finanche assente) verso una Completezza d'Essere che nel non-luogo grigio e (dis)ordinato delle “banlieus” del mondo intero non è affatto presente. Giacché non è presente Luce alcuna e Armonia alcuna in quel luogo che distante e taciuto, non visto e non aiutato, si dimena invano rantolante e privo di vigore e fiducia, pervaso di una Vita che non è tale. Giacché non è presente alcuna Pienezza d'Esistenza lì dove sono i margini. I margini estremi dell'incivile Civiltà.

                               (Massimo Colella, quotidiano “Il Golfo” del 20 agosto 2009.pag.29)

 

 

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IL «MITO» NELL'OPERA  PITTORICA DI JOHN SUTHERLAND

 

 

SCARNIFICAZIONI

Sibille ed eroi di un sovra-mondo etico

      Nel “corpus”, molteplice e unitario, delle opere pittoriche di John Sutherland le lande trascolorate e sognanti del mito occupano uno spazio a sé, quasi a costituire un'idea-forza del suo (immanente) percorso artistico e un puntello fondamentale del suo (“trascendente”) “itinerarium mentis”. Mediante una sapiente trasfigurazione semantica e cromatica, nelle tele del fondatore del neo-gestualismo il mito diviene lo spazio del Sé destrutturato e semplificato, ridotto a puro archetipo, emozione primigenia, specchio e riflesso della sostanza psichica individuale; nel mito l'essenza perde i suoi confini fattuali per divenire tale, idea pura, priva di coordinate spazio-temporali, tanto scarnificata da divenire essenziale. E perciò incisiva. E così occhi appena abbozzati emergono da una tessitura alchemica di oro e rosso opaco e intenso, come da un arcano fondo mitico-storico o da un dimenticato passato eroico: è lo sguardo – penetrante e acuto – de “ La Sibilla Cumana ”(acrilico su masonite cm. 70 x 77), lo sguardo parlante che pur nel silenzio grida e seppur cristallizzato muove, vibrante e dinamico, le ali del suo fascino sempiterno; seppure imprigionata e trattenuta nelle sublimi “reti” del dipinto, ancora parla e strepita invasata la sibilla e offre la sua voce ai vaticini futuri, sebbene le sue minacce e le sue promesse restino – forse – totalmente inascoltate. E se essa, sguardo furente e stilizzato, invano muove le sue labbra, non invano tesse e disfa la sua tela la sposa dell'Itacese che è ritratta dal Sutherland nell'opera “Penelope”(olio su tela; cm.100 x 70) mentre sembra sfuggire agli attacchi dei Proci in un dinamismo tanto feroce da riassumere in sé le spinte e le contro-spinte di una “tranche de vie” per così dire bloccata ed eternata proprio nel momento parossistico in cui apparirebbe quasi inutile, ma non lo è, resistere alla potenza dei pretendenti assedianti la reggia.

  Nelle opere sutherlandiane il mito è, quindi, chiave di indagine, non pura fuga in un sovramondo onirico e  metastorico: si scava nel mito per scavare in se stessi e nel mondo; Penelope allora diventa simbolo, così come diventa simbolo la Sibilla : simboli rarefatti, stilizzati, scarnificati ed essenziali del nostro Universo psichico. Il mito si fa allora immagine tangibile delle forze che ci agitano, diviene la nostra storia, ma spogliata di quelle manifestazioni accidentali e transeunti che impediscono al nostro occhio mortale di guardare alle essenze che invece traslucide e perfette, nitide e cristalline solo possono essere a noi restituite, infine placate, dal “kosmos” mitico. E se si sprigiona, ricolmo di mali indicibili, il vaso di Pandora (come cromaticamente avviene in “Pandora alata”[acrilico su carta bristol;cm..100 x 70]), ciò non significa che non si possa agire, che non si possa tentare di ricostituire “L'armatura di Ettore”(acrilico su tela;cm. 70 x 100) ormai disintegrata, che non si possa partire dal mito per poi tentare un risanamento. E così quella frattura (apertura del dono malefico) che si verifica nel mito e parimenti nella realtà, può essere ricomposta grazie al ben agire. Lungi dal restare immagine di aeree e sospese sensazioni astoriche, il mito sutherlandiano si carica perciò di profonde valenze etiche. Si trasforma, cioè, nel veicolo formidabile di analisi del reale perché poi su quel reale si possa incidere con intelligenza e audacia. Perché – assieme alla Sibilla, finalmente non più trascurata, ma ascoltata – si possa prevedere quel futuro che noi stessi ci creiamo. Perché si possa rinchiudere il più possibile il vaso di Pandora e si possa continuare a lottare assieme ad Ettore, la cui armatura pur dilacerata (neri brandelli dall'accentuato dinamismo gestuale su fondo bianco) è ancora di là dall'essere pura immagine di morte, ma è anzi vincolo più profondo di benefica battaglia. Per il ristabilimento (cognitivo ed etico) del Bene. E del mezzo adatto allo scopo: la Ragione.

   Sullo stesso tema si vedano anche: “Il ratto delle Sabine”(acrilico su tela;cm.70 x 100), “Il cigno di Leda”(acrilico su tela; cm.120 x 100), “L'idra di Lerna”(olio su tela; cm,70 x 100), “Icaro oggi”(acrilico su tela; cm.50 x 70), “Ulisse”(acrilico su masonite; cm.70 x 74), “L’elefante di Annibale”(acrilico su tela;cm.70 x 100), “Il cavallo di Troia”(acrilico su tela; cm.100 x 70), “Paesaggio sullo Stige”(acrilico su tela; cm.70 x 50).

                         (Massimo Colella, quotidiano “Il Golfo” del 30 luglio 2009,pag.29)

 Pandora alata

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«I sentimenti» nell’opera pittorica di John Sutherland

 

 

 

 

         La rabbia

La visibilità dell’invisibile

Dipingere l’animo: l’originale ciclo sutherlandiano dedicato ai moti dell’animo umano.

Intanto continua la maximostra presso il Centro di Ricerche Storiche d’Ambra

      I sentimenti non sono visibili: non direttamente, almeno. Visibili e rintracciabili spesso ne sono i motivi o gli effetti. Eppure regolano gran parte della nostra vita: i sentimenti determinano le nostre scelte, creano orientamenti, costituiscono svolte cruciali nella Storia, anche in quella individuale. Sono essi insomma a tracciare parabole di esistenza, a modellare ciò che siamo e saremo.   Già il critico d’Arte Vittorio Sgarbi nel 1996, ebbe a scrivere testualmente:«John Sutherland che ha visto quello che non era possibile vedere», infatti l’Artista ha reso visibile ciò che per natura è quell’invisibile agli occhi di cui si sostanzia “l’essenziale”, secondo la lezione di Antoine de Saint-Exupéry (“Il Piccolo Principe”); e in una serie di dipinti il cui nucleo tematico è per l’appunto la gamma cangiante e multiforme degli umani sentimenti, John Sutherland è riuscito nel tentativo, mai prima tentato in queste modalità, di dar voce alla voce dell’anima e di farlo, com’è naturale, attraverso i colori. Ogni sentimento ha il suo proprio colore, il suo proprio bagaglio emotivo, un suo proprio Sé, quasi fosse esso stesso individuo, un individuo parlante e senziente, “spirito” tra gli “spiriti” di cui siamo costituiti. È un ciclo pittorico, questo sutherlandiano dedicato ai sentimenti, che stupisce per la capacità suprema di associare ad ogni sfaccettatura dell’animo e dell’indole umani una propria tonalità cromatica e di non sbagliar mai abbinamento; e queste “corrispondenze” (in un mondo profondamente simbolizzato alla Baudelaire) si caricano di un valore emotivo forte, quasi che le tele non solo rappresentino, ma di fatto siano esse stesse quelle tonalità dell’animo di cui si fanno sublimi portavoci attraverso le tonalità cromatiche.

   Ecco allora che un sentimento quale “Il rancore”(acrilico su tela,cm.100 x 120) od un altro come “La rabbia”(acrilico su tela,cm.120 x 100) trovino perfettamente spazio e si esprimano in una dinamica pittorica gestuale e vibrante; talora a trovar voce sono addirittura “Il dubbio”(acrilico su tela,cm.120 x 100) o “L’inganno”(acrilico su tela,cm.100 x 120) o ancora – a rappresentare uno stato più che un sentimento – “Corruzione” (acrilico su tela,cm.70 x 50) resa da concrezioni in rilievo che ben rendono l’atmosfera di un allucinante degrado, o finanche una vera e propria situazione fattuale, ma fortemente emotiva (e quindi rientrante nel discorso),  drammaticamente impostata nella finezza allusiva e non descrittiva del Gesto quale quella de “La rissa”(acrilico su tela,cm.100 x 70), in cui il gioco delle forze di spinta e contro-spinta quasi rinvia all’attenzione futurista nei confronti del movimento delle forme nella sua metamorfica “facies” colta e trattenuta nell’istantanea mutazione di oggetti e soggetti in moto. Lungi dall’essere combinazioni casuali o scontate, le associazioni sutherlandiane sentimento/colore si rivelano così il portento visibile di una simbologia autentica perché archetipica ed universale seppure mediata dalle profonde capacità d’auscultazione e dal personale itinerario d’esistenza dell’artista. L’anima ne risulta pertanto scrutata e indagata, solo apparentemente frammentata in quei moti emotivi che ne costituiscono l’ossatura. Ne vien fuori un ritratto: il ritratto dell’anima, parcellizzato e disseminato nelle molteplici micro-analisi pittoriche, nei segni multiformi delle sue plurime espressioni, nella visione disincantata dei suoi numerosi stati d’essere. Il ritratto originale di un’Interiorità mai così a fondo esplorata. Mai così a fondo indagata e repertata. Mai così a fondo direttamente resa: armonia (e dis-armonia) visibile dell’invisibile Essenziale.

   Sullo stesso tema vedi anche: “Ambiguità”(acrilico su tela, cm.50 x 70); “Emozione”(acrilico su tela,cm.120 x 100); “Riflessioni”(olio su tela,cm.70 x 100); “Lettera d’Artista”(olio su tela,cm.100 x 70); “Traguardo”(olio su tela,cm.70 x 100); “Oltre il volto”(acrilico su masonite,cm.76 x 64); “L’invidia”(acrilico su masonite,cm.70 x 77). 

                                            (Massimo Colella, quotidiano “Il Golfo” del 10 settembre 2009,pag. 29 )

  

     

 

 

 

 

                           La rissa,2

 

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  la Gioia di Vivere

 

Tripudi e slanci

  la Gioia di Vivere nell’opera pittorica di John Sutherland

     Un artista come Sutherland – fondatore del Neogestualismo esistenziale – non può non far vibrare pittoricamente la sua arte dinanzi ad uno spettacolo formidabile quale quello della Vita. Non può non restare estasiato dinanzi ai piccoli-grandi “tripudi” che la vita ci concede. Non può non tracciare parabole di felicità e di gioia mediante il segno supremo e istantaneo del Gesto. John Sutherland è (anche) questo: riuscire a dipingere stati d’animo (dunque, propriamente “invisibilità”) mediante il segno assolutamente visibile e pittorico procurato dal e nel Gesto. Dunque, anche l’allegria, la gioia, la letizia, la felicità non sono elementi inconsueti nel registro artistico-espressivo del Sutherland, giacché anche della felicità Sutherland riesce, con mirabile sintesi ed efficacia, a trarre quel “quid”, quella sorta di elemento inconoscibile, ma esperibile che ne costituisce l’essenza.

   Accanto ai temi fortemente impegnati (la guerra, le devastazioni ambientali, il dramma delle periferie, etc.), dunque, l’arte di Sutherland non disdegna la ri-dipintura gestuale della Pienezza di Vivere, dell’Allegria eletta a simbolo supremo della vita e a metafora permanente dell’esistenza colta nella sua vibrante concretezza e completezza. Il linguaggio sutherlandiano, cioè, si può rivolgere anche – in una dialettica complessa tra Interno ed Esterno, il Fuori e il Dentro rispetto ad un Io cosciente e senziente, ma nell’attimo artistico-gestuale Alter Ego di se stesso, individuo in fondo inconoscibile a se stesso – alle lande scanzonate e sornione di una gioia che sembra non avere limiti. E naturalmente non può che essere il colore, la tonalità cromatica a tracciare indelebilmente e a suggerire con perfezione artistica lo stato d’animo di Pienezza d’Essere che l’animo stesso conosce e prova nel momento, nell’attimo dell’inseguita e inafferrabile Felicità. Così, ad esempio, “Estiva”(acrilico su tela,cm.120 x 100) non può che tributare il suo omaggio cromatico ad una stagione e ad una contentezza vibrante, matura e perfettamente interiorizzata: gioia che è in noi e fuori di noi, si direbbe, presente com’è nelle accensioni di colore della stagione estiva. Oppure, può capitare che l’artista resti colpito da uno dei piccoli-grandi “tripudi” di cui si parlava prima (“le piccole cose” cui rimanda il titolo e la sostanza del famoso libro dell’Arundhati Roy, per l’appunto “Il dio delle piccole cose”) e si lanci nella creazione di una tela intensa come quella che ha per titolo “Tripudio”(acrilico su tela,cm.150 x 100), in cui un miracolo di contentezza, una straripante Pienezza d’Essere è messa brillantemente su tela a riempire di sé gli spazi persino, si direbbe, con l’aroma e il profumo di un’esperienza che prima ancora che spirituale sembra essere materiale, sebbene nello spirituale sfoci e si realizzi completamente.

   Se ne sente l’aroma, si diceva: di questa gioia onnipervasiva se ne sente l’inebriante profumo. È esperienza totale, la gioia, così come del resto qualsiasi delle opere di Sutherland, che sono a loro modo e in forma mirabile esemplificazione massima e sintesi perfetta di un’esperienza che si presuppone totale e totale si presenta agli occhi e alla mente dell’osservatore, essendo in esse percepibili – e questo grazie al miracolo dell’esatta cromia e del gesto – perfino le sensazioni olfattive, gli odori, talora, di un mondo antico, come quello evocato da “Festa d’autunno”(acrilico su tela,cm.120 x 100) in cui il momento della vendemmia diventa il paradigma valoriale su cui innestare più profonde risonanze interiori e più vibranti accenti lirici, nella commossa ed esaltante visione cromaticamente riuscita di una sorta di catarsi purificatrice che nel movimento di gioia trova l’espressione massima di realizzazione.

   Un mondo, dunque, quello della “gioia di vivere sutherlandiana”, ossia quello della gioia visto da e in John Sutherland, che lascia stupefatti non solo e non tanto per l’altissimo grado di bravura tecnica, ma per quella straordinaria capacità di rievocazione e quell’affascinante gioco cromatico che ci dice di noi e delle nostre fugaci gioie. Ci dice della Felicità come realizzazione estrema di vita: una sorta di Gioia globale, quasi cosmica, che trascende l’individuo per divenire vessillo tangibile di una forza talora sovrumana o collettiva, che è a sua volta prova ultima di un’interna motilità e vitalità autonoma dell’universo tutto. Una sorta di nuova Dea della Gioia. Una dea moderna e antica, sotto cui, però, non potresti non intravedere un velo soffuso di malinconia, una mestizia sottile che pur se rimane sul fondo comunque resta, giacché quell’enorme Felicità che viene dipinta non può che scontrasi nel gioco pittorico ed extrapittorico/esistenziale con una tristezza forse altrettanto enorme, nello spettacolo vitale ed eterno dei contrasti. Degli ossimori profondi. Delle luci e delle oscurità. Dei pieni e dei vuoti dell’umana esistenza.

   Sul tema che non ci può essere felicità per l’uomo senza condividerla con il mondo animale e vegetale (magistralmente sintetizzata,come detto, in “Festa d’autunno”) si rimanda anche ad altri dipinti di John Sutherland: “Danza di ippocampi”(acrilico su tela,cm.120 x 100);  “L’albero della vita”(acrilico su tela,cm.120 x 100); “Esultanza”( acrilico su tela,cm.120 x 100); “La danza della fecondità”(acrilico su tela,cm.120 x 100); “Salmoni alla sorgente”(acrilico su tela,cm.150 x 100); “Delfino giocoso,1”(acrilico su cartoncino,cm.21 x 50); “Caprone felice”(acr.e acquerello su cartoncino,cm.32 x 48); “Festa di vendemmia”(acrilico su tela,cm.150 x 100); “Il sabato del Villaggio”(tempera su polistirolo,cm.61 x 46); “Delfino giocoso,2”(acrilico su carta bristol,cm.70 x 100).

                                                                           Massimo Colella,

      (quotidiano “Il Golfo” del  24 settembre 2009,pag.8,inserto”Arte e Cultura”)

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Lo SPORT nell’opera pittorica di John Sutherland

 

 

 

 

 

 

      IL MOMENTO DELL’AGONE

 

 

 

 

 

 

Lo SPORT nell’opera pittorica di John Sutherland

IL MOMENTO DELL’AGONE

L’inno sutherlandiano all’uomo “agonale”: il Gesto canta la Competizione Vitale.

  Accanto alle grandi tematiche civili e umane che il panorama composito ed eterogeneo dell’arte di John Sutherland propone in grande misura e con sublime raffinatezza, il linguaggio del fondatore del Neogestualismo Esistenziale trova e dedica uno spazio speciale per le manifestazioni umane di atletismo, cioè per la ri-dipintura (naturalmente e programmaticamente gestuale) di ciò che comunemente e con termine inglese definiamo “sport”. In realtà, a ben vedere, tale “ciclo” pittorico (se si può parlare di cicli per un’arte complessa come quella del Sutherland e se si può suddividere un’operazione artistico-culturale che è estremamente unitaria sotto molti aspetti) non fa parte che di una tendenza – che ha del futurista – alla rappresentazione istantanea del moto che nasce da una speciale attenzione al dinamismo e soprattutto alla resa esteticamente fruibile del movimento nel suo quasi inafferrabile svolgersi, nel suo “filosofico” Esser-ci (mi richiamo – e non a caso – all’esistenziale “Da-sein” così come teorizzato per l’appunto dalla nota scuola filosofica novecentesca, in particolare da Martin Heidegger). Ciò che si intende dire è che lo sguardo sutherlandiano sullo sport nasce non da una volontà di riprodurre, ricreare o semplicemente evocare il mondo in questione, ma nel più vasto ambito di una ricerca proiettata nella ri-creazione gestuale (perché il Gesto non riproduce, ma ri-crea, determina nuove realtà pur se nasce dalla realtà, è movimento esso stesso nella ri-creazione del movimento) del moto e del dinamismo colti nell’istante, nell’istante recepiti e nell’istantanea e fulminea ispirazione resi. Si spiega così la serie dei dipinti sutherlandiani dedicati all’universo delle attività fisiche: la prestazione sportiva nella sua dimensione fortemente agonale e competitiva si trasforma, in questa prospettiva, in un semplice e puro pretesto per scavare non solo nuovi orizzonti di creatività, ma per tentare di cavare un senso da quel movimento così ben reso e di ottenere una nuova realtà (ma a partire dalla realtà) con cui confrontarsi e misurarsi, una realtà pittorica che tracima in quella extrapittorica ed esistenziale.

   La performance sportiva, come momento supremo dell’affermazione di Sé, diviene quindi non solo il banco di prova dell’artista che si cimenta con successo nell’auscultazione/decifrazione e trasmissione/resa del movimento plastico che è restituito al fruitore con tratti dall’intensa ed efficacia gestualità (quasi che la sfida sia quella di riformulare artisticamente una nuova modalità di esprimere ciò che, ad esempio, il Discobolo di Mirone ancora riesce a trasmettere in termini di pathos e di dinamismo), ma si trasforma anche nella metafora fortemente filosofico-esistenziale di una Gara vitale, che è tale perché è sempre in “gioco” la nostra capacità di metterci in “gioco” (il bisticcio di parole è voluto: si sta sottolineando per l’appunto la dimensione ludica-agonistica come una di quelle costitutive dell’esistenza umana) ed è sempre in forse il nostro destino di vincitori o sconfitti nel Fiume della Vita così ben descritto, ad esempio, da un Verga (si pensi all’introduzione de “I Malavoglia”) o ancor prima dall’Alberti. Ecco quindi che il momento competitivo-agonale (lo sforzo supremo e finale dello sportivo, che è l’ultimo atto di una serie di esercitazioni propedeutiche, giacché la vita è sempre in ogni caso propeudetica a se stesso, nel senso che si impara “nella” e “per” la vita) diviene l’emblema essenziale di una doppia gara: quella dell’artista che riesce nel mirabile tentativo di dare voce e corpo a ciò che per sua natura è sfuggente, percepibile ma non afferrabile (ossia il movimento: e lo si vede, il dinamismo, in maniera del tutto inusuale e al tempo efficace, nelle tele del Sutherland), e quella dell’uomo che può imporsi sulla Scena della Vita con la sua forza e la sua tenacia o può miseramente non riuscire per debolezza o sfiducia. Gara, dunque, come performance d’arte e di vita. In questo quadro interpretativo, che peraltro non pretende di essere l’unico possibile, si spiegano opere come “Lo scatto del podista”(acrilico su tela,cm.100 x 70), in cui è perfettamente tracciato lo sforzo agonale dell’atleta nell’esatto momento della sua partenza (ecco, il momento: nel momento si realizza il movimento e l’arte è capace di far vibrare quel momento/movimento per sempre) o come “Campionessa di nuoto a rana”(acrilico su tela,cm.100 x 120) in cui, tra bagliori verdastri, è immediatamente percepibile il movimento in acqua della sportiva, nelle forme – precipue nell’arte sutherlandiana – di un Gestualismo accorto e vibrante che ri-crea un certo trascinante – anche a livello emotivo – dinamismo quasi vorticoso. Si ri-crea l’attimo e si ri-crea il moto in quest’area specifica dell’arte sutherlandiana: e quell’attimo, quel momento, può essere anche quello della morte (la performance, in tal caso, si trasforma in strumento di morte e non di esaltazione di sé nel parossistico slancio inebriante della vita e della sfida vinta) come ad esempio nel caso del dipinto-omaggio al grande pilota Ayrton Senna(“Circuito mortale”,acrilico su tela,cm.50 x 70), in cui la perdita della vita e il momento agonale-competitivo tristemente si mescolano nel turbinio dinamico di uno scontro fatale che è restituita agli occhi e alla mente del fruitore nella parabola coloristica di un tracciato gestuale e tragico.

   Leggermente diverse ma analoghe sono le considerazioni sul dipinto “Off-shore a Casamicciola”(acrilico su carta bristol,cm.100 x 70) che Sutherland “fotografa” nel momento cruciale della tragedia che si consumò nello specchio di mare antistante la cittadina termale.

Così, seppure nell’ambito di una società quasi “agonale” (utilizzo la categoria applicata per la prima volta da Jacob Burckardt e adoperata correntemente negli studi comparati di letteratura e storia greca per descrivere un sistema sociale come quello omerico o quello cantato da Pindaro), una società – quella dipinta dal Sutherland – che è poi il sinonimo di Vita nella sua ineluttabile dinamica di agone cosmico, lo spazio per l’evocazione della fragilità umana resta egualmente: anzi, si potrebbe dire che è proprio la dimensione competitiva che stimola una riflessione più globale sull’inanità umana nel più vasto ambito delle relazioni esistenziali e vitali cui le dipinte “performances” sportive segretamente alludono. Lo spunto tecnico della resa del movimento diviene, in ultima analisi, solo il punto di partenza per un’analisi abilmente intrapresa nei confronti dell’umano. Dell’attimo. Della gara vitale. Dell’esistenza tutta.

 (Massimo Colella, quotidiano “Il Golfo” del 1° ottobre 2009,inserto “Arte e Cultura”,pag.8))

 

 

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   La Resistenza nell’opera pittorica di John Sutherland

 

    

CONTRO OGNI DITTATURA

IL GRIDO DELLA MEMORIA E LA LUCE DELLA LIBERTA’          
          
   Il grido di John Sutherland contro ogni forma di dittatura è vibrante ed efficace, pervasivo e lirico, intimamente sentito e splendidamente reso. Il ciclo sutherlandiano dedicato alla Resistenza ha in sé lo spazio potente di una denuncia che da retroiettiva si fa proiettiva e propositiva, guarda al passato per lanciare un monito nel presente e gettare un ponte nel futuro. “Il dittatore”(olio su tela,cm.70 x 100) è espressione Gestuale di ciò che significa Crisi delle forme del pubblico e avanzata del predominio del privato e del personalistico, ed anzi della tirannia esercitata dal singolo sulle masse di cui triste esempio sono stati i totalitarismi che hanno inaugurato sciaguratamente l’inizio del ventesimo secolo. Sutherland canta, in risposta alle barbarie compiute dai dittatori d’ogni tempo e luogo (il monito e il campanello d’allarme valgono, come è ovvio, anche per il presente), le imprese eroiche della Resistenza italiana, grazie alla quale la penisola ha riconquistato a sè quella libertà che aveva perduto, quella libertà che va quotidianamente tutelata al fine di preservarla, custodirla e vivificarla.

   E tra le imprese ce n’è una in particolare, che desta meraviglia e commozione: è quella raccontata visivamente nel dipinto “La casa di Luisa”(acrilico su tela,cm.150 x 100); si tratta della storia di una donna che, incurante dei nazisti, ha accolto nella propria abitazione dei partigiani, sfidando ogni logica di paura e sottomissione e agendo in virtù della propria manifestata libertà spirituale. Il dipinto è un capolavoro d’arte gestuale: la vitalità della parte centrale dell’opera è dimostrazione ed emblema pulsante della luce spirituale della donna e degli ideali libertari che essa e i suoi ospiti incarnano, mentre alla periferia estrema dell’opera (una periferia locale che è perificità ideale) si colloca il buio asfissiante di una Crisi valoriale ed anzi la minaccia incombente sulla casa cromaticamente e psicologicamente resa che preme incessante sulla luce, ma è da essa in ultima istanza sconfitta. Luce al centro e buio agli estremi: è in questa dinamica degli opposti, che peraltro non è affatto “coincidentia oppositorum”, ma anzi netta demarcazione – non per questo manichea, ma perfettamente vigile e razionale – del bene e del male, che si gioca l’istanza cruciale e la raion d’être del dipinto stesso che affida alla sua lata narratività il vortice emozionale di un discorso perfettamente ideale e profondamente etico. L’eticità, in questo senso, è davvero una delle cifre, se non la principale, del discorso sutherlandiano nel suo complesso: ed è in virtù di questa eticità che un ciclo come questo dedicato alla Resistenza può avere compimento e realizzazione. Di contro a “La casa di Luisa” si pone quale specchio antitetico e complementare alle dinamiche evenemenziali un dipinto come “Soldato nazista”(olio su tela,cm.50 x 70) in cui ad essere abbozzato, intuito più che rappresentato, è non solo e non tanto uno degli esecutori materiali del folle e abnorme programma del Führer, bensì tutta una tradizione militarista prettamente germanica che viene ad essere messa sotto accusa o comunque sotto la lente di ingrandimento di un artista dalle indubbie qualità intellettuali come Sutherland: tradizione, questa, che sembra essere quasi il germe propulsore e generatore del progetto esiziale del totalitarismo nazista.

  L’arte di Sutherland si accende così di alti accenti etici per recuperare dal e nel Gesto quella motivazione ideale che troppo spesso manca e compiere un percorso a ritroso nella Memoria, recuperando da quella memoria la spinta etica verso il Bene che platonicamente ed esteticamente coincide con il Bello. Si leva, quindi, la voce sutherlandiana alta e ferma in ricordo della battaglia per la libertà che il popolo italiano seppe compiere e in memoria di una Memoria che non deve mai essere trascurata, ma anzi tenuta accesa e viva per onorare l’eroismo di un moto quale fu quello della Resistenza. L’arte gestuale, in definitiva, non può che compiere, in virtù dei suoi particolarissimi mezzi, un itinerario iniziatico alla comprensione/decifrazione e alla tutela/conservazione dei processi della Memoria. Non può che essere partecipe dei drammi e degli eroismi del passato per tracciare un monito per il futuro. Non può che levare nitido il suo grido contro ogni modalità e forma di dittatura, contro ogni forma di regime (palese o latente che sia), in difesa del Pubblico faticosamente conquistato a livello pratico e teorico, nel corso di accese battaglie. Perché il Passato ci insegni a modellare il Futuro e a modificare il Presente. Perché l’Arte possa essere fattiva chiave critica e chiave d’indagine e d’accesso al reale. Perché il Gesto sutherlandiano possa essere latore di un messaggio che finalmente giunga all’orecchio e al cuore dei fruitori. E questo messaggio si possa tradurre in realtà visibile e concreta, continua battaglia per la libertà, continua difesa della libertà, continua esaltazione della libertà: paradigma operante per una palingenesi infine attuata. Nei fatti.

   Sul tema vedi anche: “Olocausto” (china su cartoncino,cm.30 x 21); “Dachau” (acrilico su tela,cm.150 x 100); “Il dittatore 2” (acrilico su tela,cm.100 x 70); “I congiurati”(acrilico su tela.cm.120 x 100); “La tortura”(acrilico su tela,cm.120 x 100); “Le radici della violenza”(acrilico su tela,cm.120 x 100).

(Massimo Colella, quotidiano "Il Golfo", 15 ottobre 2009, Inserto Arte e Cultura,pag.5)

 

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LA MUSICA NEI DIPINTI DI JOHN SUTHERLAND    

 

 

 

 

       

      SINESTIE    DANZANTI

     Energia e dionisismo: ritmo e/è vita 

 

          

        

 

  Tentare di descrivere la “musica” così come si presenta – esteriorizzata dopo l’interiore metabolizzazione intellettuale-artistica – nell’opera e più in generale, direi, nel “pensiero creativo” di John Sutherland significa, nei fatti, cimentarsi nella non facile operazione di connettersi simpateticamente con un’“arte”, potremmo ad un primo acchito dire con espressione solo parzialmente veridica, che “descrive” un’altra “arte”. Ossia, con un’arte pittorica (nelle forme peculiari e originali di un Sutherland) che “descrive” (ma il termine è inesatto e va virgolettato) l’arte musicale. Siamo, cioè, analiticamente dinanzi ad un singolare intreccio di “arti”, o – meglio – ad un’“arte” che si fa portavoce e cassa di risonanza di un’altra forma della medesima Arte di cui si sostanzia ogni espressione artistica che dell’Arte in senso assoluto non è che una delle visibili, “tangibili” e concrete “latu sensu” manifestazioni nell’immanente e nel divenire storico (cioè, l’Arte – come idea sovrastorica, quasi platonica – diviene Storia, è ovvio, nel momento in cui produce se stessa in forme esteriormente (e interiormente) “reali” – nel senso di una loro realtà storica e di una loro, seppur lata, “obiettività” di “oggetti” artistici). In altri termini, il postulato iniziale da cui si è partiti (e che poteva essere un approccio, per quanto semplificante, conforme alla “communis opinio”, e in quanto tale è stato adoperato) secondo cui confrontarsi con la “musica” nell’opera di John Sutherland significa confrontarsi con un’“arte” che “descrive” un’altra “arte”, è già ad una prima analisi in parte smentita, nel senso che in termini più esatti e più aderenti alla verità artistica dell’operazione sutherlandiana si può – e a ben ragione – ritenere e dire che quella di Sutherland è un’Arte che canta irrimediabilmente e costantemente se stessa, senza per questo divenire autoreferenziale, e non un’altra Arte, lì dove l’Arte (che è tale in quanto unica) – dalle molteplici espressioni in cui nell’immanente si realizza – ritorna, attraverso un’affascinante “reductio ad unum”, al cuore vibrante della sua essenziale unicità. Ciò che si intende dire è che l’universo musicale nell’espressione sutherlandiana non è un’alterità rispetto all’espressione sutherlandiana stessa (che è tecnicamente, ma solo tecnicamente, esclusivamente pittorica), bensì è sinesticamente unita e incorporata alla manifestazione artistica del Sutherland non in quanto semplicisticamente la pittura “diviene” musica o viceversa, ma più profondamente in quanto la pittura “è” musica (così com’è vera l’equazione inversa e complementare) in un pensiero – si parlava di “pensiero creativo” – di un artista per il quale, credo, l’Arte è una e totale, manifestabile e manifestatasi storicamente in innumerevoli “forme” immanenti, ma sempre “eguale” a se stessa nel senso di un’essenza di fondo non quantificabile e finanche, forse, non esprimibile, ma che pur tuttavia esiste come nucleo di base di ciò che si identifica – una volta obiettivata – come Arte.

   La vitalità e l’esplosività della “musica” vista da e in Sutherland sono mirabilmente espresse – estrinsecatesi nel livello evidente di un capolavoro – in un’opera come “Jazz band” (acrilico su tela, cm.220 x 175), in cui su uno sfondo di assoluto biancore si stagliano nere, furiose e incandescenti, le “vibrazioni” musicali, le tonalità e le armonie che agitano un ritmo fecondo e per l’appunto vitale, nel senso che non puoi che vedere nel parossistico slancio generale che la tela comunica con fresca vivacità una sorta di “vibrante” e musicale inno all’esistenza, quasi che poi l’Arte (che è, al contempo e senza fratture, Pittura e Musica) non è che la Vita stessa che felice si autoproduce, come nota (musicale) sgorgante da nota, ritmo che nasce da ritmo, in una “danza” dionisiaca e tribale, raffinata e jazzistica, accesa e sognante. È ancora il “ritmo” vitale che segretamente (a livello biologico e spirituale) ci pervade ad essere protagonista assoluto del superbo “Valzer” (acrilico su carta bristol, cm. 70 x 100), in cui si fanno visibili, come metafora di un’Armonia superiore e universale, le movenze leggiadre di una coppia danzante appena accennata e abbozzata (e l’accenno lieve – dotato peraltro di una sua “descrittività” particolare e suggestiva – è tipico di Sutherland e della sua logica del “non-finito”, che già Michelangelo talora adoperò con accenti post-moderni “ante litteram” e che naturalmente il fondatore del Neogestualismo Esistenziale applica in piena armonia con i suoi principi gestuali per cui il non-finito è in realtà la forma “finita” di un complicato processo psicologico-fattuale). La “musica” sutherlandiana talora ha, peraltro, accenti anche tristi, malinconici, finanche “elegiaci”, lì dove, ad esempio, in una tela non-gestuale come “Pianoforte spento” (acrilico su tela, cm. 70 x 100), la cui atmosfera è peraltro replicata, seppure in chiave diversa, nei “Ricordi del pianista” (acrilico su carta bristol, cm.70 x 100), si allude – con una geometria commovente e dai riflessi efficacemente verdastri a rendere con perfetta maestria cromatica una sensazione dell’anima – ai vecchi pianoforti delle case antiche che, abbandonati, “giacciono” quasi con vita autonoma e solitaria a ricordare la desolazione montaliana di “ossi di seppia”, che è poi l’equivalente letterario della speculazione filosofica heideggeriana circa il nostro Essere-Gettati-nel-Mondo, esattamente come “cose” gettate via e prive di una loro direzionalità, esattamente come quei montaliani ossi di seppia che nel linguaggio sutherlandiano diventano i tasti non sfiorati da mano alcuna di un pianoforte non più utilizzato e che nella sua antropomorfizzazione si fa chiaro referente simbolico della devastazione che il tempo compie sull’uomo e sulle cose (si pensi, tra le innumerevoli espressioni letterarie al proposito, allo struggente II capitolo di “Gita al faro” della Woolf). In generale, però, è innegabile la fresca vitalità e la vena ottimistica dell’auscultazione e della resa sutherlandiana dell’universo musicale, evidenti nella scanzonata e ottima tela dedicata alla Nannini (“Teen Ager: per Gianna Nannini”, acrilico su tela, cm.50 x 70), assimilabile per l’espressione limpida e naturale al riuscito “Paperino rock” (acrilico su tela, cm. 70 x 100). Non mancano, peraltro, in questo quadro così vasto e multiforme perfette espressioni non-gestuali, ma nondimeno  genuinamente post-moderne, come fantasiosi pentagrammi (si veda “Pentagramma oscillante”, tecnica mista su carta, cm.42 x 30) che curvati e tracimanti compiono quasi acrobazie danzanti e mirabolanti equilibrismi in un’esplosiva armonia, a rendere il senso della Vita/Musica, così ben espressa anche in “Musica Dodecafonica” (tecnica mista su carta, cm. 42 x 30) che è omaggio alla rivoluzione musicale – teorizzata da Schönberg – dell’“emancipazione della dissonanza” e della crisi definitiva del sistema tonale.

   Musica/Vita che rinnova se stessa e parla e vive di sé, l’universo musicale di e in Sutherland è pertanto sfrenato e slanciato dinamismo, vivace danza esistenziale ed apotropaica, senso ultimo di un movimento universale e armonico (si pensi alla riflessione pitagorica sulla connessione musica/astri), traboccante fonte d’energica fecondità, celebrazione bacchica dell’apoteosi vitale. Ma anche elegiaca mozione degli affetti, riflessione sul ritmo vitale che è nei fatti traumatico tempo trascorrente. In ogni caso, danzante e musicale alchimia segreta e vigorosa. Degli elementi cosmici.

    Sullo stesso tema vedi anche: “Suoni della città” (tecnica mista su carta, cm.70 x 50) “Il cantante rock”(china su carta,cm. 21 x 30); “Silvano jazz”(acrilico su tela, cm. 70 x 100); “Il suonatore di violoncello” (china su carta, cm. 21 x 30); “Passo di danza” (china su carta, cm.22 x 28); “Trionfo alla Scala” (acrilico su carta bristol; cm.70 x 100); “La musica del diavolo” (acrilico su carta bristol, cm.100 x 70); “Orchestra in giardino”(pennarello su cartoncino, cm.50 x 35); “Danza sul mare” (acrilico e pennarello su cartoncino, cm.50 x 35); “Orchestra in giardino con girasoli” (tecnica mista su carta, cm.42 x 30); “Il gallo canterino” (china su cartoncino, cm.30 x 21); “Suonatore di tromba” (china su cartoncino, cm.21 x 30); “Suonatore di tromba, 1” (china su cartoncino, cm.21 x 30);

“Note musicali” (pennarello su cartone”,cm.23 x 32); “Suonatore di tromba,2”(acrilico su carta bristol,cm.100 x 70).

                                      (Massimo Colella, quotidiano “Il Golfo”del 22 ottobre 2009,pag.8 inserto Arte)

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“IL LAVORO”NELLA PITTURA DI JOHN SUTHERLAND

ETICA DEL LAVORO E LAVORO DELL’ETICA

Quando l’arte diventa veicolo di “renovatio” sociale.

 

     L’esiodea “teodicea del lavoro” – peraltro presente intensamente e in forme specifiche anche in un “auctor” dalla profonda moralità quale Virgilio (“omnia vicit labor / improbus”) – è naturalmente e profondamente ripresa e rielaborata in chiave assolutamente laica e assolutamente morale da un artista di cui più volte si è sottolineata la forte “vena etica” (“etica” nel senso di un’Arte che non è “Art for Art’s sake”, ma è in ogni caso e spontaneamente al “servizio” dell’etica, senza per questo essere costretta a piegarvisi: il parallelo più ovvio e pregnante è quello, in campo letterario, con un autore “etico” come l’Alighieri la cui opera poetica è tutta vivificata, come si sa, dal suo progetto di “renovatio” politico-sociale). L’artista in questione, la cui eticità si riversa naturalmente e senza costrizioni nelle sue tele, è John Sutherland, fondatore del Neogestualismo Esistenziale: è lui, in una serie che solo per ragioni di “scansione tematica” individuiamo come autonoma e distinta dalle altre, a valorizzare enormemente e mediante i suoi peculiari mezzi artistici l’ardua “téchne” e la nobile fatica che sono alla base di ogni attività lavorativa propriamente detta.

   Valorizzare il lavoro significa, per un artista come Sutherland, valorizzare quel tanto (e quel poco: “poco” in senso assolutamente relativo) che l’uomo può e deve “fare” in una dimensione di operatività al servizio dell’intelligenza e di intelligenza al servizio dell’operatività; “esaltare” il lavoro significa anche aver fiducia nel “progresso” umano (senza peraltro credere nel mito già deprecato da Leopardi delle “magnifiche sorti e progressive”) e speranza concreta di un miglioramento dell’essere umano attraverso e nel lavoro. Il “primato del fare” (che fu teorizzato in maniera incisiva e con toni vibranti dal martire del libero pensiero Giordano Bruno: sua fu l’esaltazione della mano, così ben analizzata e indagata dal prof. Aniello Montano) è al centro di una serie di opere sutherlandiane che delineano con sguardo unitario una delle “forme” del “pensiero creativo” dell’artista, che è quella della valenza etica suprema del lavoro e della fattiva attività dell’essere umano nel suo esistenziale “Da-Sein”. Etica del lavoro e lavoro dell’etica – nel senso di un’etica operante e pertanto “a lavoro” nell’opera artistica sutherlandiana – mirabilmente s’intrecciano in questa sezione peculiare ed efficace della “praxis” dell’artista (prassi non prescindibile dalla sua “teoria”, ossia dal “pensiero creativo”) perché, oltre all’evidente e commossa esaltazione del lavoro in tutte le sue forme ‹si registra finanche “Il rabdomante” (china su cartoncino, cm.30 x 21) tra le “occupazioni” e in senso più generale le “abilities” raffigurate: l’idraulico, il pescatore, il caposala, il domatore di foche, la manager, etc.›, è fortissima la “critica” sociale (critica, beninteso, anche nel suo senso etimologico di “discernimento”, da “krìno”, che vale “distinguo”) che agita queste opere, che vivono di quella valenza etica forte che è la costante massima, direi, dell’originalità – anche artistica, oltre che intellettuale – di John Sutherland. E questo “lavoro dell’etica” o, meglio, quest’“etica a lavoro”, che cioè “agisce” nell’opera sutherlandiana tutta, si applica – nel caso specifico dei lavori considerati – alle problematiche relative al lavoro, trasformandosi in un’“etica del lavoro”, e non solo nel senso di un’esaltazione valoriale della valenza antropologico-morale dell’operatività (“il lavoro nobilita l’uomo”), bensì soprattutto in un altro senso, in un’altra direzionalità, che è quella della denuncia vibrante del “male di vivere” connesso ai brutali sistemi di produzione che ben conosciamo e di cui troppo spesso ignoriamo le profonde negatività nel loro essere coercitivi e lesivi della dignità umana.

Soltanto adoperando tali parametri di lettura/decodificazione può essere, a mio avviso, compresa un’opera come “Catena di montaggio” (olio su tela, cm.70 x 100) che raffigura con tonalità estremamente opache il disagio sociale derivante da una disumana organizzazione del profitto (e se

si pensa all’importanza del linguaggio cromatico nell’opera sutherlandiana tutta, ben si capisce come il “colore” anche qui sia di per se stesso metafora di un’atmosfera e di una “tonalità” dell’animo). La “fatica del vivere” legata a un’ingiusta strutturazione sociale è ancor più tematizzata nell’ovale del volto de “Il metalmeccanico” (acrilico su tela, cm. 50 x 70), su cui si legge non l’angoscia e la disperazione di un essere vivente, ma l’alienazione finanche priva di sentimenti (anche di quelli di senso negativo) che è tipica di un essere umano cui esistenzialmente è stata negata la qualità di “essere”, divenendo “cosa” quasi non senziente, quasi non vivente. Eguale spirito critico anima un’opera come “Altoforno” (acrilico su masonite, cm.70 x 75), in cui il fuoco che emana dalla macchina industriale, pur collocabile in una zona precisa dell’opera e pertanto della situazione cui si allude, si allarga enormemente mediante l’atmosfera prolungata di riflessi infiammati che quasi sovrastano l’esile figura appena accennata di un operaio, costretto a piegarsi all’indietro, proiezione metaforica di una sottomissione fattuale e mentale ad un sistema di cui il lavorante sembra essere “schiavo” perseguitato, così com’è perseguitato surrealisticamente dalla “lunga fiamma” dell’altoforno l’operaio che emblematizza la dignità mal ripagata dei lavoratori. Discorso a parte merita, non tanto e non solo per merito artistico (è evidente il suo spessore di vero e proprio capolavoro) quanto per la diversità tematica, “La mattanza” (acrilico su tela, cm. 220 x 175) che nelle forme peculiari della “descrittività” gestuale sutherlandiana accenna con toni convulsi e cromie perfette alla cattura del tonno nelle acque marine.  Così, il “lavoro” visto nella prospettiva sutherlandiana si carica di una forte valenza etica, diviene il sigillo massimo del patrimonio valoriale insito nell’operatività umana, la concreta testimonianza di una fattività concreta che sola può determinare le sorti del mondo, guidata – però – da un “pensiero” altrettanto concreto e immanente tale da divenire Fatto, Lavoro, Azione. La mente e la mano, come già indicato da Giordano Bruno, possono allora, ma soltanto allora, e cioè quando reciprocamente si integrano, trasformarsi nel lievito operante di una “renovatio” totale che conduca ad un universo per l’appunto rinnovato e radicalmente “altro” da quello attuale, in cui il lavoro possa trovare in tutte le sue forme quella dignità talora perduta e in cui soprattutto a prevalere sia la dignità dell’essere umano. Dignità che il profitto non può cancellare né calpestare. Dignità che dobbiamo tutelare e preservare quotidianamente con forza e convinzione. Dignità che si realizza pienamente soltanto se i diritti fondamentali della vita umana sono pienamente rispettati. E custoditi. Perennemente. 

   Sullo stesso tema vedi anche: “La lampara” (acrilico su su tela,cm.50 x 70); “La luce del contadino” (acrilico su cartoncino, cm.70 x 50); “Pesca d’autunno”(acrilico su tela,cm.100 x 120); “Pesca del tonno”(acrilico su tela, cm.100 x 120); “Pesca di calamari”(olio su tela,cm.70 x 100); “Pescatori al tramonto”(olio su tela,cm.70 x 100); “Rana pescatrice”(olio su tela, cm.70 x 100); “Riflessi di lampara” (olio su tela, cm. 70 x 100); “Venditore di pappagalli” (acrilico su tela, cm.70 x 100); “La luce del contadino” (acrilico su cartoncino,cm.70 x 50); “Fervore in tipografia,(china su cartoncino,cm.30 x 21); “Alla ricerca del corallo nero”,(acrilico su tela, cm.120 x 100);”Il caposala”,(china su cartoncino,cm.50 x 21); “Il domatore di foche (china su cartoncino,cm.30 x 21).

                               (Massimo Colella, quotidianoIl Golfo”del 29 ottobre 2009, pag. 4, Inserto Arte)

 

 

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Autore: John Sutherland

Titolo: "Villaggio giapponese"

Tecnica: Acrilico su carta bristol

 Formato: cm. 100 x 70

 Esecuzione: Anni Novanta  

“Luoghi geografici” nei dipinti di John    Sutherland 

LA MAPPA DELL’INTERIORE

Il viaggio e la sua valenza antropologica: gli itinerari iniziatici dell’incremento del Sè

     I luoghi “di” e “in” John Sutherland sono i luoghi della memoria e dell’anima, i luoghi del reale e dell’immaginario: sono luoghi geografici, certo, ma rimandano in quanto multiformi e plurivalenti emblemi figurali ad un significato (o ad una molteplicità di significati) che vive al di là della contingenza delimitante dello spazio cui si allude, producendo nel fruitore più vaste risonanze simboliche ed emozionali. La maestria cromatica e compositiva del fondatore del Neogestualismo esistenziale determina la magia di un accenno lieve, eppure efficace alla coordinata spaziale propria delle molte opere sutherlandiane in cui è tematizzato per l’appunto il fascino del “lontano” nelle forme precipue di un’evocata distanza geografica (e, come si sa, il “lontano” sia in senso temporale (in specie la dimensione del passato) che geografico, per l’immaginazione che esso suscita nell’essere umano, è – come afferma Leopardi nel suo “Zibaldone” – “poeticissimo”, e – potremmo aggiunger noi – chiarificatore del Sé individuale in un percorso che dal presente dell’“hic et nunc” ci conduca in un altrove e in un’altra, seppur soltanto in senso figurato, dimensione temporale).

   Lo spazio in John Sutherland è fatto vibrare, ha una sua forza incisiva e sognante, è tanto vissuto dall’artista da non poter esser poi non vissuta dall’osservatore, che inevitabilmente ne resta coinvolto. Ma lo spazio sutherlandiano, si potrebbe dire, ha una valenza, ancor più che emozionale o puramente immaginativa, di tipo esistenziale-antropologico, nel senso che vi è sotteso il “viaggio” (reale o “semplicemente” soltanto fantasticato) che l’artista ha di necessità effettuato, e il viaggio è condotto sì “in” o piuttosto “verso” un luogo (viaggiare presuppone sempre un “andare verso”, una direzionalità, un dirigersi, un “andare incontro a”, una meta da raggiungere e che è insita, forse, nel percorso stesso), ma è ad un tempo realizzato in se stessi o, nella fattispecie, nell’interiorità dell’artista dall’artista stesso. E questo viaggio, questo “itinerarium” ha valenza, si diceva, “antropologica” perché è esso stesso, metaforicamente e nella sostanza, sempre e necessariamente il “viaggio della e nella vita”, ha significato archetipico e primigenio: è un viaggio di avanzamento, di iniziazione (dal latino, “in-ire”: ritorna l’idea dell’“andare” e, quindi, del “procedere”, del “progredire”), di scoperta. Antropologicamente, il viaggio si fa “struttura” (il riferimento, come ovvio, è alla “scuola strutturalista” francese) di un rituale che rimonta ai confini estremi del passato dell’umanità, ossia dell’iniziazione (o simbolica “discesa negli inferi”) che, conducendoci da un luogo A ad un luogo B (nella Grecia antica, dallo spazio civilizzato della polis all’incolta “escathià”, confine estremo della città stessa), produce un incremento interiore, una crescita, una “maturazione” da uno stadio A ad uno stadio B, ossia A + n (e si veda, al proposito, la suggestiva analisi del Van Gennep, che per primo studiò a fondo i rituali iniziatici greci, peraltro confrontandoli con talune forme simili afferenti al panorama antropologico africano, e rintracciandovi lo schema dell’“inversione simmetrica”, secondo cui è necessario vivere il “negativo” che si intende superare).

   Scendere ne “L’Africa di Emilio”(acrilico su carta bristol, cm.70 x 100), come emblematicamente s’intitola un’opera sutherlandiana, significa allora in questa prospettiva, sì scendere nel cuore pulsante di un continente per di più osservato attraverso gli “occhiali” kantiani di uno scrittore eccellente quale Emilio Salgari, ma più ancora significa penetrare nel mistero della terra, del senso stesso dell’esistenza sulla Terra, ed anche intuire la magmatica forza di una regione primigenia (resa peraltro con splendide tonalità brune) che assurge, nella sua primitiva e sconvolgente bellezza, a simbolo della potenza dell’elemento cosmico con cui pare ancora possibile, per l’uomo, un confronto diretto alla maniera, direbbe il Leopardi della prima fase, degli “antichi”. Allo stesso modo, trasportarsi d’incanto nel “Villaggio giapponese” (acrilico su carta bristol, cm. 100 x 70) vale, nei fatti, precipitare piacevolmente e “naufragare” in alcune tinte inusuali e forti (si tratta, tra le altre cromie, di verdi smeraldo e di bianchi accecanti che singolarmente si intrecciano in una sintesi perfetta) in cui non puoi non avvertire la “turbativa” – in senso positivo – di un viaggio in terra orientale che da contingenza immanente diviene sublime rito iniziatico extra-temporale condotte nell’a-spazialità di un Altrove che consente la maturazione dell’anima mediante l’antidoto di un’Alterità rispetto alle proprie coordinate di usuale esistenza. Ed anche un’opera come “Ricordo di Gerusalemme”(acrilico su masonite, cm.76 x 64) con la sua memoria di una terra lontana e vitale, seppur evocata come mesta mediante tonalità caratterizzate da un’intensa e vibrante mancanza di vivacità (vi si legge una pensosità nei toni di un ocra perfettamente “rammemorante” dell’atmosfera reale della città), si inscrive bene nella dinamica interpretativa generale che è stata fin qui presentata del viaggio come iniziazione, con il suo spessore ulteriore e ulteriormente poetico della “ricordanza” (in termini ancora una volta leopardiani). Evocazione di un mondo distante e altro, il “luogo” sutherlandiano è per l’appunto un luogo, si diceva all’inizio, “della memoria” (una memoria, come è ovvio, personale, ma passibile di universalizzazione), ma anche “dell’anima” (secondo una formula consueta e abusata che però è estremamente funzionale per l’arte del Nostro, nel senso che lo spazio cui si accenna è in perfetta consonanza, di volta in volta, con le vibrazioni interiori dell’artista, alla maniera, mettiamo, di un Petrarca post-moderno). Ed è un luogo dell’anima anche perché le risonanze profonde che produce nel fruitore sono date dall’intuizione pittorica di spazi sì reali, ma rivestiti, come s’è detto, della natura di simboli mai facili da penetrare, ma sempre carichi di una vigoria trascinante: e questo è evidente tanto nella visione luminosa e baluginosa degli “Acquitrini del Comacchio” (acrilico su tela, cm.100 x 70) – un incanto di trasparenze sottili e fortemente evocatrici –  quanto nella dipintura non-gestuale di un “Paesaggio foriano”, tanto nella discesa nel “cuore” pulsante, come ebbe a dire Domenico Rea, del capoluogo campano “Napoli: la Pignasecca ”(acrilico su masonite, cm.70 x 74), acrilico su masonite), quanto nella magia cromatica di un paesaggio incontaminato e vitale in cui allegri volatili dialogano serratamene tra loro “Conversazione nella foresta tropicale”, (acrilico su tela, cm.70 x 100).

   Nella zona immediatamente iniziale, quasi un segmento prefatorio o, se si vuole, una breve “ouverture”, del suo “Viaggio al termine della notte”, Louis-Ferdinand Cèline nella sua prosa densa e suggestiva scrive: “Viaggiare è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. (…) E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita”. Ecco, credo che sia in quest’accezione ampia e profonda del “viaggio” così come lo percepisce Cèline, che vada intesa l’area pittorica sutherlandiana dedicata alla dimensione dello spazio/viaggio e del viaggio/iniziazione: l’“itinerarium” sutherlandiano (che è dell’anima: “itinerarium mentis”) o, se si preferisce, l’“agoghè” compiuta dall’artista e poi da lui a noi trasmessa in forme visibili (il termine “agoghè”, dal greco “àgo”, “condurre”, si riferisce propriamente al percorso (iniziatico) dei giovani spartiati) consiste, direi, in un viaggio interamente esistenziale, mediante cui si mette in gioco la propria sensibilità e la propria “Weltanschauung” (visione del mondo) e si attua un “incremento” delle proprie capacità cognitive. Lo spazio è, dunque, per Sutherland, il luogo della crescita del Sé, della maturazione, del compimento, della realizzazione; finanche mappa dell’interiore, estrinsecazione suprema del fascino. Dell’itinerario esistenziale.

   Sullo stesso tema vedi anche: “Autunno sul pianoro”(acrilico su tela, cm.100 x 70); “Colori di Malta” (acrilico su carta, cm.70 x 100); “Gocce di Napoli” (tecnica mista su cartoncino, cm.70 x 50); “Immagini di Nara” (acrilico su masonite, cm.70,5 x 76); “Le bocche di Bonifacio”,.(acrilico su tela, cm.70 x 50); “Sogno d’Africa”(olio su tela, cm.100 x 70).

              (Massimo Colella, quotidiano “Il Golfo”del 5 novembre 2009, pag.8 Inserto Arte )

 

 

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LA NATURA : “DEA NEGATA” NELL’OPERA PITTORICA DI JOHN SUTHERLAND

IL CACCIATORE CHE DIVENNE PREDA 

 

 

 

Sutherland come Atteone: l’Io si auto-riconosce nell’Altro

      Essere in contatto diretto con il fascino e la segreta essenza della Natura, come lo è John Sutherland, ha l’affascinante conseguenza e il notevole “vantaggio” (se ci è lecito parlare di Arte in termini così utilitaristici) di penetrarne il senso profondo e di lasciarsene coinvolgere senza frapporre quasi velo alcuno – ed anzi con disarmante scioltezza dilacerando il velo esistente – tra il Soggetto (il Sé dell’umana consapevolezza di un Io che fichtianamente si auto-riconosce) e l’Oggetto (ossia, l’alterità tutta, misurata però nell’ambito specifico, ma supremo dell’universo naturale e non nelle dinamiche interumane che, pure, beninteso, costituiscono parte integrante, come è ovvio, dell’Altro rispetto al Soggetto-Io). Ciò significa, per il pittore e – inevitabilmente, ma in parte e secondo gradienti diversi da persona a persona – per il fruitore della sua creazione estetica, non solo e non tanto “comprendere” il cuore profondo della Natura (giacché la sola operazione di “comprensione” implicherebbe comunque il permanere, che invece non sussiste nel pensiero e nella prassi del Sutherland, di una distanza abissale tra soggetto “che comprende” e oggetto “che viene compreso, capito”), bensì “compenetrarsi” totalmente nella Natura stessa così da riuscire a percepire o, meglio, intuire alfine di esserne parte vibrante e vivente ed anzi di coincidere, sotto certi versi, pienamente con essa.

   Ma non è forse questa la parabola di Atteone, di cui parla Giordano Bruno, che – per aver osato osservare la dea Artemide nuda – da “cacciatore” diviene cervo, ossia “preda” e, sbranato dai cani (che sono i “pensieri delle cose divine”), si trasforma, nella morte, da occhio che percepisce ciò che è apparentemente esterno all’interiorità, occhio che si auto-osserva, scaturigine infinita di una Natura che si auto-riconosce come esterno che vive nell’interno ed interno che vive nell’esterno? Se questa, dunque, è la parabola (e lo è, dacché l’interrogativa è nelle intenzioni e si dimostra, credo, nei fatti palesemente retorica), il nostro Sutherland-Atteone, nell’evocazione della Natura, non fa che dipingere ed esprimere nei fatti se stesso con sentimento – direi – “lirico”. E dico “lirico” perché per interpretare il pensiero creativo sutherlandiano non è inesatto, ma anzi calzante il riferimento alla “lirica”, sempre che la si intenda come categoria assoluta applicabile anche all’arte pittorica, che lungi dall’antico significato aristotelico di “mìmesis”, identifica, nell’accezione moderna e inaugurata nell’ambito letterario italiano da Leopardi, la “libera e schietta espressione” delle “avventure storiche dell’animo”, ossia dell’Io, lì dove, però, nel caso sutherlandiano, si intende per Io non un “io” soggettivo e chiuso nei ristretti confini di un’individualità definita, ma l’Io universale che si auto-percepisce e auto-riconosce come Natura, nel complesso e misterioso rapporto, non sempre indagabile razionalmente, tra Interno e Esterno, Io e Mondo che sussiste nell’arte del Nostro. Di questa Natura (che è quindi interiorità esteriorizzata o, il che è (quasi) lo stesso, esteriorità interiorizzata) Sutherland intuisce e suggerisce, mi pare, un simbolo estremo e significativo, ricco di indefinite suggestioni, ne “La reine des bois” (olio su tela, cm.70 x 100), signora assoluta dei boschi che ci raggiunge da siderali abissi incantati in una trasparenza fiabesca e sognante di verdi cromie, quasi a rappresentare essa stessa il mistero del cosmo: è una delle tele, a parer mio, più riuscite e sconvolgenti del Sutherland e raggiunge l’apice ultimo della compenetrazione nella Natura nel suo comunicare – con accenti sublimi e commossi – l’infinità del Tutto e la fragile magia del “divenire”. “La reine des bois” costituisce pertanto la chiave d’accesso alla “Natura sutherlandiana”, che è una Natura divina e vitale nelle sue sembianze antropomorfiche – esattamente come l’incantata e fatata creatura boschiva – ed è segno tangibile e intangibile, presente e sfuggente della “divina compiutezza” (l’espressione è di Cesare Galimberti e da lui riferita al significato sostanziale dell’Eterno Ritorno nietzschiano).

   L’arte di Sutherland, gestuale e furente, per definizione tracimante e vigorosa, riesce, ad esempio, a rendere “umana” – nel senso di un’antropomorfizzazione efficace – una sconvolgente “Bufera”(acrilico su tela,cm.220 x 175), in cui non puoi non intravedere – nella furia apocalittica degli elementi cosmici, che quasi costituisce il doppio pittorico della letteraria “tempesta” di Lucano, che è restata celebre come “trionfo del chaos” – due occhi profondi e interrogativi, che manifestano ancora una volta la motilità e vitalità propria della Natura stessa, evidenziando peraltro uno dei temi o, meglio, simboli dell’arte sutherlandiana, che è quello per l’appunto dell’“occhio”, emblema estremo del rapporto che si instaura, mediante uno sguardo doppio, triplice e potenzialmente infinito, tra il creatore e il fruitore dell’opera estetica. Si tratta, dunque, evidentemente di una Natura che si dimostra, proprio come ne “La reine des bois”, sostanzialmente viva e operante, una Natura, si direbbe, dietro cui si annidano le forze estreme e incantate del “divino” intuito dagli antichi, una Natura magmatica e incandescente nel cui caleidoscopio riconosci l’incisiva, per così dire, “personalità” di un’entità attiva e mitica che sempre sorprende nelle sue acrobazie d’esistenza. Ma la Natura è una “divinità” che si scinde, fiume infinito, nei molteplici rivoli delle sue caratterizzazioni precipue, divenendo – ma si tratta di un divenire sincronico – una congerie straordinaria di “divinità minori” che in essa sussistono, un universo popolato, quasi, di sacre presenze talora inquietanti, ma più spesso amiche con cui si è baudelairianamente in “corrispondenza” (“ La Natura è un tempio dove pilastri vivi / mormorano a tratti indistinte parole; / l’uomo passa, lì, tra foreste di simboli / che l’osservano con sguardi familiari”). Il “Caprone ribelle”(acrilico su tela,cm.120 x 100), il “Pappagallo triste” (acrilico su tela, cm. 50 x 70), la “Rana pescatrice” (olio su tela, cm. 70 x 100) o “Il delfino”(acrilico su carta bristol,cm.70 x 100), l’“Orca marina”(acrilico su carta bristol,cm.100 x 70) così come il “Martin pescatore” (acrilico su tela, cm. 100 x 70) e gli innumerevoli altri animali evocati e abbozzati dal Sutherland sono, dunque, estrinsecazioni simboliche e divine dell’universo naturale con cui confrontarsi per arrivare sino alla soglia della compenetrazione con la divinità maggiore e assoluta della Natura, recuperando quasi il rapporto immediato e fecondo con il mondo instaurato dagli antichi, che i moderni hanno dimenticato scelleratamente di continuare a coltivare tanto da ridurre nelle attuali condizioni di degrado l’affascinante biodiversità originaria. In tal senso, allora, l’arte sutherlandiana, che, come si è visto, è in simbiosi ed anzi identificazione totale con la Natura , non può che denunciare a voce alta, spontaneamente e programmaticamente, la distruzione operata dall’uomo sul globo intero: e si veda, a tal proposito, tra le molteplici opere del Nostro sul tema, il riuscito “Inquinamento vetrificato”(acrilico su carta,cm.30 x 42) che con superbo cromatismo allude ad un “kòsmos” distrutto e reso sofferente dall’insania umana). Ecco quindi che la Natura mostra – quasi un rovescio della medaglia, salvo che si tratta di un rovescio sì opposto, ma complementare e funzionale nell’operazione sutherlandiana – il suo vero, attuale volto di “dea vilipesa”, divinità negata dall’uomo che risulta perniciosamente incapace di riconoscere in essa se stesso. Mondo che diviene Io, Oggetto che si tramuta in Soggetto, divinità offesa che in sé ricomprende le infinite presenze divine del cosmo, la Natura “di” e “in” Sutherland è lo specchio dei problemi dell’odierno, ma anche un monito lanciato verso il futuro, a che si intraprenda un percorso diacronico in avanti per tornare paradossalmente in un passato (che ridivenga alfine attuale) in perfetta consonanza con l’universo naturale e con il suo senso riposto. Perché l’uomo comprenda, novello Atteone, di essere quella Natura che non è “altra” dal Sé. E – proprio in virtù di questa consapevolezza – non continui a farne scempio e a rovinare in tal modo ad un tempo la natura e se stesso. E, ovviamente, il suo proprio destino.

   Sullo stesso tema vedi anche: “Agonia del cigno”(acrilico su tela,cm.100 x 70); “Il cruccio del bosco”(acrilico su tela,cm.50 x 70); “Inquinamento del fondale”(acrilico su tela,cm.50 x 70); “Nube tossica”(acrilico su masonite,cm.64 x 76); “Pappagallo triste”(acrilico su tela,cm.50 x 70); “Recinto assassino”(olio su tela,cm.70 x 100); “Tempesta sottocosta”(olio su tela,cm.100 x 70).

                                                                                               Massimo Colella

                         (quotidiano “Il Golfo” del 19 novembre 2009, pag.8 inserto “Arte & Cultura”)

 

 

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ATMOSFERE ISCHITANE

 

 

 

 

         La Chiesa del Soccorso

La magia dell’Isola nella produzione pittorica di John Sutherland

  La vitalità solare delle terre del Sud e l’incanto dell’indefinibile

     Che il Neogestualismo, in virtù della peculiare tecnica artistica e del “pensiero creativo” che lo contraddistinguono, possa farsi evocatore al massimo grado di “atmosfere” e di “percezioni” attraverso l’originale poetica del non-detto, del non-finito, del non-delineato, appare cosa ovvia in sé e non bisognevole di ulteriori spiegazioni. Eppure la fantasia tracimante e il genio pittorico di John Sutherland non possono non toccare le corde più sottili dell’animo del fruitore, spingendo quest’ultimo ad interrogarsi continuamente e ininterrottamente sul “miracolo” della limpida arte del Nostro, nella consapevolezza – peraltro – del fatto che non sia possibile penetrare perfettamente e completamente il mistero della grandezza dell’artista e che sia ipotizzabile soltanto un maggiore o minore grado di approssimazione alla verità artistica della complessa e stratificata opera sutherlandiana. E in questo continuo interrogarsi, non è sufficiente pensare e di conseguenza affermare che, ad esempio, le “atmosfere ischitane” – questa la sezione tematica determinata “a posteriori” che stiamo per trattare – siano il risultato “inevitabile” di una prassi artistica che vede l’inconscio, nel momento del “furor” platonico, quasi sbloccarsi fuoriuscendo furiosamente e senza barriere a partire dagli intimi recessi dell’interiorità per scavare con acume nell’Io del Soggetto (il Sé) e nel Non-Io dell’Oggetto (il Reale). Certo, ciò è in parte (e a tratti, profondamente) giusto; tuttavia, non può non esser manifesto a chi guardi con libertà d’osservazione e di analisi che il “cuore” dell’operazione del Sutherland sta in un qualcosa di ancor meno definibile ed inafferrabile, che per l’appunto “baffles definition” (utilizzo l’espressione di Ronald Syme situata in altro contesto) e che sfugge ad una qualsiasi teoresi interpretativa, quasi che lì dove ci sia l’Arte vera ad agire e a parlare, la critica e l’interpretazione non possano che tacere ed arretrare – per così dire – non di uno, ma di molteplici “passi”. Ciononostante, il desiderio di circoscrivere e di individuare il “senso” profondo dell’arte sutherlandiana spinge a parlare, nel tentativo (forse vano) di razionalizzare l’irrazionale: spinge soprattutto ad esplicitare (al fine di decodificarne l’origine e la portata) talune sensazioni e suggestioni provate e avvertite dall’osservatore dinanzi alle opere del Nostro.

   Ecco allora che, per esempio, mi sembra, in particolare, che un’opera come “Atmosfere ischitane”(acrilico su cartoncino,cm.70 x 50), che idealmente fornisce la denominazione ad un’intera e nutrita serie di lavori che hanno come denominatore comune l’evocazione, talora sognante e di norma “solare”, dell’isola, colta nella sua bellezza di terra meridionale, determini nel fruitore una somma di percezioni non perfettamente descrivibili mediante la creazione non totalmente “ex novo”, ma nondimeno originale, per l’appunto di un’atmosfera tutta resa attraverso una mescolanza calibrata di forme e colori che avvicina l’opera a molti lavori dell’artista effettuati con tecnica simile e,a volte, coloristicamente e splendidamente estremizzati,come quelli da lui dipinti su carta velina: e giacché uno dei segreti dell’arte sutherlandiana è rendere visibile l’invisibile attraverso la sua stessa invisibilità o, al contrario, come in questo caso, rendere invisibile una concreta visione scaturente da una realtà oggettiva per rafforzarne il senso e paradossalmente la visibilità, l’isola del golfo partenopeo è “raccontata” – seppur attraverso un’allusività per nulla narrativa né figurativa – grazie all’incisività del Gesto e della scarlatta cromia.

   Ancor più intensa e vibrante risulta essere la tonalità cromatica, con una dominante rosso-fuoco, delle “Fumarole al tramonto”(acrilico su cartoncino,cm.35 x 50) che, con medesima tecnica e soprattutto con eguale spirito, evocano con tratti vigorosi la straordinaria “divina compiutezza” della natura che mostra all’uomo tutta la sua potenza cosmica nel momento particolarissimo e vibrante di ampie risonanze dell’estinguersi del giorno.

   L’Isola d’Ischia diviene così non solo e non tanto il simbolo entusiasmato del dinamismo energico e scoppiettante delle terre meridionali - si veda ad esempio le “Case del Sud”(tecnica mista su carta,cm.42 x 32) in cui le tonalità aranciate e celesti e l’abbozzo schematico e mosso di una serie di abitazioni ed edifici colti nel loro sovrapporsi l’uno sull’altro sono funzionali alla ri-dipintura immaginifica di uno spazio dell’anima in cui a dominare è un caos benefico e vitale-, bensì anche e soprattutto la manifestazione assoluta della “gioia di vivere” interpretata “latu sensu” come scatenarsi dionisiaco di un’ebbrezza che tocca da vicino il nostro essere al mondo (gioia esistenziale che è poi un altro dei grandi temi dell’opera sutherlandiana). In questo senso, la realtà contingente dell’isola diventa l’emblema di una realtà universale: e ciò avviene allorquando, ad esempio, recuperando una famosa pagina della letteratura italiana, Sutherland ci propone un’opera come “Il sabato del villaggio” (tempera su polistirolo,cm.60 x 45)), contenutisticamente di chiara ispirazione leopardiana e artisticamente riecheggiante la lezione pittorica di Paul Klee(1879-1940), dove le forme fintamente infantili e la pittura preistorica-rupestre danno il senso di una formidabile contentezza, seppur soffusa di elegiaca malinconia, data dalla coscienza stessa della vita e della sua inafferrabile e prorompente bellezza.

   Si accennava prima ad una realtà profondamente “solare”: in realtà, se è vero che la maggior parte delle opere in questione rinviino ad una terra luminosa e perennemente invasa dal sole, gioiosa e vitale, dinamica ed incandescente, ciò non significa che talora il Nostro non indulga ad evocare il lato “notturno”, segreto e nascosto di una visione per nulla luminosa, quasi a presentare con spirito romantico il fascino dell’oscurità: è questo il caso di un dipinto quale “La chiesa del Soccorso”(tecnica mista su carta,cm.34 x 25) che invece di essere ritratta banalmente nelle sue tonalità diurne e nei suoi connotati propri, viene ad essere potentemente trasfigurata alla luce della non-luce della notte.

   Ancora riferibile alle “atmosfere ischitane”, anche se non esclusivamente, sono sicuramente  “Risacca sulla scogliera”(acrilico su tela,cm.120 x 100) e “Scirocco di primavera” (acrilico su tela, cm. 150 x 100) che si pongono quasi, si direbbe, sulla scia dell’inglese J.M.William Turner (1775-1851) che in pieno Romanticismo – come scrisse lo storico dell’arte Werner Hofmann – “rinunciando agli assi di una prospettiva lineare stabilizzante, inventò per i suoi paesaggi (…) zone di spazio girevole, senza mai ristabilire impressioni precise” determinando “scene mosse e vaghe”: l’evocazione vigorosa e pregnante del vento caldo è affidata con superba maestria ad un turbinio, perfettamente armonico nel suo moto, dall’intensa e suggestiva cromia verdastra e dorata, da cui emana come una luce incantata che ci sorprende e ci sgomenta attraverso una composizione “a vortice” che ben esemplifica ad un tempo il concetto di dinamismo cosmico e la grazia della benevola stagione primaverile.

   Si comprende dunque, infine, come l’isola cui fa riferimento l’immaginario del Sutherland sia una terra incantata e prodigiosa, accogliente e vitale, energica e magmatica, di certo non priva di zone d’ombra. Ma soprattutto magica e inafferrabile come un arcano ancora da scoprire. Esattamente come misteriosa e segreta resta ancora – e nonostante ogni tentativo di analisi – la straordinaria arte di un artista geniale: John Sutherland.

   Le stesse atmosfere ischitane le trovi anche nei seguenti dipinti dell’Artista: “Festa di vendemmia”(acrilico su tela,cm.150 x 100); “La luce del contadino”(acrilico su cartoncino,cm.70 x 50); “La lampara”(acrilico su tela,cm.50 x 70); “Estiva” (acrilico su tela,cm.120 x 100); “Vegetazione sottomarina”,(acrilico su cartoncino,cm.33 x 48); “Tromba marina”(acrilico su carta bristol, cm.70 x 100).

                                                                                        Massimo Colella

             (Quotidiano “Il Golfo” del 31 dicembre 2009, pag.5 inserto Arte e Cultura)  

 

FUMAROLE  ISCHITANE  AL  TRAMONTO

 

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IL BARBONE DI CASAMICCIOLA E LA LIBERTA'

 

 

 

 

BARBONE NELLA LUCE

di John Sutherland

 

 

   E’    M O R T O      I E R I…

  E’ morto ieri il barbone tra due                                     

fioriere, stanza da letto di piazza

Marina. E’ morto il gigante barbone

nel suo cappotto-bara tra gelati

soffi ( saranno paghi i farisei

della turistica immagine, sgombro

il porto della sua presenza ). Eppure

gli bastava che la luna stillasse

per lui viniferi grappi di luce

e di calore, compagno il brillio

confidente delle stelle; bastava

che gli pungesse le narici il salso

sapore di mare in sprilli di brezza,

che gli danzasse agli occhi di gabbiani

un volo, mentre cuccioli indifesi

nelle tane uggiolavano del cuore.

 

 

Chiusi i conti del dare e dell’avere

d’impareggiati bilanci. Che conta?

 

 

Io, per me, so solo che s’è chiuso

il giro d’un volto ispido ma chiaro

che una volta m’offrì tutto il suo pane

e mi sorrise dall’aspro pastrano.

                                                     Pasquale Balestriere

 

Quando l’Arte sottrae la Cronaca al Divenire

IL BARBONE DI CASAMICCIOLA E LA LIBERTA

Un confronto intersemiotico tra il dipinto acrilico “Barbone nella luce” di John Sutherland e la lirica “E’ morto ieri…” di Pasquale Balestriere

     A guidare John Sutherland nella creazione delle sue opere, mediante l’improvvisa e scattante subitaneità del Gesto che vi si imprime (sgorgante dalle stratificate profondità dell’inconscio), è di norma il supremo ideale etico (tanto potente nell’artista da risultare a lui connaturato) della Libertà: è questa l’idea-guida della sua produzione, questo il vessillo estremo del suo dialogare artistico, questa la parola-chiave del “messaggio” sutherlandiano (un messaggio che – seppur dilatato e ribadito in così numerose estrinsecazioni fattuali, schegge, “aforismi” e finanche micro-racconti su tela – è perfettamente unitario nella sua genesi e nelle sue finalità e, quindi, nella sua consistenza globale).
   Ora, talvolta capita che un artista possa trovare nel reale, persino nel quotidiano, la manifestazione simbolica della propria “Weltanschauung” (ossia, della propria visione del mondo) e rintracciare così nel Concreto, quasi verificandone la possibilità e la fattività, la Teoria che si è costruito nel tempo, quell’Ideale (se vogliamo, “astratto”, ma di cui in anticipo si era compresa non solo la bellezza, ma la realizzabilità, sognandone un’attuazione) che tutt’ad un tratto pare avere un perfetto referente emblematico in un elemento della realtà, in un fenomeno, in una persona, forse finanche in un oggetto; allora l’artista vede dimostrato il proprio teorema: le equazioni teorico-speculative che s’era costruito mentalmente risultano tutte vere e verificate; l’Idea è divenuta Realtà, carne, verità effettiva, concretezza: il non-luogo e il buon-luogo dell’u-topia si trasformano nella determinazione geografica di un fatto di cronaca. E’ esattamente questo ciò che è accaduto a John Sutherland nell’osservare il barbone che anni fa era solito coricarsi sui marciapiedi lungo la Marina di Casamicciola: il suo ideale supremo di Libertà, quello che – si diceva in apertura – muove le fila tutte della sua operazione artistica e del suo “pensiero creativo”, aveva trovato quasi, per così dire, conferma e prova di validità in una persona che d’improvviso s’era caricata di un immenso significato simbolico, e la terra impersonale delle Idee si era trasformata per incanto nelle lande, di certo e in certo senso desolate ma potentemente vive, dei Fatti. Così, il clochard che si rifiutava di recarsi presso un qualche ospizio o casa di riposo, preferendo la sua infinita libertà ed  era così fieramente attaccato alla sua vita di senza-tetto da non voler seguire altre strade, per una strana ma comprensibile ragione divenne per Sutherland l’eroe ultimo (ed anche, forse, l’ultimo eroe) di un ideale divenuto realtà e di un sogno che si verificava non essere una pura chimera.

   Quando poi il barbone della Marina, intabarrato nel suo cappottone, diede il suo addio alla vita, la morte di quel simbolo vivente, di quell’esempio di immensa libertà, dovette sortire nell’artista l’effetto come di uno strano stordimento; tuttavia in realtà non per questo svanirono le speranze di quell’ideale a lungo coltivato che quasi s’era concretizzato e “realizzato” (nel senso di un “nascere alla realtà”, un “divenire realtà”) in quella peculiare esistenza, ma anzi forte si affacciò subito nell’artista l’inquieta e sentita volontà di evidenziare ed eternare il valore di quella scelta di vita e di quell’uomo mediante una sorta di sua potente trasfigurazione: quella morte fu, cioè, non motivo di abbattimento, bensì – sia pur nella commozione e nel turbamento – lo stimolo essenziale per continuare a cantare l’ideale della Libertà in un’opera suggestiva e vibrante, “Barbone nella luce”, in cui in un incanto di vivido chiarore si staglia il profilo di una sagoma coricata, un corpo che si libra a mezz’aria, trascinato quasi grazie ad una misteriosa forza da terra per innalzarsi in un metaforico “cielo” perfettamente illuminato, a significare un’apoteosi (nel senso originario del termine) di un’esistenza che anche in punto di morte ed anzi “nella” morte riesce a soddisfare fin nelle plaghe dell’infinito e dell’eterno il suo sogno di libertà. In altri termini e semplificando, morto l’uomo, non muore la Libertà , anzi essa ne riceve come un surplus di spessore in quanto si mettono in moto i meccanismi della memoria, e in questa memoria – che diviene moderno “epos” – il barbone si colora vieppiù dei colori accesi di un simbolo eterno, anche perché poi – per singolare destino – questa vicenda (la morte di un uomo umile, che non sembrerebbe avere in sé nulla di sensazionale) stimolò, oltre all’“imagery” del Sutherland, anche (e contemporaneamente) l’estro poetico di Pasquale Balestriere che, in memoria del “barbone” morto “tra due / fioriere, stanza da letto di piazza / Marina”, scrisse una lirica struggente, “E’ morto ieri…”, vincitrice – peraltro – del premio letterario “Città di Rufina”, Firenze (1999). E la lirica, più di quanto apparentemente e di primo acchito non possa sembrare, presenta – a partire, naturalmente, dall’elementare analogia tematica – numerosi punti di contatto con l’opera sutherlandiana: la morte del barbone si carica, infatti, in entrambi i casi di un profondo valore esistenziale, diviene la traccia di una verità pulsante, assurge a potente simbolo; in entrambi i casi, poi, l’Arte – quella tanto autentica da non tollerare specificazioni di sorta ed etichette definitorie – canta con la sua voce eterna, la voce propria di ogni manifestazione non transeunte dello Spirito, ciò che altrimenti sarebbe destinato a perire, anche nel ricordo; in entrambi i casi, infine, il barbone – reso simbolo, divenuto metafora, immortalato, consegnato alla Storia e all’Arte – si carica di un sovra-senso valoriale, diviene un messaggio di valore, sebbene proprio sotto questo aspetto si riscontri la differenza più evidente tra le due opere artistiche: il contenuto e la volontà di simbolizzarlo sono identici, ma diverso è il “contenuto”il valore che si è inteso dare al medesimo referente simbolico. Infatti, mentre il dato sottolineato da Sutherland riguarda prevalentemente un anelito di libertà, cosicché la morte di una metafora vivente qual è il barbone segna l’avvio per una potente trasfigurazione, una sorta di innalzamento estatico del personaggio che è immaginato in uno spazio al di là della vita e dell’umano, esaltato così in un’onda di luce che lo glorifica, il Balestriere tende ad evidenziare un altro tipo di significato valoriale, con una particolare sensibilità rivolta verso l’“aurea mediocritas” (Carmina, II, 10) dell’oraziano “est modus in rebus” e lo scenario di un’esistenza paga di sé (“gli bastava che la luna stillasse / per lui viniferi grappi di luce / e di calore (…); bastava / che gli pungesse le narici il salso / sapore di mare in sprilli di brezza”). Inoltre nella lirica – che quasi riecheggia gli insegnamenti del Venosino circa la “metriòtes” e l’“autàrkeia – si avverte uno spunto polemico contro coloro che sono definiti “i farisei / della turistica immagine” che gioiscono di quella morte in nome di una falsa (e solamente esteriore) pulizia, così come è presente un rapido accenno, nella chiusa, al valore della generosità disinteressata (“una volta m’offrì tutto il suo pane”).

   Se dunque a levarsi in Sutherland è un registro decisamente “epico” (l’innalzamento del barbone nella luce è una sorta di scena tragica che si manifesta sul palcoscenico del mondo e della fantasia del “cantore” moderno) che non fa che esaltare il personaggio e sublimarlo alla luce di un sentire “eroico-titanico”, nella lirica del Balestriere la tonalità adoperata è quella di un livello “intimo-elegiaco”. Lì l’epos, qui l’elegia; lì la drammaticità, qui la delicatezza eterea di parole quasi bisbigliate; lì l’eroe, qui l’umile-saggio che quasi seguendo gli autentici precetti di Epicuro circa il vero “piacere” (“atarassia” e “aponia”) risulta essere “gigante” nel suo “cappotto-bara”. Tuttavia, nonostante la presenza di queste differenze, entrambe le espressioni artistiche – pur nella loro (peraltro magnifica) unicità – non sono che un tributo sincero al medesimo semplice uomo. E soprattutto, come l’“armonia” di cui parla Foscolo nei “Sepolcri” che “vince di mille secoli il silenzio”, sopravvivranno al tempo, recando in sé la memoria del barbone della Marina di Casamicciola e della sua profonda lezione di vita. E’ per questa via davvero che l’Arte riesce a sottrarre la Cronaca al Divenire. Eternare. O, almeno, ricordare. Per sempre.

                                                                                                        Massimo Colella

                                                        ( Quotidiano “Il Golfo” del 7 gennaio 2010, pag.8 Arte e Cultura”)  

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"Suoni della città"

«Il vociare concitato e le dissonanze sonore che ti inondano attraversando di sera il centro storico di Napoli, coinvolgono ed affascinano l'Artista in maniera totale. Ne viene trascinato così profondamente da trasferirli in un dipinto di forte impatto visivo e di forte suggestione.

Il Neogestualismo di John Sutherland trova una ulteriore, raffinata e graffiante trasposizione pittorica». (Ada Keller)

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